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sabato, Aprile 13, 2024

Rifiuti tessili, un mercato tutto da costruire per quelli non riutilizzabili

Una filiera concentrata sul riuso, in cui i rifiuti tessili che non possono prendere questa via si perdono - non di rado letteralmente - per strada. Una sfida per il PNRR e per la nascitura responsabilità estesa del produttore

Antonio Pergolizzi
Antonio Pergolizzi
PhD in Scienze Sociali, laurea in Scienze Politiche e master in Relazioni Internazionali. Analista ambientale, esperto di (eco)mafia e corruzione e in genere di Compliance e Public Affaires, è Advisory per Ref Ricerche e consulente di enti pubblici (tra cui il Commissario Straordinario per le bonifiche presso la Presidenza del Consiglio dei ministri) e privati. È membro dell’Osservatorio Antimafia della Regione Umbria, insegna e fa ricerca in diverse università e svolge docenze in numerosi master e percorsi formativi, sia accademici che professionali. Dal 2006 è tra i curatori del Rapporto Ecomafia di Legambiente

Come sanno pure i muri, l’impronta ecologica del settore tessile equivale a quella di un tirannosauro. Secondo il Circular Economy Action Plan della Commissione Europea, il tessile è il quarto settore per maggior impiego di materie prime “primarie” e acqua (dopo alimentare, costruzioni e trasporti) e il quinto per emissioni di gas effetto serra. I dati pubblicati dalla Commissione Europea e dal Parlamento Europeo mostrano che l’industria tessile è responsabile del 10% delle emissioni mondiali di gas a effetto serra, più dell’intero trasporto aereo e marittimo messi insieme.

L’impatto non riguarda solo la produzione e il pre-consumo ma, soprattutto, il post-consumo, ovvero la produzione di rifiuti, che finora ha alimentato prevalentemente le discariche lecite e illecite di mezzo mondo, dando altro carburante ai trafficanti di rifiuti. È ancora fresca l’immagine del deserto Atacama, in Cile, letteralmente seppellito da miglia e migliaia di tonnellate di stracci provenienti prevalentemente da Europa e Usa. Tornando in Italia, secondo la recentissima (settembre 2022) “Relazione finale su rifiuti tessili e indumenti usati” della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati (Commissione Ecomafie) “la presenza di realtà illecite strutturate nel settore della raccolta e recupero degli indumenti usati e dei rifiuti tessili è un fatto conclamato, che è stato dichiarato e descritto da operatori delle filiere nonché da autorità giudiziarie e polizie giudiziarie”.

Ma cosa s’intende per rifiuti tessili?

Almeno nel nostro Paese, per rifiuti tessili provenienti dal circuito degli urbani si intendono le frazioni tessili (EER 200111) e l’abbigliamento (EER 200110), distinzione spesso arbitraria e meramente formale dal lato della raccolta, considerato che i gestori effettuano le raccolgono insieme. La differenza scatta subito dopo, alla prima selezione, visto che l’abbigliamento ha di solito un valore maggiore per i canali dell’usato e del recupero rispetto alle generiche frazioni tessili.

Sulla qualificazione delle singole frazioni, soprattutto dal lato produttivo, spesso emergono confusioni in merito alla generica definizione di pre-consumo, per taluni comprendente sia rifiuti che sottoprodotti, a seconda della qualità del materiale. In verità l’unica distinzione valida è tra rifiuti, sottoprodotti (che non sono mai stati classificati come rifiuti e derivano da un’attività produttiva e rispondono ai requisiti definiti dall’art. 184 bis del TUA) ed end of waste, questi ultimi rifiuti in origine che hanno cessato la qualifica di rifiuti ai sensi dell’art. 184 ter del TUA. Tutto il resto serve solo a fare confusione. Quindi, se un opificio produce dei ritagli, dei cascami o avanzi può classificarli come sottoprodotti (se rispetta i requisiti stabiliti dal TUA), anche se per farlo è necessario, in concreto, che si sia attivata una catena del valore (soprattutto un mercato), altrimenti non avranno altro destino che quello di essere classificati come rifiuti (e magari dopo un processo di trattamento diventare end of waste).

Quindi? A sancire la qualifica di rifiuto o di sottoprodotto non è, quanto meno in fase produttiva e in via generale rispettando le regole del TUA, un caratteristica intrinseca/merceologica del materiale in sé ma una situazione di fatto, un contesto, che può essere virtuoso o meno. È soprattutto il contesto che determina il tipo di classificazione, almeno in questo caso. Considerazione che dovrebbe far comprendere, immediatamente, l’importanza di attivare opportune forme di osmosi industriale al fine di prevenire la stessa produzione di rifiuti.

Ricordiamo che il pacchetto di direttive europee sull’economia circolare ha stabilito che ogni Stato membro dovrà istituire la raccolta differenziata dei rifiuti tessili entro il 1° gennaio 2025 (art.11, comma 1 della Direttiva Europea 2008/98 come modificata dalla 2018/851). E l’Italia ha anticipato la data al 1° gennaio 2022 (art. 2, comma 3, lettera a), 6 quater del D.Lgs. 116/2020).

Stando ai dati Ispra, in Italia nel 2019 sono stati e intercettati circa 157,7 mila tonnellate di rifiuti tessili provenienti dai circuiti degli urbani, stabilmente intorno allo 0,8-0,9% del totale dei rifiuti differenziati, ma in crescita del 22% rispetto ai volumi raccolti nei 2015 e destinati a crescere ulteriormente dal 2022 con l’introduzione dell’obbligo di raccolta differenziata dei rifiuti tessili di origine urbana. Sfugge dal conferimento la frazione destinata direttamente al riuso, quindi alle donazioni (tecnicamente un non rifiuto), soprattutto tramite canali Onlus e cooperative sociali.

Leggi anche: Andrea Fluttero (Unirau): “Ecco cosa ci aspettiamo dall’EPR per i rifiuti tessili”

rifiuti tessili

A questi vanno aggiunti i rifiuti speciali generati dal settore produttivo tessile, che fanno parte della famiglia dei codici EER 04 (rifiuti della lavorazione di pelli e pellicce e dell’industria tessile, Ispra 2022) che sempre nel 2019 si sono attestati a oltre 643 mila tonnellate, poco più dello 0,4% sul totale prodotto dalle imprese o comunque da utenze non domestiche. Per la precisione, alla famiglia dei codici 04 (materiali compositi – EER 040209 – e rifiuti da fibre tessili grezze – 040222) vanno aggiunti gli imballaggi in materia tessile (EER 150109) e i rifiuti tessili prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti (EER 191208). Una pletora di codici sfuggiti alla gestione delle aziende di raccolta dei rifiuti e destinati alle discariche.

Spiega Jessica Tuscano, ricercatrice dell’ISPRA: “I rifiuti tessili prodotti dalla manifattura nazionale e dichiarati nel MUD relativamente al 2019, dato pre-pandemia, sono circa 60 mila tonnellate”. Il riferimento è ai soli rifiuti da fibre tessili (04 02 21 rifiuti da fibre tessili grezze, secondo il CER-Catalogo Europeo dei Rifiuti; e 04 02 22 rifiuti da fibre tessili lavorate).

In questo numero, precisa, non sono compresi i fanghi di produzione derivati dal trattamento degli effluenti (“23 mila tonnellate circa”). Un indicatore che si avvicina di più alla quantità effettiva di rifiuti prodotti dal settore, perché include anche gli scarti dei piccoli produttori che non presentano il MUD, è quello delle quantità gestite dagli impianti di trattamento: circa 100 mila tonnellate, nel 2019 (CER 04 02 21 e 04 02 22). La differenza tra le 60 mila tonnellate dei MUD e le 100 mila degli impianti la fanno appunto i piccoli produttori (al netto dell’export, circa 4 mila tonnellate, e dell’import, 550 tonnellate).

Che fine questi rifiuti speciali? Secondo l’Ispra, “Il 73% viene riciclato, il 27% smaltito in discarica o avviato a recupero energetico”.

Come sono stati gestiti, fino a oggi, questi rifiuti tessili?

Per ragioni che diremo dopo, i rifiuti tessili provenienti, invece, dal circuito degli urbani (quindi nell’ambito della privativa) sono sempre stati confinati nel limbo delle raccolte dei rifiuti, un po’ esibite come buone pratiche (dai pochi), un po’ lasciate al loro destino (dai molti). Nell’assenza di una strategia e di una visione d’insieme (a ogni livello territoriale e istituzionale) è finita per affermarsi una strana congettura, in capo ai gestori del servizio di raccolta e ai Comuni, che considera i rifiuti tessili alla stregua di capi e abbigliamento destinati al riuso, soprattutto per fini solidaristici. Come se tutto fosse indossabile e destinato all’abbigliamento, ma non lo è.

Rimanendo sul dato ufficiale Ispra, delle 150.000 tonnellate/anno raccolte in maniera separata all’interno del perimetro dei rifiuti urbani, secondo gli operatori del settore circa la metà va al riuso (previa preparazione al riuso), ovvero 65-75.000 tonnellate, di cui circa il 7% (cosiddetta crema) rimane in Italia e ha come destinazione il second hand, il resto (ossia 2a e 3a scelta) va prevalentemente ai mercati esteri (nel primo caso, soprattutto paesi Est Europa, nel secondo soprattutto nei paesi africani). Allo stesso tempo, tutto ciò che non è destinato dall’inizio al riuso finisce per perdersi miseramente nell’indifferenziato, quindi destinato alle discariche (prevalentemente) oppure (saltuariamente) a termovalorizzazione (ma solo nei contesti dove sono presenti impianti). Analisi merceologiche effettuate (e tenute riservate) da alcuni gestori hanno rilevato nella raccolta delle indifferenziate percentuali di tessile che oscillano tra il 15% e il 25%. Quindi, uno spreco enorme di risorse con costi ambientali altissimi.

Un ruolo cruciale nella catena del valore degli scarti tessili lo svolgono i selezionatori, sono loro il vero motore del recupero (sia come preparazione al riutilizzo che come riciclo) e quelli che generano il vero valore. Al contrario di come si può immaginare, il più ampio margine di valore lo estraggono proprio i selezionatori con la loro semplice attività, prevalentemente manuale, usando i polpastrelli come selettori infallibili. Il loro obiettivo principale è intercettare la crema per il mercato del second hand italiano (soprattutto negozi e mercati del vintage nei grandi centri urbani), una vera caccia al tesoro, l’unica frazione in grado di garantire i margini economici necessari per gestire la seconda e la terza scelta. Queste due vanno quasi esclusivamente ai mercati esteri, non di raro camuffando operazioni di dumping ambientale, semmai posticipando di poco il momento dello smaltimento in suolo straniero, se non quando veri specchietti per le allodole per traffici illeciti di rifiuti (camuffati, appunto, da ammirevole second hand).

In ogni caso, quello del riuso continua a rimanere l’unico segmento sul quale si è costruita fino a oggi una catena del valore, che ha sin da subito assunto una marcata connotazione sociale e solidaristica, grazie all’egregio lavoro di associazione e cooperative, che hanno raccolto con una fava due piccioni: sottratto flussi di rifiuti dallo smaltimento e risposto a bisogni ed esigenze concrete di chi si trova in difficoltà.

Per capire i margini di guadagno attivati dalla selezione iniziale basti guardare alle cifre dell’usato pubblicate nella Borsa di Prato. Se il sacchetto chiuso varia tra 1-1,30 euro (prima qualità) e 0,30-0,50 (seconda qualità), la selezione fa lievitare i prezzi fino a 21.000 euro + Iva per le frazioni a maglia selezionate in cachemire ai 900 € per lana mista (vari colori da classificare), 100 € + Iva per tessuti misto cotone leggero e ancora 30 euro/ton per misto cotone pesante, etc.: senza la prima selezione quel margine di valore sarebbe andato disperso, magari seppellito in una discarica oppure incenerito e ridotto in tossine.

Leggi anche: Per sbloccare gli impianti dei rifiuti arrivano i poteri sostitutivi. Ma resta l’incertezza

La filiera dell’usato

In Italia gli operatori dell’usato rappresentano oggi circa 50 mila microimprese ambulanti (che nel caso degli indumenti sono integrate a filiere tracciate e strutturate), da circa 3 mila negozi in conto terzi, provando a stare sul mercato in un contesto non sempre facile e con diversi e accaniti competitors. Tra questi ci sono i centri del riuso di solito gestiti dai Comuni (in sinergia con i gestori della raccolta), che operano prevalentemente a titolo gratuito e con finalità di mero scambio tra privati. Realtà meritorie di sottrarre flussi consistenti alle discariche ma allo stesso tempo – sostengono gli operatori dell’usato rappresentati dalla Rete ONU – capaci di drenare al mercato del riuso flussi significativi di beni, intaccando soprattutto la crema, che è – come già detto – la frazione che reggerebbe tutto il mercato del riuso.

In questo contesto, il Ministero per la Transizione ecologica (Mite) ha destinato ai Comuni una quota dei fondi del PNRR per i centri di riuso, intesi come chiusura del ciclo di raccolta differenziata. A questi si aggiungo le iniziative di molti operatori commerciali, soprattutto in franchising, che stanno attivando formule di reverse logistic o take back istallando presso gli esercizi commerciali dei punti di raccolta dell’usato, in alcuni casi prevedendo degli sconti sull’acquisto di prodotti nuovi. Casi del genere si stanno moltiplicando, su tutti i giganti Decatlon e Ikea, che hanno addirittura aperto degli spazi per la vendita di prodotti usati.

A ciò si aggiunga l’imminente arrivo di uno schema di responsabilità estesa del produttore (EPR) per i tessili, probabilmente insieme ai mobili e ai materassi. Anche in questo caso per tutti i capi che diventeranno rifiuto la regia sarà in mano ai produttori e importatori, escludendo gli altri. Sarà interessante capire che tipo di EPR ci sarà, considerato che non sarà semplice trovare una facile quadratura tra gli opposti interessi. Quindi, la gestione dei fondi del contributo ambientale genererà conseguenze sul meccanismo dei costi/corrispettivi, che al momento si possono solo ipotizzare. L’importante è che il futuro schema di EPR serva a gestire meglio i rifiuti prodotti in una logica del chi-inquina-paga, non certo per creare nuovi segmenti di mercato per i produttori/importatori, considerato che per questo ci sarebbero altri strumenti economici a disposizione. In tal senso, l’ipotesi stessa ventilata da alcuni operatori che il prossimo EPR possa includere anche semilavorati e sottoprodotti rappresenterebbe una contraddizione in termini, dovendosi solo trattare di rifiuti e di nient’altro.

In attesa che l’EPR diventi realtà, alcuni attori hanno giocato d’anticipo:

  • Il Sistema Moda Italia si sta attivando con un suo piano industriale e di vera costruzione di una filiera autonoma tramite il consorzio RE Tex Green;
  • Ecoremat ed Ecotessili sono altri due consorzi promossi da Federdistribuzione, che rientrano nella galassia di Ecolight, consorzio già attivo nei RAEE;
  • Un quarto consorzio è quello di Cobat tessile costituito da: sul fronte produttori, dai F.lli Campagnolo Spa, Leva Spa, Remmert Spa e dalla società attiva nel settore del riciclo Tintess Spa; dalla parte delle associazioni, CNA, Confartigianato, Casartigiani e Confindustria Toscana Nord.

Una manovra a tenaglia, da parte dei Comuni/gestori (tramite i centri del riuso) e dei produttori di beni che sta mettendo in allarme la Rete ONU. Alla fine, il rischio è che della crema per il mercato dell’usato non rimanga che la lisca, come è capitato al vecchio Santiago, il protagonista del Il Vecchio e il mare, celebre romanzo di Ernest Hemingway.

Leggi anche: Karina Bolin (Rete ONU): Sull’EPR tessili l’Italia aspetti l’Europa

La frazione non riutilizzabile

Per tutto ciò che, invece, non può comunque essere destinato al riuso si aprono tre strade: la prima è il passaggio a un secondo livello di selezione, capace di generare altro valore dall’assembramento degli scarti in frazioni omogenee, per tessuto e colore; la seconda è l’avvio mesto verso forme di smaltimento; la terza è, come accennato all’inizio, l’attivazione di circuiti informali, con rotte verso i pasi africani, con finte classificazione di semplici abiti usati, quindi un classico meccanismo di dumping ambientale.

Rispetto al primo caso, a spingere verso questa ulteriore selezione è principalmente il tentativo di evitare i costi di smaltimento per la frazioni non riutilizzabili. I selezionatori di secondo livello spesso si trovano in India o Pakistan e persino in Cina e operano attraverso il lavoro manuale, quindi con l’impiego di una buona dose di manodopera (non altamente qualificata e mal pagata), che serve a creare balle omogenee rispetto ai materiali e ai colori, destinate alla manifattura internazionale. Una parte di questa selezione arriva dal nostro paese e, dopo la selezione, rientra nei distretti nostrani, su tutti quello di Prato, specializzato nel rigenerato di lana e cachemire.

Un contesto tutto sommato comodo per molti gestori della raccolta dei rifiuti solidi urbani, che li ha aiutati a deresponsabilizzarsi su questa filiera, avendo volentieri assecondato questa spinta sociale (quanto, ipocritamente non è dato sapere), liberandosi dall’onere di dover provvedere tout court alla loro gestione. In questo modo l’intero segmento del riciclo è stato abbandonato al suo destino e, come già accennato, se si è attivato qualche circuito è accaduto solo a rimorchio del mercato dell’usato, quasi come una esternalità negativa di questo. Il risultato è stato, lo ripetiamo ancora una volta, la mancata attivazione di una vera filiera del riciclo, autonoma e integrata con i circuiti dell’usato, che dovrebbe essere la seconda e imprescindibile stampella per la costruzione della catena di valore sui prodotti tessili post consumo.

Ancora oggi, infatti, nonostante l’obbligo di raccolta differenziata scattato dal 1° gennaio 2022, la gran parte degli operatori fa ricorso all’affidamento verso terzi per la raccolta degli indumenti usati, solo quelli, lasciando che il resto degli scarti tessili finisca nell’indifferenziato, quindi escludendo qualsiasi percorsi di recupero di materia. Un obbligo assolto solo in parte, anche se in pochi sembrano accorgersene.

Leggi anche: Rifiuti tessili: aspettando la responsabilità estesa del produttore, arrivano i consorzi

Conclusioni

Dunque, il recupero di materie da frazioni non riutilizzabili è il vero mercato da costruire, mercato che come accade per le altre frazioni di rifiuti, richiede interventi di regolazione ad hoc, utili per accompagnare e sorreggere i nuovi modelli di business circolari.

Certamente il settore tessile in fatto di sinergie non parte da zero. Può vantare dalla sua di avere una quasi innata vocazione distrettuale, considerato che più del 60% delle imprese tessili sono situate in Toscana, Lombardia, Veneto e Piemonte. Questo vuol dire che nel nostro Paese si continua a produrre in loco, nonostante la delocalizzazione abbia lasciato i suoi effetti.

Il combinato disposto di questi due elementi potrebbe portare a forme concrete di osmosi industriale, laddove la produzione di scarti di settori diversi ma complementari potrebbero risolvere la cronica assenza di materie prime e allo stesso tempo ridurre i costi di gestione degli scarti.

Accanto al sostegno alle politiche sul riuso, insomma, il recupero di materia per la produzione di semilavorati e manufatti dovrebbe essere la prossima priorità sulla strada della transizione ecologica. Basterebbe per esempio che venissero finalmente applicati dalle stazioni appaltanti i Criteri Ambientali Minimi (CAM) in vigore dal 2021 (Dm 30 giugno) per orientare la spesa pubblica (Green public procurement) verso prodotti tessili di riciclo. Basterebbe, appunto.

© Riproduzione riservata

 

[Questo contrubuto è stato pubblicato nel Quaderno di EconomiaCircolare.com “Sfide per un tessile circolare. Dall’ecodesign alla seconda vita dei materiali“]

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