venerdì, Maggio 27, 2022

La guerra in Ucraina e i risvolti sulle politiche ambientali

Ogni conflitto è un acceleratore di cambiamenti, e lo stesso vale per la guerra mossa da Putin nei confronti dell'Ucraina. Sono tante le iniziative assunte dall'Unione europea e dall'Italia per liberarsi dalle materie prime russe - e non parliamo solo del gas. Ecco le principali

Antonio Pergolizzi
PhD in Scienze Sociali, laurea in Scienze Politiche e master in Relazioni Internazionali. Analista ambientale, esperto di (eco)mafia e corruzione e in genere di Compliance e Public Affaires, è Advisory per Ref Ricerche e consulente di enti pubblici (tra cui il Commissario Straordinario per le bonifiche presso la Presidenza del Consiglio dei ministri) e privati. È membro dell’Osservatorio Antimafia della Regione Umbria, insegna e fa ricerca in diverse università e svolge docenze in numerosi master e percorsi formativi, sia accademici che professionali. Dal 2006 è tra i curatori del Rapporto Ecomafia di Legambiente

La guerra scatenata da Putin nel cuore d’Europa, oltre a spostare indietro le lancette della storia, rischia di azzerare d’un colpo gli sforzi fatti finora per combattere il cambiamento climatico e in genera la crisi ambientale. Con il sangue che scorre a fiumi e lo scatenarsi della corsa agli armamenti, discutere di ambiente potrebbe far sorridere qualcuno, qualcuno particolarmente distratto.

In realtà, la guerra è un potente acceleratore di cambiamenti e la risposta all’aggressione di Putin non sta passando solo dalle armi e dalla diplomazia ma, sebbene sottotraccia, anche dalle politiche ambientali. Cioè da quelle stesse politiche che in tempo di pace facevano fatica a trovare adeguato spazio. Nemmeno tanto paradossalmente, oggi ci troviamo dinnanzi misure che vanno esattamente nella direzione della transizione ecologica, che sta segnando, sebbene gradualmente, la sorte del gas russo e delle fonti fossili. Il cambio di rotta innestato appare irreversibile, anche se i frutti si vedranno tra qualche tempo. Ma è la direzione intrapresa che conta, ed è quella giusta.

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L’importante direttiva europea che è passata sotto silenzio

Qualche esempio. Mercoledì 6 aprile, infatti, in tempi record è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’UE la Direttiva europea (2022/542 del Consiglio europeo) che abbassa al 5% l’Iva per l’acquisto di pannelli solari, elettricità, teleriscaldamento, biogas e bici elettriche. Inoltre, la cessione e l’installazione di pannelli solari su abitazioni private, edilizia abitativa e edifici pubblici e di altro tipo utilizzati per attività di interesse pubblico (o nelle loro vicinanze), non solo rientrano nei settori coperti dall’Iva agevolata, ma possono beneficiare di un’aliquota ridotta inferiore al minimo del 5%. In altri tempi notizie del genere avrebbero meritate le prime pagine e le edizioni straordinarie dei giornali.

La stessa Direttiva prevede pure che entro il 1° gennaio 2030 cessino di applicarsi le aliquote ridotte o le esenzioni con diritto a detrazione dell’Iva pagata sui combustibili fossili (e su altri beni aventi un impatto analogo sulle emissioni di gas a effetto serra, come la torba, e sulla legna da ardere), così come per i pesticidi chimici e sui fertilizzanti chimici, le cui aliquote ridotte avranno tempo fino al 1° gennaio 2032. Altri passi in avanti di grande importanza, che segnano la nuova rotta.

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La norma italiana sul digestato

Novità importanti anche rispetto al biogas, ossia la produzione di gas prodotto dalla digestione anaerobica (in assenza di ossigeno) dalla frazione organica dei rifiuti, pratica virtuosa di chiusura del ciclo dei rifiuti ma particolarmente osteggiata da comitati e associazioni locali spesso con argomentazioni astruse. A meno di un mese dall’aggressione delle truppe di Putin il Governo Draghi ha emanato un provvedimento per rilanciare uno dei suoi sottoprodotti, il digestato (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 marzo 2022). In sostanza, per combattere la dipendenza italiana dai fertilizzanti azotati, da cui dipendiamo per circa il 70% da Mosca, l’esecutivo ha equiparato il digestato (considerato sottoprodotto della digestione se ricorrono determinate condizioni ai sensi del DM 25 febbraio 2016), a concime naturale.

Anche se non mancano gli scettici, la sostituzione di prodotti di sintesi chimica con matrici organiche e frutto di processi naturali migliora sicuramente il ciclo di vita dei prodotti e, se si rispettano sempre le regole (condizione imprescindibile e mai scontata, a leggere le cronache giudiziarie), rappresenta un esempio concreto di osmosi industriale e di chiusura del ciclo dei rifiuti.

Come recita l’art. 21 del provvedimento governativo, proprio “al fine di promuovere la diffusione di pratiche ecologiche nella fase di produzione del biogas e ridurre l’uso di fertilizzanti chimici, aumentare l’approvvigionamento di materia organica nei suoli e limitare i costi di produzione, i Piani di utilizzazione agronomica [..]del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali [..] prevedono la sostituzione dei fertilizzanti chimici di sintesi con il digestato equiparato [..]”.

Quello della sostituzione dei concimi chimici con quelli derivanti dal trattamento del ciclo dei rifiuti organici è comunque un percorso scientifico avviato da tempo. Da ultimo, l’Università di Bologna e la Fondazione Navarra sono al lavoro da almeno quattro anni per dimostrare che quanto meno i fertilizzanti prodotti da Herambiente e Enomondo a partire dal recupero di rifiuti biodegradabili “sono equivalenti o migliori di quelli prodotti attraverso altri processi industriali. Il loro utilizzo rappresenta dunque un vantaggio per gli operatori del settore e contribuisce a rendere più sostenibile l’intero comparto della produzione ortofrutticola”.

Se la filiera dei rifiuti e del loro recupero è controllata, trasparente e tracciata questa può diventare una delle strade per disarticolare la dipendenza dall’estero, con benefici per tutti.

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L’ora delle rinnovabili?

A queste iniziative specifiche vanno aggiunte le altre misure per semplificare la produzione di energia da fonti rinnovabili – finalmente – e sull’efficienza e risparmio energetico, sulla riparazione e riutilizzo dei prodotti, quindi sul riciclo di materia. Iniziative sostenute e rilanciate anche dal nuovo pacchetto sull’economia circolare della Commissione Ue, che con una risolutezza mai vista prima – citando espressamente la guerra in Ucraina – chiede agli stati membri politiche concreti per sostenere l’ecodesign, l’etichettatura energetica, il diritto alla riparabilità dei prodotti (right to repair) e il loro accompagnamento con un vero e proprio passaporto digitale, insieme a una strategia circolare del settore tessile e, finalmente, il riferimento esplicito a misure concrete contro il greenwashing.

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Per fortuna l’Italia non si sta facendo trovare impreparata, come per esempio dal settore energetico, da dove arrivano segnali confortanti. Dai dati appena pubblicati dal GSE (Gestore Servizi Energetici) emerge che il nostro Paese, nonostante il riuscito ostruzionismo praticato in ogni dove dalle lobby delle fonti fossili, ricopre nel panorama europeo un ruolo di primo piano: nel 2020 occupa infatti il terzo posto, dopo Germania e Francia, sia per consumi di energia da fonti rinnovali (Fer), pari a 21,9 Mtep, sia per consumi energetici complessivi (107,6 Mtep).

Anche grazie alla violenza della guerra il mondo sta cambiando in fretta, ed è il tempo dell’azione per fare della transizione ecologica e la giustizia ambientale politiche concrete di pace e rispetto dell’ambiente e dei diritti umani. È arrivata l’ora di scegliere, definitivamente, da che parte stare.

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