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lunedì, Maggio 27, 2024

La causa civile contro Eni per le sue responsabilità sulla crisi climatica

"Da sola Eni emette più dell'Italia": con questa e altre motivazioni Greenpeace, ReCommon e 12 persone citano Eni al tribunale di Roma. Il procedimento rientra nell'ambito delle climate litigation, i contenziosi climatici che provano a inchiodare alle proprie responsabilità Stati e aziende

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Eni emette da sola più dello Stato italiano”. Quando Simona Abbate, campaigner Clima ed Energia di Greenpeace Italia, cita questo dato all’associazione della stampa estera, nel pieno centro di Roma, tra le giornaliste e i giornalisti presenti serpeggia qualche borbottio. È un dato che non è nuovo ma che resta tra i più significativi per comprendere i motivi che hanno portato Greenpeace Italia e ReCommon, insieme a 12 persone, a promuovere una causa civile nei confronti di Eni per le sue responsabilità nei confronti della crisi climatica.

L’iniziativa legale, #LaGiustaCausa, è la prima del genere contro una società di diritto privato in Italia. Non è la prima in assoluto, dato che a giugno 2021 l’associazione A Sud, insieme a duecento tra associazioni e cittadini, ha promosso Giudizio Universale, un’analoga causa civile contro lo Stato italiano per “inazione climatica”. Ma il procedimento civile promosso da ReCommon e Greenpeace, che verrà depositato nei prossimi giorni presso il tribunale di Roma, si scaglia contro la più grande multinazionale energetica, non dimenticando allo stesso tempo la sua natura di società partecipata. Oltre alla società, infatti sono citate in giudizio anche il ministero dell’Economia e delle Finanza e Cassa Depositi e Prestiti, in qualità di soci di maggioranza relativa, con una quota del 30%.

“Vedremo se troveremo un giudice a Roma” afferma Antonio Tricarico, tra i fondatori di ReCommon nel 2012. “Promuoviamo un’azione inibitoria, come già avvenuto in Olanda con Shell”. Il riferimento è alla storica decisione del tribunale dell’Aia che a maggio 2021 ha sancito che la multinazionale anglolandese dovrà ridurre di quasi la metà le emissioni di gas serra entro il 2030. La sentenza di primo grado, contro la quale Shell è ricorsa in appello (procedimento attualmente in corso) è una vittoria storica degli attivisti per il clima del gruppo olandese “Milieudefensie” di Friends of the Earth, che con il sostegno di oltre 17mila cittadini avevano sollevato il caso nel 2019.

L’iniziativa legale italiana giunge invece il giorno prima dell’assemblea degli azionisti Eni, che si tiene come ogni anno nella sede del quartiere Eur a Roma, e che vedrà ufficialmente riconfermato Claudio Descalzi alla guida dell’azienda per la quarta volta consecutiva. Un record che gli permetterà di superare Enrico Mattei, il fondatore del cane a sei zampe, alla guida dell’azienda più nota e più discussa d’Italia.

Leggi anche: Al via la prima causa contro lo Stato italiano per inazione climatica

Le richieste a Eni e allo Stato

Come già accennato in precedenza, #LaGiustaCausa si inserisce nel novero delle climate litigation, le azioni di contenzioso climatico il cui numero complessivo, a livello globale, è più che raddoppiato dal 2015 a oggi, portando il totale di cause a oltre 2mila, e che punta a far assumere a Stati ed aziende azioni più nette di contrasto alla crisi climatica. Di solito in questi casi, così come in quello italiano, non ci sono richieste di risarcimenti danni: le due ong e le cittadine e i cittadini chiedono infatti al tribunale di Roma l’accertamento del danno e della violazione dei loro diritti umani alla vita, alla salute e a una vita familiare indisturbata.

Al tribunale di Roma si chiede poi di costringere Eni a rivedere la propria strategia industriale per ridurre le emissioni derivanti dalle sue attività di almeno il 45% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020, in modo da seguire le indicazioni dalla comunità scientifica internazionale per mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi, secondo il dettato dell’Accordo di Parigi sul clima.

Viene infine chiesta la condanna del Ministero dell’Economia e delle Finanze e di Cassa Depositi e Prestiti. “Eni non è una società per azioni normale – si legge nel media briefing che si trova sui siti di ReCommon e Greenpeace – Eni è lo Stato e lo Stato è Eni. E ciò non solo perché gli azionisti di controllo della società sono Ministero delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti, che detengono rispettivamente il 4,411% ed il 26,213% delle azioni. D’altronde, non ci si può dimenticare, infatti, che il bilancio di Eni è sottoposto alla verifica da parte della Corte dei Conti che ne relaziona ai Presidenti di Camera e Senato”. Come a dire che MEF e CDP, che pure esercitano un’influenza netta nel consiglio di amministrazione di Eni (non è un caso che l’amministratore delegato e il presidente siano nominati dal governo), hanno un ruolo di controllo e di gestione nei confronti delle politiche industriali dell’azienda che non esercitano, preferendo incassare i lauti dividendi delle strategie fossili di Eni, come dimostrano gli utili record del 2022 e del 2023.

Leggi anche: lo Speciale Clima

Contro il greenwashing di Eni

Eppure, a leggere le dichiarazioni  e i documenti del cane a sei zampe, sembra che Eni sia un’azienda virtuosa che punta alla cosiddetta diversificazione energetica, vero e proprio mantra di Descalzi nell’ultimo anno. Da ancora più tempo Eni parla di decarbonizzazione, anche se allo stesso tempo conferma che da qui al 2025 la produzione di gas aumenterà in maniera crescente fino ad arrivare al plateu nei prossimi tre anni, con questo limite massimo che sarà mantenuto fino al 2030. Arrivano dunque (anche) da qui le accuse di greenwashing: come ripetuto dall’Unep e dall’Ipcc, per avere una reale mitigazione serve innanzitutto diminuire la produzione di gas serra. Senza un’eliminazione graduale delle fonti fossili la crisi climatica non potrà mai rallentare.

“La responsabilità di Eni su tali cambiamenti emerge con tutta evidenza dai risultati della cosiddetta attribution science, cioè quella scienza che consente di ricondurre a un preciso soggetto un quantitativo determinato di emissioni non conformi con quelli che sono i valori fissati a livello internazionale  – si legge ancora nel media briefing di ReCommon e Greenpeace – In particolare è possibile evincere il quantitativo di emissioni di Eni, accertando che questa è responsabile a livello globale di un volume di emissioni di gas serra superiore a quello dell’intera Italia, essendo così uno dei principali artefici del cambiamento climatico in atto. Il tutto in ragione del fatto che i dati che vengono utilizzati sono stati elaborati dalle stesse compagnie petrolifere, inclusa la stessa Eni. Le quali, pertanto, non possono non esserne a conoscenza. Inoltre Eni e le altre compagnie petrolifere sono consapevoli da oltre cinquant’anni dell’impatto che le loro attività hanno sul clima, tanto da mettere in atto strategie di lobby e di greenwashing per mascherare le proprie responsabilità”.

Ecco perché le due ong e le persone coinvolte nella causa civile valutano che “l’attuale strategia di decarbonizzazione di Eni sia palesemente in violazione degli impegni presi in sede internazionale dal governo italiano e dalla stessa società. Ritengono inoltre inaccettabile che, a fronte di extra profitti record realizzati nel 2022, Eni continui a investire nell’espansione del suo business fossile, a danno del clima e delle comunità locali che in tutto il mondo subiscono gli impatti del riscaldamento globale”.

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Chi promuove la causa climatica contro Eni

Se le due ong, ReCommon e Greenpeace, sono note in Italia e in Europa per il loro impegno sui temi ambientali, viene da chiedersi chi siano le dodici persone che hanno scelto di imbarcarsi in un’avventura legale inedita e dai risvolti non banali. Anche perché, rispetto ai numeri della campagna di Shell che si citava in precedenza, che hanno visto decine di migliaia di persone aderire alla causa, in Italia i numeri sono molto più ridotti. In ogni caso le persone coinvolte nelle causa non provengono direttamente, o almeno non solo, dai territori dove Eni opera. E invece provengono da aree già colpite dagli impatti dei cambiamenti climatici, come l’erosione costiera dovuta all’innalzamento del livello del mare, la siccità, la fusione dei ghiacciai.

“Faccio causa a Eni e alle realtà statali che la controllano perché le loro strategie non rispettano gli accordi di Parigi in termini di emissioni di CO2 dichiara in collegamento streaming Vanni Destro, uno dei cittadini che ha fatto partire la causa civile nei confronti di Ninsieme a Greenpeace Italia e ReCommon. “L’operato di Eni contribuisce ad aggravare notevolmente la crisi climatica, con conseguenze sempre peggiori per me e per il mio territorio, il Polesine. Nei pressi del Delta del Po, il mare avanzerà sempre di più nelle nostre terre, e con la risalita del cuneo salino rischiamo di trovarci a vivere in un vero e proprio deserto o di essere costretti abbandonare la nostra casa e la nostra terra”.

In collegamento streaming anche l’intervento della giovane Rachele, giovane di 20 anni, che scelto di partire da un aneddoto particolare e significativo: ha raccontato che ha piantato un avocado e il suo timore è che possa persino crescere nei prossimi anni, perché il riscaldamento globale ha reso molto più caldo il clima della Pianura Padana.

“La Regione in cui vivo, il Piemonte, subisce già oggi gli effetti di una drammatica siccità, come dimostra il bassissimo livello delle precipitazioni registrato quest’inverno” aggiunge. “Un problema che probabilmente si aggraverà in futuro. Ecco perché ho deciso di partecipare a questa azione legale in qualità di parte lesa. Non ritengo giusto che il principale fornitore di energia italiano, di cui lo Stato tra l’altro è il maggiore azionista, possa portare avanti anno dopo anno un programma di investimenti che va contro gli obiettivi fissati dall’ultimo rapporto dell’IPCC, massima autorità scientifica globale in fatto di cambiamenti climatici”.

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