sabato, Maggio 28, 2022

Cattura e stoccaggio di carbonio, l’Italia e l’Europa giocano una partita ambigua e contraddittoria

È una delle tecnologie più discusse, su cui si concentrano interessi e opposizioni: la cattura e lo stoccaggio di carbonio divide persino Eni ed Enel

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Ambiguo è il governo Draghi, ambigua è l’Unione europea, ambigui sono gli Stati Uniti. Gli scienziati, invece, sono concordi e diretti: la cattura e stoccaggio di carbonio, la tecnologia più nota con l’acronimo Ccs, è una “scappatoia”. Lo ha ribadito recentemente il prestigioso settimanale Time, ricordando il recente impegno economico del governo Biden sul Ccs, ma in realtà gli appelli della comunità scientifica, come ricorda anche Bloomberg, si susseguono da tempo: l’idea di catturare l’anidride carbonica nell’aria, e limitare in questo modo il riscaldamento globale dovuto alle emissioni del più noto gas climalterante (che non è neanche il peggiore, vedi il caso del metano), è semplicistica, molto complicata su larga scala ed economicamente non sostenibile. A ribadirlo, ultimamente, sono stati sia gli scienziati del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA).

Entrambe le istituzioni, a dirla tutta, hanno lasciato spiragli aperti. Nell’ultimo report, IPCC ha spiegato che la tecnologia potrebbe avere un ruolo in futuro per attenuare la crisi climatica in corso ma allo stesso tempo ha affermato che “c’è una grande ambiguità nella misura in cui i combustibili fossili con Ccs sarebbero compatibili con gli obiettivi dell’aumento di un grado e mezzo”, obiettivo assunto dalla recente Cop26 (leggi il nostro Speciale). IEA ha dedicato un dossier specifico alla cattura e stoccaggio di carbonio, parlando di “potenzialità” che però appaiono difficilmente realizzabili – e impossibile nel breve periodo: secondo l’Agenzia, entro il 2050 si potrebbe arrivare a 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, a patto di realizzare tutti i 1800 progetti previsti nei prossimi 30 anni che, da soli, costerebbero 900 miliardi di dollari.

Un’enormità che conferma i timori di esperti, associazioni e ambientalisti che da tempo criticano questa tecnologia.  Allora perché continuiamo a parlarne? Semplicemente, per via dei tanti interessi in gioco. Foraggiare la Ccs vuol dire, in sostanza, continuare a sostenere il modello di sviluppo che ci ha condotto fino alla crisi climatica in corso. Ecco perché aziende italiane importanti come Eni e gli stessi governi non vogliono rinunciarci.

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Le ambiguità dell’Unione europea

Il 26 novembre scorso l’Ansa titolava categorica: “L’Ue vuole catturare 5 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030”. Si tratta di un’indiscrezione data dall’agenzia giornalistica, dato che arriva da una bozza preliminare della comunicazione della Commissione Ue sui cicli del carbonio, la cui versione definitiva della strategia è prevista il 14 dicembre. Come spiega l’Ansa, la bozza è “dedicata per oltre metà al sequestro dell’anidride carbonica dai terreni agricoli”. Da parte propria la Commissione “chiarisce che vuole orientare le sovvenzioni verso soluzioni di stoccaggio radicalmente innovative”, come ad esempio la tecnologia Carbfix, che trasforma l’anidride carbonica in minerali solidi, e allo stesso tempo riconosce un “problema di capacità per il trasporto e lo stoccaggio del gas ed è necessario un aggiornamento delle linee guida della Direttiva CCS per quanto riguarda finanziamento, gestione e monitoraggio dei rischi”.

Tutto chiaro dunque? Non proprio. Appena il 23 novembre la stessa Commissione europea aveva scartato il progetto di Eni sulla cattura e lo stoccaggio di carbonio a Ravenna, che Eni intendeva sovvenzionare attraverso il Fondo Europeo per l’Innovazione. Su Domani si apprende che il progetto “non rientrerà così tra le sette opere aggiudicatarie e neppure tra le quindici che riceveranno assistenza dalla Banca europea per gli investimenti”. Si tratta di una bocciatura molto netta, dato che su questo Fondo lo stesso Claudio Descalzi, amministratore delegato del cane a sei zampe, puntava sin da luglio 2020, quando rilasciò un’intervista a IlSole240re. Dato che l’impianto nell’Adriatico dovrebbe costare, a regime, due miliardi di euro (ma c’è chi dice che costerà di più), chi dovrebbe finanziarlo?

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Le ambiguità dell’Italia

Chi, se non il governo italiano – che è il maggior azionista del cane a sei zampe – dovrebbe sostenere il progetto del Ccs? È l’idea che va per la maggiore all’interno dell’ampia maggioranza parlamentare che sostiene la transizione ecologica disegnata da Cingolani e Draghi. Gli appelli a dare seguito al progetto di Eni che intende catturare inizialmente 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno – e partito lo scorso luglio – si susseguono sia da parte del Partito Democratico che della Lega. Sollecitato dalla Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati durante un’audizione specifica sulla Cop26, il ministro Cingolani ha spiegato il 6 dicembre che la tecnologia si evolve e, parlando della Carbfix, ha detto che “non è la Carbon Capture e Storage brutta, quella che si mette nelle miniere”.

Poche ore dopo, a dare la propria versione sul Ccs è stata la sottosegretaria alla Transizione ecologica, la leghista Vannia Gava, che ha risposto durante la seduta di question time all’interrogazione parlamentare del deputato M5s Luca Sut, il quale chiedeva lumi dopo la bocciatura europea al progetto di Eni e la quasi contemporanea dote di 150 milioni di euro nella Legge di Bilancio 2022. Raccontato dai giornali come “l’emendamento pro-Eni”, in realtà il governo ha istituito un “Fondo per il sostegno alla transizione industriale” che intende “favorire l’adeguamento del sistema produttivo alle politiche europee in materia di lotta ai cambiamenti climatici” attraverso agevolazioni a imprese che operano in settori ad alta intensità energetica, per favorire l’efficientamento energetico, il riutilizzo di materie prime e riciclate per impieghi produttivi e, infine, per la cattura, il sequestro e riutilizzo dell’anidride carbonica.

Insomma: saranno tante le aziende da supportare con questi soldi. In ogni caso Gava ha spiegato che “il sostegno o meno di progetti di CCS sarà demandato ad una ulteriore disposizione attuativa il cui soggetto proponente è il Ministero dello sviluppo economico di concerto con il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze, nda) e questo Ministero”. Come a dire: il MiTE passa la palla che scotta al MiSe. Ma, di ambiguità in ambiguità, Gava ricorda comunque che “negli ultimi anni sono in fase di sperimentazione sistemi di stoccaggio sotterraneo di CO2 da parte di diversi paesi”.

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Eni contro Enel, la sfida continua

“Quante volte dobbiamo riprovare una cosa che non ha funzionato?”. Indirettamente, la domanda retorica posta dall’amministratore delegato di Enel Francesco Starace in un’intervista al Corriere della Sera risponde, anche se è stata rilasciata la scorsa settimana, all’osservazione della sottosegretaria Gava che parlava positivamente di sperimentazioni per la cattura e lo stoccaggio di carbonio. “L’industria elettrica ha speso 15 miliardi di dollari in 15 anni tentando di trovare la via della Ccs”, faceva notare Starace, aggiungendo poi la Css è “economicamente fuori dal mercato, oltre a non funzionare dal punto di vista tecnologico. Funziona solo laddove si usa la CO2 per spingere fuori il petrolio dai pozzi”.

Se non è la prima volta che Starace si scaglia contro tecnologie che non sono le rinnovabili (gas, idrogeno blu e ccs), alle sue critiche – simili a quelle degli ambientalisti – Eni aveva provato a rispondere il 16 luglio nel suo sito, parlando di “informazioni errate e fuorvianti”. Il cane a sei zampe scrive che il progetto di Ravenna “potrà favorire la creazione di una filiera nazionale ad alto contenuto tecnologico nel settore della decarbonizzazione in forte espansione nei prossimi decenni in Europa e nel mondo” e in più spiega che non si tratta di una sperimentazione, come quella enunciata da Gava, ma di un progetto “sicuro e maturo dal punto di vista tecnico, e basato su tecnologie consolidate”. In attesa di capire quale sarà la transizione energetica che il nostro Paese vorrà intraprendere, la sfida tra i due colossi Eni ed Enel, per porsi alla testa di questo percorso, continua. A non poter attendere, però, è il Pianeta.

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