mercoledì, Marzo 3, 2021

Per la ripresa non bastano i soldi, servono anche regole efficaci: nel Recovery plan ci sono?

Gli annosi limiti della burocrazia italiana mettono a rischio l'efficacia degli stanziamenti del Piano: i tempi troppo lunghi delle procedure non vanno d'accordo con quelli indicati dalla Commissione

Daniele Di Stefano
Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

I soldi non sono tutto, neanche quando si parla di Recovery plan. Abbiamo scritto dei fondi destinati all’economia circolare e alla sostenibilità, ma oltra al fattore “quanto”, c’è il fattore “come” e “quando”: insomma le norme e la burocrazia. Lo diciamo con le parole di Ermete Realacci, presidente d Fondazione Symbola: “Oggi per avere, ad esempio, le autorizzazioni per un impianto eolico, quando va bene, ci vogliono 5 anni. Ma l’Europa ci dice che entro due anni dal finanziamento devi cominciare a realizzare le cose, ed entro 6 devi averle concluse”. Altro esempio tipico sono i tempi lunghissimi per l’emanazione dei decreti end of waste (EoW) che condizionano la crescita delle imprese dell’economia circolare. Oppure i decreti attuativi sulla preparazione al riutilizzo attesi da più di dieci anni.

Le semplificazioni per la Pubblica amministrazione

Riforme e semplificazioni nel Piano nazionale di ripresa  e resilienza ci sono, ma sono sufficienti? Vediamo intanto cosa è previsto. E anticipiamo subito che su questo tema il Piano, come e forse più che per il resto delle questioni, è abbastanza vago, indica il campo su cui agire ma non dettaglia le misure con le quali farlo. Un limite legato probabilmente al taglio programmatico di un documento per uso interno, che però richiama alla memora tante delusioni legate al noto affetto annuncio cui poi non seguono i fatti promessi.

La missione 1 del Piano, “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, ha tra i propri obiettivi proprio “favorire una svolta radicale nella Pubblica amministrazione (PA) promuovendo l’innovazione, le capacità, le competenze, il merito”. Anche attraverso una “semplificazione sistematica dei procedimenti amministrativi, riducendone tempi e costi”. Con impatti che investirebbero, ovviamente, anche l’economia circolare. La crescita digitale e la modernizzazione della PA “si sostanzia – leggiamo nella bozza consegnata ai ministri – da un lato nella digitalizzazione della Pubblica amministrazione e nel rafforzamento delle competenze digitali del personale della PA, dall’altro nel rafforzamento e nella riqualificazione del capitale umano nella PA e in una drastica semplificazione burocratica”. Il Piano prevede, per velocizzazione i procedimenti complessi “legati ad infrastrutture, opere pubbliche, impianti produttivi, valutazioni ambientali, transizione energetica, edilizie urbanistiche e paesaggistiche”, di mettere in campo “pool di esperti multidisciplinari”. Tra gli strumenti sul tavolo, e in questo caso ci sono alcune indicazioni in più, “la semplificazione, reingegnerizzazione e integrale digitalizzazione delle procedure per edilizia ed attività produttive attraverso la digitalizzazione del front office e del back office e l’interoperabilità dei flussi documentali tra amministrazioni”.

E quelle per transizione ecologica ed economia circolare

Venendo più allo specifico della missione 2 dedicata alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, torniamo all’esempio di Realacci. Il Pnrr promette la “semplificazione delle procedure di autorizzazione per gli impianti rinnovabili onshore e offshore e la definizione del nuovo quadro giuridico per sostenere la produzione da fonti rinnovabili innovative con proroga dei tempi e estensione del perimetro di ammissibilità agli attuali regimi di sostegno”. Ricordiamo che in questo campo lo snellimento era stato già promesso col Decreto semplificazioni, che però ha scontentando gli operatori del settore.

Ancora semplificazioni sono previste per la normativa “relativa al Piano nazionale degli interventi nel settore idrico” e per le “procedure connesse ai progetti di dissesto e forestazione e valorizzazione dei residui vegetali ottenuti dagli interventi di gestione forestale”.

Viene poi annunciata una “strategia nazionale in materia di economia circolare” proposta dal Ministero dell’Ambiente “nei prossimi mesi”, che “si baserà su un intervento di riforma normativa, denominato Circolarità e tracciabilità”.  Obiettivo, di nuovo, “promuovere la semplificazione amministrativa in materia di economia circolare e l’attuazione del piano d’azione europeo”. Forse si parla qui dei citati decreti EoW: “Sarà modificata la normativa per il riconoscimento della fine della qualifica di rifiuto per numerose tipologie di materiali prodotti nella filiera del riciclo e per accelerare i procedimenti autorizzativi degli impianti e del loro esercizio”. Riciclo ma anche riuso, con “misure normative, coerenti con le direttive e gli obiettivi europei, per favorire il riuso/recupero dei prodotti e la promozione di nuovi sistemi gestionali”.

Leggi anche: Nel Recovery potevano esserci più fondi per il green”. A colloquio con Ermete Realacci

Attese deluse

Cosa pensano i diretti interessati di queste indicazioni? La Rete nazionale operatori dell’usato, per bocca del presidente Alessandro Stillo, fa arrivare la propria delusione, e lamenta non solo “l’assenza di risorse ma anche di strumenti per il sostegno concreto del riutilizzo e dell’end of waste”. Reclama la necessità di un coinvolgimento nel processo decisionale e presenta già una lista di misure, in parte a costo zero, che avrebbe voluto leggere nel Pnrr: “Semplificazione normativa, riconoscimento della figura dell’operatore dell’usato, agevolazioni sul piano contributivo per far emergere l’informalità, premialità sulla tariffa rifiuti e IVA agevolata per le attività dell’usato, unitamente alla creazione di aree di libero scambio per l’ambulantato debole”.

Al di là delle risorse economiche “comunque esigue per il comparto, nel Recovery Plan manca una precisa visione industriale del settore, se si esclude un vago richiamo ad una futura possibile strategia nazionale sull’economia circolare”, fa sapere Elisabetta Perrotta, direttore FISE Assoambiente, l’associazione che rappresenta le imprese private che gestiscono raccolta, trasporto, riciclo e smaltimento dei rifiuti. “Manca una indicazione degli strumenti economici da introdurre per rafforzare il mercato del riciclo e del riutilizzo ed il quadro delle ‘riforme’ appare decisamente debole”. La semplificazione, prosegue Perrotta, “è senz’altro un ingrediente indispensabile per dare slancio all’intero settore, senza il quale la realizzazione di infrastrutture necessarie alla concretizzazione dell’economia circolare, che ha nell’impiantistica per il trattamento e la valorizzazione dei rifiuti uno snodo cruciale, rimane eccessivamente difficoltoso e oneroso”. Prima di tutto è necessaria, però, “una visione proiettata al futuro, in modo da ridefinire le regole per il sistema delle imprese che operano nella gestione rifiuti: regole certe, chiare e stabili”. Purtroppo, si legge tra le righe, siamo stati abituati ad altri trattamenti.

Non molto diverso il parere di Livio de Santoli, presidente del coordinamento FREE (Fonti rinnovabili ed efficienza energetica): “Ha prevalso un approccio ‘ragionieristico’, dove oltretutto l’azione politica ‘meno incentivi, più infrastrutture’ è stata tradotta in investimenti non organici e probabilmente neppure perfettamente inerenti con l’obiettivo definito in sede europea che potrebbero comportare più di una perplessità in Europa”. L’economia circolare, precisa, ”vero motore del processo di decarbonizzazione, è relegata in uno spazio marginale e riguarda solo la realizzazione di impianti per la valorizzazione dei rifiuti”. Le rinnovabili, poi, le cui problematiche abbiamo già tirato in ballo, secondo de Santoli “sono date per scontate, come se non avessero problemi, come se non ci fossero obiettivi importanti da raggiungere nei prossimi dieci anni assolutamente impensabili in mancanza di semplificazione autorizzativa e di sviluppo industriale”.

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