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venerdì, Luglio 12, 2024

Trattato dell’alto mare firmato da 82 Paesi. Ecco perché è importante per la difesa degli oceani

Firmato da 82 Paesi il primo trattato internazionale per la protezione dell’alto mare ma per l'entrata in vigore mancano ancora le ratifiche dei singoli Stati. Ecco cosa prevede l'accordo, punto per punto, e come si inserisce nel contesto di altri provvedimenti in difesa degli oceani e del Pianeta

Silvia Santucci
Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell’Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediterraneo di Giornalismo ambientale “Laura Conti”. Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto “Foresta Modello” dell’International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico “Guido Polidoro”

L’entrata in vigore dell’High Seas Treaty, il primo trattato internazionale per la protezione dell’alto mare si avvicina, o almeno la firma di 82 Paesi fa ben sperare. Parliamo del primo accordo internazionale per la conservazione della biodiversità marina e la salvaguardia degli oceani del mondo che, dopo quasi vent’anni di negoziati, è stato aperto alle firme lo scorso 20 settembre presso la 78esima Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il trattato è uno strumento giuridicamente vincolante nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 – in vigore dal 1994 –, che finora ha regolato la gestione delle attività in mare e la tutela della biodiversità marina: in questo senso, l’accordo intende colmare le lacune ed implementare gli obblighi già previsti dalla Convenzione.

L’obiettivo principale è affrontare la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina nelle aree al di fuori della giurisdizione nazionale, aree che coprono oltre due terzi dell’oceano.

Quanto manca perché il trattato entri in vigore?

L’accordo raggiunto dai delegati dell’Intergovernmental Conference on Marine Biodiversity of Areas Beyond National Jurisdiction, meglio conosciuta con il suo acronimo BBNJ è, lo dicevamo, il culmine dei negoziati iniziati nel 2004 e facilitati dalle Nazioni Unite.  

L’accordo sul testo è arrivato il 5 marzo 2023, mentre lo scorso 19 giugno, è stato approvato dai rappresentanti dei 193 paesi delle Nazioni Unite, sancendo così la nascita ufficiale del documento ma non la sua entrata in vigore.

Lo scorso 20 settembre, al primo giorno di assemblea, è stato firmato da 67 Paesi, tra cui Stati Uniti, Cina, Australia, Regno Unito, Francia, Germania e Messico, oltre all’Unione europea. Al momento in cui si scrive l’accordo ha raccolto 82 firme di Paesi da tutto il mondo, comprese quelle di 12 Stati africani, 18 Stati dell’Asia e del Pacifico, 10 Stati dell’Europa orientale, 16 dell’America Latina e dei Caraibi e 22 Stati dell’Europa occidentale, compresa l’Italia (in foto la firma di Maurizio Massari, Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a New York)

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Maurizio Massari, Rappresentante Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite a New York firma il Trattato d’alto mare. Fonte: Onu

La firma non è però vincolante per gli Stati ma serve solo per autenticare il testo. È  certamente però un primo passo verso la ratifica del trattato, cioè quando gli Stati accettano, ognuno secondo le proprie procedure, l’accordo e i diritti e doveri annessi, e il trattato assume efficacia giuridica.

Nel nostro Paese, ad esempio, come ricorda OpenPolis, è il presidente della Repubblica a ratificare i trattati. Si segue la procedura normale di approvazione diretta da parte del parlamento, per cui non è possibile deferire l’approvazione alle commissioni. È necessaria poi la controfirma dell’atto del presidente della Repubblica.

Il trattato entrerà in vigore 120 giorni dopo la ratifica da parte di almeno sessanta Paesi ma, si legge sul sito dell’Onu, “potrebbero volerci anni”. L’ONU ha dichiarato di sperare che tutti gli Stati membri aderiscano all’accordo.

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Cosa prevede l’accordo

L’obiettivo dell’accordo, si legge nel documento, è quello di “garantire la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica marina delle aree al di fuori della giurisdizione nazionale, per il presente e a lungo termine, attraverso l’effettiva attuazione delle disposizioni pertinenti della Convenzione e l’ulteriore cooperazione e coordinamento internazionale”.

I 75 articoli del trattato si impegnano a proteggere “l’alto mare” ovvero quelle acque che si trovano oltre le 200 miglia nautiche dalle coste (370 chilometri) e che non ricadono in nessuna giurisdizione nazionale, estendendo la protezione ambientale a queste aree, che costituiscono oltre il 60% degli oceani del mondo.

Si tratta di uno accordo ambientale ambientale definito da molti come “storico”, non solo per i già citati tempi di approvazione, ma perché intende proteggere gli ecosistemi marini, sempre più minacciati dall’uomo e invece fondamentali per l’equilibrio della vita sul Pianeta. 

L’ONU sul sito dedicato riassume la sua importanza in 5 punti chiave, che proviamo a riassumere dalla nostra prospettiva: 

1. Proteggere oltre i confini nazionali

Uno degli obiettivi più ambiziosi del trattato è tutelare il 30% degli oceani entro il 2030, attraverso la creazione di una rete di aree marine protette, mentre attualmente solo l’1,2% degli oceani è sotto protezione totale.

Mentre i Paesi sono responsabili della conservazione e dell’uso sostenibile dei corsi d’acqua sotto la loro giurisdizione nazionale, le acque internazionali acquistano ora un’ulteriore protezione da attività dannose come l’inquinamento e le attività di pesca non sostenibili.

Il trattato in sostanza “mira ad assumere la gestione dell’oceano per conto delle generazioni presenti e future, in linea con la Convenzione sul diritto del mare”: si pone l’obiettivo di proteggere, curare e garantire l’uso responsabile dell’ambiente marino, mantenere l’integrità degli ecosistemi oceanici e conservare il valore intrinseco della biodiversità marina. 

Regola inoltre l’accesso e l’uso delle risorse genetiche marine. Per “risorse genetiche marine”, specificano nel documento, si intende qualsiasi materiale di origine marina vegetale, animale, microbica o di altro tipo che contenga unità funzionali di ereditarietà di valore effettivo o potenziale. Si tratta in pratica di regolamentare l’acquisizione del patrimonio genetico di alcuni animali o vegetali che suscita enormi interessi economici da parte delle industrie farmaceutiche, alimentari, industriali e produttive, dal cui utilizzo derivano ingenti guadagni. 

2. Pulire gli oceani

Il trattato mira a rafforzare la resilienza e contiene disposizioni basate sul principio “chi inquina paga”, nonché meccanismi per governare le controversie. Secondo le disposizioni del trattato, le parti devono valutare i potenziali impatti ambientali di qualsiasi attività pianificata al di fuori delle loro giurisdizioni. 

L’85% dei rifiuti marini è costituito da plastica: secondo l’ultimo rapporto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG), nel 2021 più di 17 milioni di tonnellate di plastica sono entrate negli oceani del mondo e si prevede che le proiezioni raddoppieranno o triplicheranno ogni anno entro il 2040.

In questo, l’accordo potrebbe rivelarsi complementare al trattato globale per la plastica – di cui a novembre si terrà il terzo appuntamento in Kenya, – per andare a incidere a monte e a valle sull’inquinamento da plastica, che inizia ad essere considerata non solo un’emergenza ambientale ma anche legata ai diritti umani, come dichiarato dai relatori speciali delle Nazioni Unite lo scorso giugno. “Il contributo dell’inquinamento da plastica al cambiamento climatico è allarmante, ma spesso trascurato. Ad esempio, le particelle di plastica presenti negli oceani limitano la capacità degli ecosistemi marini di rimuovere i gas serra dall’atmosfera“.

Leggi anche: Salvamare, cosa prevede la legge che vuole liberare il Mediterraneo dalla plastica

3. Gestire in maniera sostenibile gli stock ittici

Secondo le Nazioni Unite, più di un terzo degli stock ittici mondiali è sovrasfruttato. Il nuovo accordo consentirà di istituire strumenti di gestione per conservare e gestire in modo sostenibile habitat e specie in alto mare e nell’area dei fondali marini internazionali.

Sottolinea, inoltre, l’importanza di costruire e diffondere una tecnologia marina, ossia quelle tecnologie sempre più sofisticate utilizzate per esplorazione, il monitoraggio e lo sfruttamento dell’ambiente marino. Su EconomiaCircolare.com vi abbiamo già raccontato diverse esperienze virtuose di pesca sostenibile, ma è evidente che è necessario un intervento normativo ben più ampio.

4. Abbassare le temperature

Lo scorso primo agosto la temperatura media globale della superficie degli oceani tra le latitudini di 60° Nord e 60° Sud ha raggiunto i 20,96 °C: la temperatura più alta mai misurata da quando esistono analisi accurate. Questo innalzamento della temperatura porta a tempeste più frequenti e intense, all’innalzamento del livello del mare e alla salinizzazione delle terre e delle falde acquifere costiere.

Il trattato offre una guida, anche attraverso un approccio integrato alla gestione degli oceani, per costruire la resilienza degli ecosistemi e renderli in grado affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici e dell’acidificazione degli oceani.

5. Raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030

Il nuovo accordo “è fondamentale per affrontare le minacce che incombono sugli oceani e per il successo degli obiettivi e dei traguardi legati agli oceani, compresa l’Agenda 2030”, ha dichiarato il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres.

Non a caso l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile (SDG) 14 mira, tra le altre cose, a prevenire e ridurre significativamente l’inquinamento marino di ogni tipo entro il 2025 e a porre fine alla pesca eccessiva, al fine di ripristinare gli stock ittici nel più breve tempo possibile.

Il trattato sarà anche qui un tassello fondamentale: gli obiettivi per il 2020 sul clima sono stati infatti raggiunti, ma secondo una Relazione speciale della Corte dei conti europea vi sono “scarsi segnali indicano che le azioni intraprese per conseguire gli obiettivi per il 2030 saranno sufficienti”.

Infine, il trattato tiene conto anche delle circostanze particolari in cui versano le piccole isole e i Paesi in via di sviluppo senza sbocco sul mare. Vengono riconosciuti i diritti e le conoscenze tradizionali delle popolazioni indigene e delle comunità locali, la libertà della ricerca scientifica e la necessità di una giusta ed equa condivisione dei benefici.

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Il deep sea mining e altre minacce per gli oceani

Come spiegato, il trattato sancisce poi un principio fondamentale per disciplinare lo sfruttamento delle risorse presenti nelle acque internazionali: questo significa anche che ogni progetto di estrazione in queste acque dovrà essere soggetto a una valutazione di impatto ambientale preventiva. 

Ma se da una parte il trattato sarà senz’altro uno strumento utile nella protezione della biodiversità marina, dall’altra notiamo che gli interessi di governi e industrie verso il deep sea mining, cioè l’estrazione di materie prime critiche dai fondali marini, si fa sempre maggiore. Si tratta di processi di estrazione che interessano “sedimenti che si sono depositati nei fondali marini in tempi lunghissimi il cui rilascio nell’ambiente marino e la loro dispersione nella colonna d’acqua può generare conseguenze ecologiche irreparabili”. Come spiegato da Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia, in una recente intervista su EconomiaCircolare.com.

Firmare un trattato per proteggere gli oceani ma aprire al loro sfruttamento, la contraddizione sembra evidente: un altro motivo per sperare che le ratifiche e le conseguenti approvazioni siano il più celeri possibili.

Leggi anche: L’estrazione di materie prime critiche si sposta in mare? Greenpeace: “Evitiamo l’errore fatto con le fonti fossili”

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