martedì, Ottobre 20, 2020

QUANDO UNO PENSA, GLI ALTRI NON SENTONO

Economia Circolare
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Redazione EconomiaCircolare.com
[di Luca Fazzolari]
Pratiche di integrazione e sviluppo d’impresa nel lavoro del laboratorio Triciclo. Un’esperienza ventennale di integrazione sociale dei rifugiati tramite il lavoro; un’attività consolidata di recupero, selezione e rimessa in commercio di materiali di scarto.


Sinossi

Il laboratorio Triciclo nasce nel 1997 in seno all’esperienza della Comunità Immigrati Ruah Onlus (diventata poi nel 2009 cooperativa d’impresa sociale). L’ormai rodata esperienza ventennale mostra un’impresa in continuo sviluppo economico, seppur sempre legata al principio dell’integrazione di rifugiati tramite il lavoro. L’attività principale del laboratorio risiede nel recupero, nella selezione e nella rimessa in commercio di materiali di scarto (principalmente vestiti e mobili), che genera un circuito commerciale e produttivo di riciclo in cui i protagonisti, sia come lavoratori che come clienti, sono i migranti presenti sul territorio. Nel corso del tempo il laboratorio si evolve aumentando il numero di posti di lavoro, migliorandone la qualità, lungo tutta la filiera del ciclo produttivo. Apre diversi punti vendita, diversificati persino per target di riferimento, con prospettive che mirano anche al commercio on-line e verso l’estero. Negli ultimi mesi estende il proprio raggio d’azione con progetti di volontariato per la raccolta di oli e cartucce per stampanti esausti e attiva la collaborazione con il comune di Bergamo per il progetto “Ci siamo tanto amati”. L’intero lavoro, oltre a fornire un sistema funzionante di economia circolare, favorisce lo sviluppo di un modello di integrazione sociale che sembra non risentire del clima d’intolleranza nei confronti dello straniero tanto presente al momento nel paese.

Partiamo dalla fine, dall’ultimo racconto che Federica Fassi ha voluto riportare della lunga esperienza e della multiforme attività della comunità Ruah.

“Dopo vent’anni di attività del laboratorio Triciclo, siamo riusciti finalmente ad avere una collaborazione con le istituzioni, per il progetto ‘Ci siamo tanto amati’. In fondo, per noi, avere l’appoggio del comune vuol dire veder riconosciuto e accreditato presso la cittadinanza tutta il valore del nostro lavoro.”

Perché è vero che quando ci si limita a pensare, senza mettere in pratica quello in cui si crede, gli altri non possono sentire. Come dice Stefania Sandrelli in “C’eravamo tanto amati”, capolavoro del nostro cinema, probabilmente fonte d’ispirazione per dare il nome al progetto, sicuramente un mantra quotidiano per chiunque, come Federica, si impegni in percorsi che ambiscono a cambiamenti culturali e sociali.

Questo specifico progetto, che porta un altro modello di accoglienza possibile per le strade di Bergamo, riprende le attività principali del laboratorio nato nel 1997, mettendole però in bella mostra in piazza. “Grazie alla collaborazione con il Comune di Bergamo e la municipalizzata A2A, la cooperativa Ruah gestisce la piattaforma ecologica cittadina. Per tre giorni a settimana, a titolo volontario, due richiedenti asilo raccolgono materiale riutilizzabile e rivendibile, fermandone il percorso che lo porterebbe in discarica”.

Tutto ciò che viene intercettato come riutilizzabile, e quindi rivendibile, viene identificato con il bollino “Ci siamo tanto amati”. Come accade per i grandi amori finiti, il bollino garantisce nuove possibilità a quello che ha fatto parte della nostra vita ma ora non ha più posto o ragione per restarvi. Ogni passaggio di questo processo genera nuove prospettive: “Il ricavato delle vendite dei prodotti con bollino finanzia un progetto di microcredito in Senegal per orti gestiti dalle donne”.

La filiera del Triciclo

D’altra parte, “Ci siamo tanto amati” è solo l’ultimo passo del percorso del laboratorio Triciclo, nato nel 1997 in seno all’esperienza della Comunità Immigrati Ruah Onlus, diventata poi nel 2009 cooperativa d’impresa sociale.  

Un’esperienza ormai rodata e in continua crescita: materiale destinato alla discarica viene ritirato a domicilio per carichi imponenti o per lo sgombero di cantine e magazzini, ma può anche essere consegnato direttamente al dettaglio nei punti di raccolta. Gli operatori vengono contattati e si occupano di prendere tutto ciò di cui ci si voglia liberare: dai vestiti all’oggettistica, dagli accessori ai mobili. Selezionato il materiale in buone condizioni, questo viene smistato nei diversi punti vendita del laboratorio, dove tutta la merce che si credeva arrivata alla fine del proprio percorso trova improvvisamente una svolta che la riporta in circolo.

“L’idea era nata per dare lavoro ai migranti del centro di accoglienza – dice Federica – e attualmente garantisce occupazione a una trentina di persone, di cui almeno venti sono rifugiati”.

L’idea alla base dell’intero progetto è dunque tanto semplice quanto efficace: attraverso il lavoro si può realizzare un modello di vera integrazione di chi è visto esclusivamente come lo straniero nel tessuto sociale della città.

Ed è così che è stato da quando l’esperienza ha mosso i suoi primi passi, con lavoretti che non andavano oltre qualche mese; fino ad ora, quando il progetto è in grado di fornire un’occupazione stabile e contrattualizzata a tutti loro.

“All’inizio c’era diffidenza  – racconta Federica – adesso quasi tutti i clienti non hanno alcun problema. Ogni anno entriamo in almeno mille case di famiglie italiane, e a farlo sono migranti che offrono il proprio lavoro, selezionano e portano via le loro cose e i loro mobili: questo è un modo per superare la diffidenza verso chi è straniero”.

Si tratta di un’idea innovativa, che mette in pratica ogni giorno un modello di società mostrando concretamente che può funzionare, che può esserci un modo diverso di accogliere l’altro, garantendo sostenibilità dell’impresa e lavoro a chi ne ha bisogno.

Insieme a tutto questo, c’è anche un altro aspetto decisivo per la bontà del progetto: l’educazione ad esercitare in maniera consapevole il proprio ruolo di consumatori. La creazione di un’intera filiera del riciclo infatti permette di sviluppare certamente economia, ma anche di farlo nel rispetto del significato più profondo del termine ecologia.

Sono numerose infatti le attività collaterali che mettono in evidenza la volontà di andare in questa direzione: dallo svuotamento dei cassonetti per la raccolta dei vestiti, in collaborazione con Caritas Diocesana Bergamasca, fino al ritiro dell’olio alimentare usato e, di cartucce esauste per stampanti presso scuole, sedi istituzionali e aziende (progetto Ri.Ca.Ri.Ca).

“Abbiamo avuto l’idea di recuperare mobili e vestiti soprattutto per dare lavoro, – continua Federica – senza dare troppa attenzione a quello che prendevamo. Negli anni però abbiamo imparato sul campo a selezionare il materiale, per assicurarci che fosse recuperabile. Lo facciamo anche con i mobili: quelli non riutilizzabili li smontiamo e smaltiamo distinguendone le componenti”. Non è un meccanismo di immediata comprensione: “In quello che facciamo la gente risponde al bisogno di liberarsi delle cose, pensando che qualunque oggetto sia accettabile perché tanto lo sta donando a dei poveretti, – spiega – la nostra difficoltà è quella di far capire che stiamo parlando di esseri umani, e che il valore di un oggetto è tale per un italiano e per un immigrato”.

Non per soldi, ma per lavoro

Il salto di qualità ha portato con sé delle innovazioni, che dimostrano la serietà e l’attenzione al lavoro d’impresa che si sta facendo. Tra queste, spicca Rivestiti, una vera e propria boutique, un “distretto del vintage and second hand” – come lo definisce Federica – aperta per la vendita dei materiali di maggior pregio.

L’esperienza ha suscitato molto entusiasmo in città, anche per la capacità della cooperativa di immaginare costantemente nuovi strumenti di integrazione: nel negozio, una volta a settimana, due sarti di origine africana mostrano alle clienti e ai clienti modelli di vestiti appartenenti alla propria cultura, o adattano stoffe afro a modelli di vestiti occidentali e, in cambio del proprio servizio di volontariato, si formano frequentando un corso professionalizzante di sartoria.

“La nostra idea è innanzitutto contaminare la moda”, racconta soddisfatta Federica, e l’idea pare aver successo avendo centrato a pieno quello che il cliente cerca, coerentemente con la moda del momento.

Proprio grazie a intuizioni come queste, l’evoluzione del progetto continua proporzionalmente all’allargamento della clientela: “All’inizio si trattava quasi esclusivamente di migranti, mentre adesso i punti vendita sono frequentati anche da cittadine e cittadini bergamaschi, così come fungono pure da fonte di materie prime per molti organizzatori di mercatini di rilavorazione o di recupero creativo”.

L’evoluzione più interessante tuttavia sembra essere proprio quella della clientela migrante, che arriva a creare un doppio ciclo economico. In molti acquistano il materiale dal mercatino per rivenderlo nel proprio paese di origine, sostituendo la merce alle classiche rimesse e generando così meccanismi di emancipazione per le proprie famiglie.

Sono in tanti a farlo, al punto che Federica è in grado di distinguere varie modalità in cui avviene: “Alcuni, soprattutto le donne dell’Est, vengono a comprare al dettaglio e poi spediscono attraverso pullman vestiti, peluche, piatti e altri oggetti, che poi vengono rivenduti; i boliviani riempiono interi container di mobili visto che i vestiti non possono entrare, mentre i nord africani fotografano la merce per permettere a chi è a casa di sceglierla e, se i costi di acquisto, trasporto e dogana sono convenienti, la spediscono con camion”.

Era inevitabile chiedere a Federica se la percezione di quello che fanno, da parte della città, fosse cambiata con le evoluzioni politiche degli ultimi tempi, ma lei assicura che i meccanismi di funzionamento di Triciclo non sembrano esserne stati scalfiti. Sicuramente non è semplice, “in molti pensano che i rifugiati vogliano stare da noi, che vogliano essere accolti senza lavorare nella nostra società. Quello che non si sa – spiega – è che per la gran parte dei migranti integrarsi nel tessuto lavorativo è impossibile per motivi burocratici e normativi: fino a che non vengono regolarizzati, non possono trovarsi un lavoro, anche se lo vogliono. I tempi di attesa e le procedure burocratiche sono così lunghi e articolati che alla fine loro non possono lavorare”.

Certo, anche tempi celeri non sarebbero sufficienti a risolvere un problema che richiede risposte politiche: la cooperativa Ruah, insieme alla Caritas, gestisce una porzione dell’accoglienza nella provincia di Bergamo, che ha una platea di riferimento di circa 800 persone. Non basta un solo progetto come questo a costruire condizioni di stabilità che facciano crollare la diffidenza, “quello che servirebbe sono degli incentivi alle aziende affinché rifugiati e migranti siano inseriti in percorsi lavorativi”.

La tendenza a crescere del laboratorio fa ben sperare anche per le prossime evoluzioni, come quella dell’e-commerce: “Ci stiamo pensando, anche se non immediatamente. L’idea è quella di sviluppare canali digitali per dare evidenza agli oggetti di maggior valore. Ma pensiamo perlopiù alla vendita all’estero, soprattutto per i vestiti all’ingrosso: al momento siamo in contatto con delle piccole aziende a conduzione familiare in Senegal”. Anche in questo, Triciclo e, in generale, la cooperativa Ruah con tutti i suoi progetti, ci mostrano come si possa aiutare qualcuno a casa sua e contemporaneamente a casa nostra, offrendo servizi utili alla comunità, all’ambiente e anche all’umore di un paese che è troppo arrabbiato per rendersene conto.

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