venerdì, Febbraio 26, 2021

“Draghi dimentica il ruolo della società e il primato italiano nell’economia circolare”

Mentre, dopo il Senato, anche la Camera dei Deputati sta per votare la fiducial al governo, Vittorio Cogliati Dezza, ex presidente di Legambiente, analizzare il discorso d'insediamento del premier. Preso atto che i temi e le sfide ci sono tutte, mancano due aspetti fondamentali. La green economy italiana non è considerata come una leva da cui partire. E i cittadini non sono visti come alleati della ripresa.

Vittorio Cogliati Dezza
Vittorio Cogliati Dezza
Già presidente nazionale di Legambiente dal 2007 al 2015, è oggi membro del Coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità e della Segreteria nazionale di Legambiente. Esperto di educazione, di processi formativi e di sostenibilità ambientale e sociale, dal 2016 si occupa anche delle trasformazioni sociali e culturali connesse le migrazioni. Nel 2017 ha pubblicato “Alla scoperta della green society” (ed. Ambiente). Scrive su La Stampa – Tutto Green, Huffington Post, La Nuova Ecologia e su Confronti. Recentemente ha pubblicato un contributo nel volume collettivo Covid 19: costruire il futuro (ed. Com Tempi Nuovi).

“Datemi una leva e solleverò il mondo”. L’insegnamento di Archimede non sembra abbia fatto breccia nella visione e nella presentazione del programma del nuovo governo.

Intendiamoci, i temi e le sfide ci sono tutti, con le dovute priorità. Con grande attenzione a non “deprimere” ulteriormente il ruolo delle forze politiche, questo governo “non ha bisogno di alcun aggettivo” sostiene Draghi, e a scansare i temi più divisivi, a cominciare da quello migratorio, relegato in un neutro, e per questo preoccupante, riferimento al nuovo Patto che l’Ue si appresta a sottoscrivere.

Passaggi inevitabili ma non scontati

Il ruolo del Parlamento, il pilastro Unione Europea, l’atlantismo, dentro questa cornice le grandi emergenze, tra loro drammaticamente concatenate: pandemia e vaccinazioni, in primis, poi le difficoltà della scuola, la drammatica “disoccupazione selettiva” che ha colpito soprattutto donne e giovani, la situazione del Mezzogiorno, la crescita delle povertà e delle disuguaglianze, la crisi economica di tante aziende, il riscaldamento del pianeta. Una situazione molto difficile in cui il governo ha l’obbligo di indicare la via di uscita utilizzando al meglio la leva del Next Generation EU, comprensiva di riforme fondamentali come quella fiscale e della Pubblica Amministrazione, con il contributo dei privati capaci di “competenza, efficienza e innovazione”, e con l’attenzione alla fattibilità nei prossimi sei anni.

Fin qui potremmo dire che erano passaggi inevitabili, ma non scontati.

Prevenire piuttosto che riparare

Più interessanti altri due passaggi, promettenti e problematici.

Quelli promettenti. “Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare”, antico cavallo di battaglia dell’ambientalismo internazionale e che proprio nelle sconsiderate scelte che la politica mondiale ha lasciato fare ai grandi gruppi economici globali ha impedito di attrezzarsi per affrontare e contrastare la più volte prevista pandemia.

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Brown economy

E poi la conferma di quanto anticipato in questi giorni: l’attenzione alla crisi climatica e la necessità della transizione ecologica, che insieme alla globalizzazione e alla trasformazione digitale “stanno da anni cambiando il mercato del lavoro” e penalizzano “alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare. Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito […]. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente”.

Dimenticata la parte più innovativa della nostra economia

E sono proprio qui i punti problematici. L’affermazione appena citata semplicemente è vera a metà. Se è vero che la brown economy dovrà ridimensionarsi, e ci conforta la consapevolezza che Draghi ha espresso, solo una visione distorta dello sviluppo può far dimenticare una delle due leve fondamentali della forza del nostro Paese: la grande capacità di investimento e di risultati della green economy, dell’economia circolare, dei bio-materiali. Una leva indispensabile oggi se si vuole che la politica industriale e le politiche del lavoro siano davvero l’asse portante della transizione ecologica. Ed è strano che proprio il presidente Draghi, capace di stigmatizzare le manie di vittimismo nazionali – “Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese” – non abbia qui colto l’occasione per valorizzare la parte più innovativa del sistema economico italiano. Che certo da sola non è la soluzione del problema, perché ci sono, e pesanti, tutti gli altri elementi che Draghi ha sottolineato, ma è un punto avanzato, su cui far leva per sollevare il Paese. Mi sentirei di consigliare al premier la lettura dei rapporti GreenItaly, editi annualmente dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere.

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La forza dei cittadini

L’altra leva che dà forza al nostro Paese è la forza dei cittadini, gratificati solo da una rapida citazione rituale del volontariato, quelli che giorno per giorno si misurano nei territori con le difficoltà, i bisogni, le aspirazioni, e reagiscono perché vogliono cambiare, ma non sono visti come alleati della ripresa. Il problema è tutto del Governo e del Parlamento. La rete, questa sì resiliente, delle organizzazioni di cittadinanza attiva, delle forze sociali, della solidarietà sembra non possa aver alcun ruolo. Eppure gran parte delle emergenze che Draghi ha citato riguardano la necessità e l’urgenza di un cambiamento profondo degli stili di vita, dell’abitare e usare le città, di quella che lui ha chiamato “transizione culturale”, che, senza la partecipazione delle persone, non si può fare.

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I tecnici da soli non bastano

Non basta avere capacità decisionale e competenze tecniche, serve il coinvolgimento delle persone e delle comunità che ogni giorno sono in campo nei conflitti e nelle emergenze. Esistono competenze e saperi diffusi nel mondo imprenditoriale e associativo, ma anche nella PA e negli enti locali, che potrebbero essere una grande risorsa per un Paese che ha bisogno di unità e di risollevarsi. Questo nel discorso del premier è mancato.

Mi auguro che queste dimenticanze vengano prontamente recuperate nella collegialità del lavoro del Consiglio dei ministri dove non mancano queste sensibilità. Bisogna però che il premier ed i ministri tecnici che sono stati messi a capo della rimodulazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza ne siano convinti. Del ministro Giovannini non abbiamo dubbi, per gli altri ci aspettiamo segnali importanti, in questa direzione, perché la sfida è davvero grande e se è vero, come con efficace metafora il premier sostiene, che non sarà come riaccendere la luce, allora dobbiamo sapere che “da soli non si può”, come recitava un fortunato slogan di Legambiente di qualche anno fa.

Processi così profondi di innovazione non possono essere gestiti nel chiuso di alcune stanze.

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