domenica, Ottobre 1, 2023

Una società post-crescita è possibile? Le riflessioni europee attorno ai limiti del Pianeta

Venti anni dopo la nascita tornano in auge le teorie della decrescita. Perché abbiamo superato tutti i planetary boundaries e ridurre produzione e consumi è un obbligo. Tutto il resto, secondo i nuovi sostenitori della decrescita, è greenwashing. Ma in questa società rinnovata c’è posto per un nuovo benessere

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri e dirige il quotidiano online "Il caffè di Baia Domizia". Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

È la nuova visione di sviluppo del ventunesimo secolo, non crescere ma prosperare”. Con queste parole la professoressa ed economista Kate Raworth riassume il concetto intorno a cui, per tre giorni, decine di accademici, attivisti e politici hanno discusso nella serie di conferenze all’interno dell’evento “Beyond Growth”, organizzato a maggio dal Parlamento europeo. Una riflessione articolata sul tema della crescita economica, dove emergono punti in comune e obiettivi condivisi, ma anche diverse sensibilità nel raggiungerli e divisioni di filosofia politica.

Il punto di partenza, condiviso da tutti, è che il paradigma attuale del sistema economico occidentale orientato alla crescita non possa reggere perché porterà, inevitabilmente, a superare i planetary boundaries, i limiti ecologici e di sostenibilità che il pianeta non può permettersi di oltrepassare, pena la sua distruzione. Secondo alcuni dei relatori, andare oltre la crescita non significa, tuttavia, annullare la crescita economica, ma sforzarsi per orientarla verso attività green (sarà il tema di un successivo articolo dedicato alla conferenza).

Dall’altro lato c’è un filone di pensiero, che approfondiremo in questo articolo, vicino alle teorie elaborate venti anni fa dal filosofo Serge Latouche secondo cui, in nazioni sviluppate dove sono stati già oltrepassati i planetary boundaries, l’unica cura è la decrescita: ovvero diminuire la produzione e i consumi e non solo indirizzarli verso attività green. La convinzione è che crescita economica e politiche green siano incompatibili per una inconciliabilità di termini: la crescita, qualunque essa sia, è dannosa per l’ambiente.

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La rinascita di interesse nelle teorie della decrescita

La spiegazione della rinascita delle idee di decrescita la dà in poche parole l’economista francese Timothée Parrique nel documento introduttivo alla conferenza Imagining Europe Beyond Growth, in cui troviamo un suo intervento scritto, un’intervista all’economista britannica e ideologa dell’economia della ciambella Kate Raworth e un manifesto dell’associazione EU Wellbeing Economy Coalition: “L’aggravarsi della crisi ecologica e gli scarsi risultati raggiunti dalle politiche ambientali pro crescita”.

Il documento si basa su un ribaltamento di prospettiva: secondo Parrique a essere un’utopia irrealistica è ritenere pragmatica la possibilità di una crescita verde. Tanto da essere diventata essa stessa, agli occhi di Parrique, una forma di greenwashing macroeconomico. “La narrativa che tutto va bene, mentre la lezione degli ultimi decenni anni è il fallimento di quanto tentato finora per raggiungere la sostenibilità” scrive l’economista francese. Insomma: il decoupling, lo sganciamento tra il tasso di crescita economica positivo e gli indicatori di calcolo della pressione ambientale in diminuzione, non si è verificato.

Il falso mito del decoupling in corso

“Non c’è nessuna prova empirica in nessun luogo a supporto dell’esistenza del decoupling a un livello sufficiente per impedire la tragedia ecologica e nessun segnale che ci sarà in futuro”, scrive l’economista francese. E, dove è stato misurato, il decoupling è solo la conseguenza di un trasferimento di impatti dovuto al commercio internazionale: da nazioni ricche a nazioni povere, ma l’impatto ambientale totale è aumentato. Oppure diminuisce in maniera troppo lenta.

“Il tasso a cui i Paesi industrializzati stanno riducendo le emissioni di carbonio – spiega Kate Raworth – è compreso tra l’1 e il 2% all’anno. La climatologia sostiene che per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi abbiamo bisogno di riduzioni dell’8-10% su base annua”. E le emissioni sono solo una faccia della medaglia: c’è la perdita di biodiversità, l’uso insostenibile di risorse, la mancanza d’acqua. Ecco, allora, secondo i teorici della decrescita, la necessità di un piano B.

“Una pianificazione democratica della produzione e dei consumi per migliorare l’impronta ecologica e ridurre le ineguaglianze globali”, riassume Parrique. “La decrescita intesa come una dieta macroeconomica sufficiente a ridurre la pressione sull’ambiente e stabilizzare il metabolismo delle economie più sviluppate per farlo tornare nei limiti della sostenibilità”. Se non si agisce adesso, altrimenti, la crisi climatica diventerà ancor più una minaccia mortale per la pace, la sicurezza alimentare e la disponibilità d’acqua in tutto il mondo.

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Le barriere alla crescita green

La crescita green non può funzionare a livello teorico, sostengono gli autori del documento, per una serie di barriere invalicabili. Per prima cosa la crescita, anche quella verde, va incontro inevitabilmente a un aumento dei consumi energetici e quindi allo sfruttamento intensivo delle risorse, portando col tempo alla loro diminuzione e al peggioramento della crisi ambientale. I teorici della decrescita, inoltre, criticano in modo particolare due “mantra” tipici dell’approccio pro crescita: il ruolo degli aumenti di efficienza e delle soluzioni tecnologiche.

“La maggiore efficienza – scrivono gli autori del report – è compensata dalla riallocazione di risorse e denaro verso un aumento dei consumi (ad esempio utilizzare più spesso l’auto elettrica) o altri consumi impattanti frutto dei risparmi portati dall’efficienza (i soldi risparmiati destinati alla benzina per acquistare un biglietto aereo)”. Perpetrando una cultura non ecosostenibile: le automobili elettriche, per restare nell’esempio, rinforzano un sistema basato sul trasporto su quattro ruote a spese di alternative più verdi. Mentre si tende a sottostimare l’impatto in termini di impronta di carbonio del settore dei servizi che nasce intorno a queste nuove economie più efficienti.

Stesso discorso per le soluzioni tecnologiche, prosegue il report. Da un lato i progressi non colpiscono in genere i fattori di produzione veramente importanti in un’ottica di sostenibilità economica e non riducono la pressione ambientale. Non sono abbastanza dirompenti da abbandonare le altre tecnologie inquinanti o a dare un’accelerazione sufficiente al decoupling. E, addirittura, possono risolvere un problema creandone un altro: basti pensare alla pressione delle batterie sulle materie prime critiche o ai biocarburanti sullo sfruttamento della terra.

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Economia circolare e decrescita: un rapporto ambivalente

Nel documento che si interroga sui limiti della crescita, e su come andare oltre essa, si analizza anche l’apporto del riciclo. Spiegando che, da solo, il riciclo non è la soluzione. “I tassi di riciclo sono attualmente troppo bassi e aumentano lentamente, mentre il processo di riciclo richiede comunque una quantità notevole di energia e materie prime. E, soprattutto, il riciclo non ha la capacità di fornire le risorse necessarie per un’economia materiale in espansione”. Nella prospettiva della decrescita, anche l’approccio più “tradizionale” all’economia circolare con l’obiettivo dell’end of waste, come spiega Federico Savini in una ricerca in cui ha confrontato le due prospettive, è visto come una forma di greenwashing, perché se si continua a incoraggiare produzione e consumi, inevitabilmente cresceranno anche i rifiuti.

Certo, l’economia circolare è centrale in un sistema economico il cui obiettivo è la decrescita. “Dobbiamo favorire un utilizzo molto più circolare dei materiali, dobbiamo allontanarci dall’economia del prendi-usa-getta e approdare a un’economia rigenerativa in cui i materiali vengono riutilizzati, rinnovati, rielaborati, riciclati e condivisi più e più volte”, precisa Kate Raworth nell’intervista contenuta nel report. La teoria della decrescita, tuttavia, va oltre nella sua critica al capitalismo e aspira a una ridefinizione totale delle strutture sociali ed economiche, ritenute alla base dell’eccessiva produzione e consumo.

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I planetary boundaries definiscono le dimensioni dell’economia

La decrescita, nella visione dei suoi sostenitori, infatti, è una sorta di fase intermedia e di passaggio in cui la trasformazione delle società conduce a un’economia stazionaria e di dimensioni più piccole definite dal concetto, teorizzato da Kate Raworth, di “economia della ciambella”: all’esterno di questo anello di sicurezza in cui vivere c’è il superamento dei limiti del pianeta.

“Invece di un sistema economico concettualizzato come una linea retta – scrive Kate Raworth – pensate a un’immagine di sistema economico con un cerchio intorno ad esso: la biosfera. Tutto ciò che entra nell’economia, l’energia e la materia, e tutto ciò che ne esce, i rifiuti, l’inquinamento e il calore, devono essere compatibili con le condizioni favorevoli alla vita su questo pianeta. L’economia dovrebbe iniziare con l’ecologia e i cicli chiave del pianeta: il ciclo del carbonio, il ciclo dell’acqua, i cicli dei nutrienti e tutti i confini planetari che non possiamo oltrepassare”.

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Prosperare in un’economia di post crescita

Il cerchio interno dell’anello, invece, delimita l’ingiustizia sociale. Che per i sostenitori della decrescita, può essere scongiurata solo dalla nuova società post-crescita. Una società, scrivono gli autori del report, non senza adottare un certo tono messianico che ricorda i manifesti politici ottocenteschi, in cui “la prosperità coincide con il benessere in armonia con la natura” sostiene Parrique.

“La prosperità nasce dalla possibilità per ogni persona di avere i mezzi per condurre una vita piena di dignità e opportunità all’interno della comunità, mentre poeteggiamo l’integrità delicata della Terra – scrive Kate Raworth – È una visione in cui muoviamo da un’economia degenerativa a una rigenerativa. Da un’economia divisiva in cui il valore e la ricchezza sono nelle mani di pochi a un’economia distributiva che condivide il valore e le opportunità in maniera molto più equa e con tutti quelli che partecipano all’intera società”.

A dare manforte all’inventrice dell’economia della ciambella sono gli studiosi e le studiose dell’Eu Wellbeing Economy Coalition. “L’economia del benessere che vogliamo ha lo scopo di rispondere ai bisogni e ai diritti fondamentali di tutti, fornendo uno spazio sicuro e giusto in cui ognuno più prosperare, all’interno dei planetary boundaries. Fornendo uno scopo, dignità e giustizia in un processo partecipativo”.

L’Europa: che fare?

È qui che l’Europa ha un grande potenziale, secondo gli autori del documento, perché può essere leader nel cambiamento. Eventi come la conferenza “Beyond Growth” servono proprio per trovare un punto di incontro tra le varie sensibilità, politiche e istituzionali, partendo dal presupposto che, al di là delle differenze, c’è bisogno di fare qualcosa e in fretta.

Esempi di economia della ciambella su piccola scala sono stati già adottati da oltre 70 città o nazioni in tutto il mondo: Amsterdam, Bruxelles, Barcellona, Copenaghen. E poi Scozia, Galles, Islanda, Finlandia, Nuova Zelanda e Canada. Adesso bisogna vedere quanto, a livello politico, passeranno da essere interessanti esperimenti a diventare un approccio più sistematico. Il Pianeta, intanto, attende.

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