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venerdì, Maggio 31, 2024

Trattato globale sulla plastica: iniziano i lavori per il secondo round di negoziazione

I lavori si svolgeranno a Parigi dal 22 al 26 maggio. Arrivate le osservazioni degli stakeholders, dall’UNDP a Greenpeace all’OPEC

Giuseppe Ungherese
Giuseppe Ungherese
Laureato in Scienze Naturali e Dottore di ricerca in Etologia ed Ecologia Animale, con una specializzazione in ecotossicologia, dal 2015 è responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. In Greenpeace si occupa della campagna Detox - volta a trasformare le filiere produttive tessili verso la sostenibilità riguardo l’uso delle sostanze chimiche e l'applicazione dell'economia circolare - della contaminazione da PFAS e delle varie problematiche ambientali connesse all’abuso di plastica. E' inoltre autore del libro “Non tutto il mare è perduto” (2022).

Dal 22 al 26 maggio, Parigi ospiterà la seconda riunione del Comitato Intergovernativo di Negoziazione (INC) volta a sviluppare uno strumento legalmente vincolante sulla plastica (trattato globale sulla plastica). Come è noto, sin dalla risoluzione 5/14 approvata a marzo 2022 durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull’ambiente, lo strumento che deve essere sviluppato non dovrà focalizzarsi sulla sola gestione dei rifiuti a fine vita, bensì dovrà basarsi su un approccio olistico e onnicomprensivo che tenga conto di tutti gli impatti generati nel corso dell’intero ciclo di questi prodotti.

Proprio la scorsa settimana si è chiusa la finestra temporale che permetteva ai vari portatori di interesse (associazioni industriali, organismi internazionali, organizzazioni ambientaliste etc.) di inviare osservazioni, in forma scritta, con tutti quegli elementi ritenuti utili per il successivo lavoro del comitato di negoziazione. Gli Stati membri del comitato invece avranno tempo fino al prossimo 10 febbraio.

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Le osservazioni dell’UNDP e il taglio alla produzione plastica vergine

Dei numerosi documenti inviati, quello del United Nations Development Programme (UNDP) – il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, ovvero l’organismo che si occupa di realizzare i Goal di Sviluppo Sostenibile (SDGs) – segna un importante cambio di passo. Infatti, ritiene che l’obiettivo del trattato debba essere quello di ridurre al minimo ed eliminare gradualmente la produzione globale di plastica vergine, in particolare per la frazione monouso. Questa viene considerata come la misura più efficace per intervenire sull’inquinamento all’origine e fare in modo che tutta la plastica prodotta, fatta eccezione per alcune applicazioni in campo medico, sia generata a partire da materiale riciclato. Una soluzione che garantirebbe un forte sviluppo di una vera economia circolare delle materie plastiche (non solo il riciclo ma anche i modelli di riuso) e consentirebbe di ridurre gli impatti anche in termini di gas serra prodotti, mutuando l’approccio vincente già adottato col Protocollo di Montreal sulla protezione dell’ozono stratosferico da sostanze dannose.

Il tema della riduzione della produzione di materiale vergine compare in numerosi documenti inviati per i lavori preparatori al trattato globale sulla plastica: dalla Ellen MacArthur Foundation, da tempo in prima linea per contribuire a realizzare un’economia circolare delle plastiche, a Greenpeace, tra le organizzazioni ambientaliste più attive a livello internazionale proprio su questo tema.

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L’OECD e la tassa sulla plastica

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE o OECD) propone invece una serie di interventi a livello normativo, già al centro del recente report “Global Plastics Outlook: Policy Scenarios to 2060”, per azzerare l’inquinamento, migliorare la circolarità e, infine, diminuire le emissioni di gas serra associate all’intero ciclo di vita delle plastiche.

L’OECD propone due scenari, entrambi basati su un elemento chiave: l’introduzione di una tassa sull’uso di plastica. Con una tassa che cresce fino a 750 $ per tonnellata al 2060 (e che sarebbe di un terzo più alta per il packaging) il riciclo aumenterebbe fino al 40% e i rifiuti gestiti in modo scorretto si ridurrebbero del 60% rispetto allo scenario di riferimento. Con una tassa pari a 750 $ per tonnellata nel 2030 e fino a 1500 $ per tonnellata al 2060 – e che per il packaging dovrebbe essere di un terzo più alta – si otterrebbero risultati ancora più di rilievo, con un aumento del riciclo del 60% e una riduzione delle emissioni in ambiente (di fatto la dispersione in natura sarebbe riconducibile alle sole emissioni dirette di microplastiche).

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Life Cycle Analysis a sostengo del trattato sulla plastica

Di tutt’altro orientamento è invece l’OPEC, l’organizzazione che raggruppa le nazioni esportatrici di petrolio (materiale da cui gran parte della plastica vergine viene prodotta), che ritiene fondamentale focalizzarsi sulla corretta gestione dei rifiuti e chiede che vengano effettuati studi su base LCA (Life Cycle Analysis) oltre alla raccolta di altre evidenze sugli impatti sociali ed economici delle plastiche cosiddette “biodegradabili”. Un atteggiamento che sembra ricordare le tattiche già viste per negare i cambiamenti climatici e ritardare la transizione energetica. Un approccio su base Life Cycle viene richiesto anche dalla FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations), preoccupata non solo dal garantire l’accesso al cibo alla collettività ma anche della sicurezza alimentare (sono già numerose le ricerche che evidenziano la contaminazione da microplastiche in suoli e prodotti di origine vegetale).

Trattato sulla plastica sì, ma serve una giusta transizione

L’associazione dei Waste Pickers, ovvero quei lavoratori informali che nelle comunità più ai margini nel Sud del mondo hanno trovato una fonte di sostentamento proprio nella raccolta e selezione della spazzatura, chiedono che nel percorso che porterà alla fine dell’inquinamento sia garantita una giusta transizione per tutti i lavoratori, inclusi quelli privi di qualsiasi forma di tutela contrattuale. Anche secondo ILO (International Labour Organization) i temi della giustizia sociale devono essere integrati nello sviluppo di uno strumento giuridicamente vincolante.

Come emerge da questa panoramica, che non ha certo l’ambizione di includere tutte le osservazioni presenti nei documenti redatti dai vari stakeholders, il lavoro del comitato intergovernativo di negoziazione sarà complesso anche se alcuni elementi comuni costituiscono già degli ottimi punti di partenza intorno a cui definire uno strumento legalmente vincolante.

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