mercoledì, Ottobre 21, 2020

“Rifò” un abito, ma usando gli stracci: a Prato tornano i cenciaioli

Vecchi abiti diventano tessuti. Attorno a Prato una filiera virtuosa riporta in auge il lavoro dei “cenciaioli”. Dall'intuizione di un giovane imprenditore che torna dal Vietnam con una idea tanto semplice quanto innovativa: ridare vita ai tessuti da buttare, per una moda a impatto zero

Sara Dellabella
Sara Dellabella
Giornalista freelance. Attualmente collabora con Agi e scrive di politica ed economia per L'Espresso. In passato, è stata collaboratrice di Panorama.it e Il Fatto quotidiano. È autrice dell'ebook “L'altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni” (edizioni Quintadicopertina) che ha vinto il premio Piersanti Mattarella nel 2015; nel 2018 è co-autrice insieme a Romana Ranucci del saggio "Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter" (edizione Ponte Sisto).

Rifò nasce nel 2017, grazie a un crowdfunding di appena 11.800 euro, con l’idea di creare abiti alla moda, utilizzando l’antico processo di recupero dei materiali tessili della tradizione pratese. L’idea viene a Niccolò Cipriani, volontario in Vietnam, in un progetto della Nazioni Unite che gli ha dato la possibilità di visitare alcune aziende tessili del territorio. “Lì mi sono accorto che esiste un problema di sovrapproduzione rispetto a quello che le persone comprano e poi consumano. Così ho iniziato a riflettere insieme a mio padre, che da sempre lavora nel settore tessile, su quali fossero le soluzioni” racconta. Da lì l’idea di tornare alle origini della città di Prato, valorizzando i rifiuti tessili che da sempre nella città toscana sono materia prima per i nuovi filati. Rifò oggi si occupa del coordinamento delle varie fasi di lavorazione dei tessuti, ma all’inizio Cipriani si occupava personalmente di andare a recuperare i vecchi maglioni.

Così vecchi tessuti vengono selezionati per colore, tagliati e stracciati per essere riconvertiti in fibre di lana. Dopodiché sono trasformati in filati, pronti per dare vita a nuovi capi di abbigliamento. Rifò confeziona capi sostenibili e on-demand, riducendo il problema della sovrapproduzione mondiale, presente anche nel settore tessile. Dalla raccolta degli abiti usati alla cucitura dei nuovi capi, quella ideata da Cipriani è una filiera che si svolge nel raggio di 30 chilometri dalla città di Prato e che oggi dà lavoro a 15 aziende del distretto tessile restituendo dignità ad un vecchio mestiere nato in un contesto di povertà.

Oggi della raccolta dei vecchi abiti si occupano le associazioni come Caritas ed Emmaus che hanno territorialità e autorizzazione a raccogliere. “Una parte lo rivendono a noi che iniziamo il processo di riciclo” – spiega Cipriani – La prima fase è quella di cernita per qualità e colore, poi avviene la sfilacciatura e la rifilatura. Dal rifilato si arriva al tessuto e alla riconfezione”. Così se l’anno scorso Rifò è stata in grado di raccogliere e lavorare 8000 kg di scarti tessili, quest’anno si punta al raddoppio, così come per il fatturato di questa azienda, che nel 2019, ha toccato quota 340 mila euro. I capi rigenerati sono venduti in prevalenza tramite gli store online (60 per cento), ma ci sono un centinaio di negozi in tutta Europa, soprattutto in Germania e Svizzera, che offrono ai propri clienti l’abbigliamento “rigenerato” realizzato da Rifò.

Ma alla domanda se questa filiera sostenibile goda di qualche finanziamento o aiuto statale, la risposta è negativa. Anche se sempre più aziende si stanno spostando verso una produzione circolare, gli incentivi a fare meglio e di più scarseggiano, nonostante da mesi “il green new deal” sia al centro del dibattito pubblico.

Ma le idee di Niccolò Cipriani non finiscono e da alcuni mesi sul sito dell’azienda campeggia un avviso per chi ha jeans o maglioni in cachemire vecchi o rotti. È possibile chiedere la riparazione o in cambio del vecchio maglione un buono da spendere sul sito per un capo nuovo. Nonostante il periodo della pandemia, Cipriani, racconta soddisfatto, che l’iniziativa sta avendo un buon numero di richieste, circa cinque al giorno e che nei cinque punti vendita di Natura SÌ (a Parma, Pistoia, Prato e Lucca) dove è possibile lasciare il vecchio jeans si reca almeno una persona al giorno. Segnale che la voglia di riciclare c’è e anche quella di essere anello di un circolo virtuoso all’insegna della sostenibilità. Così sono sempre più quelli che fin dal mattino, allo specchio, vogliono vedersi addosso abiti sostenibili, ma senza rinunciare alla moda.

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