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giovedì, Maggio 30, 2024

Guerra in Ucraina, militarizzazione delle coscienze, regime bielorusso. Intervista a Olga Karach

Candidata al premio Nobel per la pace, Olga Karach è direttrice e fondatrice dell'organizzazione bielorussa per i diritti umani Our House. Parliamo con lei del regime di Lukashenko in Bielorussia, delle false accuse di spionaggio ricevute dal dipartimento di sicurezza della Lituania, dove vive, della militarizzazione delle coscienze, di parità di genere e giustizia sociale. E di sogni.

Emanuele Profumi
Emanuele Profumi
Emanuele Profumi, è dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista free lance. Collabora con diverse università italiane ed europee. Ha scritto e pubblicato per riviste italiane (es: Micromega, Left, La Nuova Ecologia) e straniere (es: Le Monde Diplomatique) ed è stato anche corrispondente estero per alcuni giornali e riviste italiani (Londra, Parigi, Atene, Messico). In Italia ha già pubblicato una trilogia di reportage narrativi (le "Inchieste politiche") sul tema del cambiamento sociale e politico: sul Cile (Prospero, 2020), sulla Colombia (Exorma, 2016) e sul Brasile (Aracne, 2012). È professore di "Storia della pace in Epoca Contemporanea" presso l'Università di Pisa e "Scienza della politica" presso l'Università della Tuscia (Viterbo), e scrive e pubblica saggi filosofici. L'ultimo libro di filosofia è una curatela realizzata insieme all'importante filosofo italiano Alfonso Maurizio Iacono (Ripensare la politica. Immagini del possibile e dell'alterità. Ets 2019).

Il 4 agosto 2023, l’International Peace Bureau ha comunicato la candidatura dell’organizzazione bielorussa per i diritti umani Our House, e della sua direttrice e fondatrice nel 2002 Olga Karach, al Premio Nobel per la Pace nel 2024. La candidatura è il riconoscimento delle loro attività contro la guerra e dell’ampio sostegno fornito agli obiettori di coscienza e ai disertori bielorussi, sia in Bielorussia che nei Paesi dell’Unione Europea. Ma Olga Karach, recentemente, è stata oggetto di accuse incredibili da parte del dipartimento di Stato della Lituania, Paese dove vive da molti anni ormai, che le ha negato l’asilo politico, pur concedendole di restare nel Paese ancora per un anno. Adesso rischia di dover tornare in Bielorussia, dove è condannata al carcere e rischia la vita.

Karach, in questi anni, è stata insignita di diversi riconoscimenti internazionali di primo piano per il suo attivismo a difesa dei diritti umani e per la pace. Nel 2007, il gruppo bielorusso di Amnesty International l’ha dichiarata difensore dei diritti umani dell’anno; nel 2010, Olga ha ricevuto il premio Radebeul Courage in Germania. Nel 2019 ha ricevuto il Premio internazionale per la pace di Brema, mentre il 10 dicembre 2022, Olga ha ricevuto il Premio per i diritti umani della città tedesca di Weimar.

Economiacircolare.com l’ha incontrata per sapere cosa sta succedendo, per sapere come si vive in Bielorussia sotto Lukashenko, e cosa ne pensa dei diversi aspetti della guerra in corso ma anche di come si costruisce una pace reale.

 

Olga Karach, “terrorista”…

Sappiamo cosa le sta accadendo in Lituania. Perché il dipartimento di sicurezza di stato lituano afferma che lei ha cooperato con i servizi segreti russi? Sembra un nonsense.

Sì, è vero, è una situazione completamente assurda. L’ufficio che si occupa di immigrazione in questo dipartimento sta portando avanti una macchinazione. Totalmente inventata. La mia organizzazione, sin dall’inizio della guerra, si è data un obiettivo molto ambizioso: “Rubare” le armi di Lukashenko. Vogliamo fermare qualsiasi modo di collaborare con l’esercito bielorusso nella guerra di Putin in Ucraina. Per questo lavoriamo insieme a molti obiettori di coscienza, molti dei quali sono bielorussi, e già catalogati dal sistema di sicurezza nazionale come obiettori di coscienza. Ovviamente sin dall’inizio abbiamo ricevuto diversi tipi di minacce, anche perché abbiamo vinto molte azioni giudiziarie e il dipartimento di sicurezza nazionale non ama quello che facciamo. Loro sostengono che dieci anni fa ho dato delle informazioni ai servizi segreti russi sulle istituzioni bielorusse. Ma dieci anni fa, anche se avessi voluto farlo, non avevo nessuna possibilità di entrare in possesso delle informazioni a cui fanno riferimento. Inoltre sostengono che tra il 2020 e il 2021 ho minacciato Vladimir Putin, il che è vero…ovvero, esiste un video dove sono molto arrabbiata con il fatto che lui sta sostenendo Lukashenko, e affermo che se lui avesse continuato a farlo avremmo rimosso qualsiasi base militare russa dalla Bielorussia…Questa è stata la mia minaccia…in un video che poi è diventato virale, con 300 mila visualizzazioni e circa 350 likes. Una reazione enorme da parte di moltissime persone. Tanto che anche il Cremlino ha reagito a questo video, e un politico russo, Zirinowsky, ormai deceduto, in quel momento si presentò ad un mio streaming e rispose alle mie domande, cercando di dimostrare che ero una stupida, perché non avevo capito quanto eravamo fortunati come bielorussi ad essere ancora parte di un’unione con la Russia. Ha cercato di sottolineare la mia rabbia e il mio legame con il movimento pacifista. Cosa che, secondo lui, non era tollerabile. Se tu ti batti per la guerra, allora va bene. Ma se lo fai per la pace, allora sei pericoloso. E infatti sono stata considerata dal regime bielorusso una terrorista, e prima ancora come un’estremista. Cioè, prima di quanto sta accedendo adesso, perché il regime ha appena inserito il mio nome in una lista dove appaio come “creatrice di un reggimento terrorista in Ucraina che cerca di distruggere Lukashenko”. Anche questa, ovviamente, è una pura invenzione.

Una situazione molto strana in effetti. Quali sono le principali e più profonde ragioni dietro le accuse che le vengono mosse?

Penso lo stiano facendo per generare delle conseguenze sul piano morale. Vogliono disciplinarci e fermarci come Our House, e non vogliono che qualcuno ci dia retta. Questa è la ragione fondamentale.

Vi vogliono screditare.

Sì, ma il loro intento non è solo di screditarci: vogliono di fermarci. La cosa strana è perché il dipartimento di sicurezza nazionale lituano si preoccupa delle sorti del regime di Lukashenko. In ogni caso, ogni informazione su di noi è pubblica. Si trova sulla nostra pagina web. Non abbiamo nessun segreto. Anche su quello che dicono rispetto alla mia presenza in Russia, perché è vero che ci sono stata almeno tre volte dal 2014, dato che ho partecipato ad alcune conferenze. Una conferenza in Orenburg, non solo non è un segreto ma si possono trovare le informazioni che uno vuole sulla nostra pagina web. In quella occasione ho parlato di Monatown. In Bielorussia ne abbiamo 72. Sono città industriali create attorno ad una grande industria. Di solito un’industria di Stato attorno alla quale vengono costruite tutte le infrastrutture possibili. Asili, scuole, ospedali, etc. In Russia ce ne sono più di 300. Il problema è che queste industrie sono per il 99% sono finite in bancarotta. Questo è un problema molto importante per i regimi russo e bielorusso. Perché non le possono chiudere, altrimenti creerebbero una “bomba sociale”. Ma allo stesso tempo non possono continuare a sostenerle perché ciò non ha nessun senso. Nessuno sa veramente cosa fare. Ecco di cosa trattava il mio panel sulle Monatown in Orenburg in Kazakistan. La seconda volta che ci sono stata era una conferenza organizzata con il supporto della Commissione Europea. Ho partecipato ad una conferenza stampa per i media russi. Anche in questo caso è abbastanza evidente perché ero lì. Quindi quando qualche media lituano parla di me come di una spia russa, capisco quale è il loro obiettivo: vogliono congelare la situazione.

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Il lavoro di Our house

Potrebbe riassumere quali sono gli obiettivi più importanti ottenuti da Our House sino ad oggi?

Sono molti. Abbiamo aiutato molti giovani bielorussi a disobbedire alla leva e agli obblighi militari, e adesso li stiamo proteggendo in Lituania. In secondo luogo, abbiamo realizzato delle vaste campagne d’informazione. Più di 4 milioni di persone sono entrate a conoscenza del nostro materiale informativo, e della nostra richiesta di non prestare servizio militare. Prima del 2020 abbiamo aiutato molte vittime della repressione di Lukashenko e, contemporaneamente, abbiamo lavorato molto con i rifugiati bielorussi e ucraini in Lituania. Diverse centinaia di persone hanno ricevuto il nostro aiuto direttamente. Ad oggi, per bielorussi e ucraini abbiamo distribuito gratuitamente 120 tonnellate di cibo. Ma anche altri tipi di merce. Come vestiti, scarpe, piatti, etc. Specialmente nel caso dei bielorussi, molto spesso ci sono molte donne che stanno aspettando di entrare in Lituania e si fermano alla frontiera, nell’illegalità. Specialmente adesso. Quando è inverno, tra l’altro, può immaginarsi come vivono, dato che non hanno nulla. Perciò abbiamo fornito loro assistenza e dato beni di prima necessità. Inoltre, sia bielorussi che ucraini non sono molto ricchi, e per questo cercano di trovare degli appartamenti economici. Spesso hanno bisogno di arredarli, così noi gli abbiamo fornito letti e altri oggetti necessari per viverci. Prima di queste attività, tra il 2018 e il 2020, abbiamo lavorato con i bambini. Perché Lukashenko ha cercato di costruire una specie di gulagh nel Paese. Abbiamo aiutato circa 30, tra adolescenti e bambini, che vi erano stati imprigionati per moltissimo tempo. Ufficialmente per via del possesso di droga, ma in realtà era un modo per metterli a lavorare nelle industrie di Lukashenko per un euro al mese. E i prodotti sono poi circolati in Euorpa, anche attraverso Ikea… Può immaginarsi la situazione, no? Personalmente non uso droghe né sostengo chi lo fa. Ma se un ragazzo di quattordici anni riceve per questo la condanna a 10 anni di prigione, tra l’altro nelle prigioni bielorusse, solo perché ha fumato della Marijuana, secondo me è davvero sbagliato. Anche perché non esiste nessuna forma di scuola nelle prigioni. Il che significa sottoporlo a molte torture, obbligarlo a ricevere questo tipo di “salario”, etc etc. Immagini cosa significa che la società, dopo dieci anni, accoglie un uomo che non ha avuto nessuna socializzazione, che si ricorda solo la prigione e la tortura, e senza avere più alcun legame con la famiglia di origine. Infatti si può ricevere solo una visita in carcere ogni sei mesi, e solo per un parente alla volta…è del tutto insufficiente per mantenere un legame con le loro famiglie…

Le loro vite sono completamente distrutte…

Esattamente. E sono molto arrabbiati. Odiano ogni cosa della società. Pensi tra l’altro che spesso queste persone, dopo che sono uscite, ritornano in carcere dopo due o tre anni. Hanno una condanna di altri due o tre anni. Insomma, abbiamo fatto la campagna contro un articolo criminale, il 228, a causa del quale possono darti fino a 25 anni di carcere. E trattato il caso di una ragazza di 19 anni, secondo me abbastanza giovane, che ha avuto 21 anni di carcere. Praticamente la sua intera vita. Tutta la vita distrutta. Così come la vita della sua famiglia. Consideri anche che, oltre a questo, per le ragazze ci sono da aggiungere dei problemi legati agli stereotipi di genere. Le famiglie lottano nel caso dei bambini o dei ragazzi, mentre ciò non avviene per le ragazze. Perché nella società bielorussa non c’è eguaglianza di genere. Prima di questa battaglia Our House si è occupata lo stesso di bambini e ragazzi che hanno avuto problemi di tipo economico e politico. Quest’ultimo tipo di problemi sono relativi all’attivismo politico, al giornalismo e spesso sono quelli che hanno i difensori dei diritti umani e i costruttori di pace. Si teme spesso di perdere i propri figli se si svolgono queste professioni. Dove, per la maggior parte dei casi, si lotta contro la corruzione. Ma ci siamo occupati anche di un altro problema che vi è strettamente legato. Dal punto di vista economico, infatti, in Bielorussia se non paghi in tempo i servizi di luce, gas, elettricità, acqua etc e se questo accade per due o tre mesi, lo Stato può sottrarre i bambini alle famiglie. Se sei una donna senza marito, con dei figli a carico, che perde anche il lavoro, possono farlo senza problemi. E non è tutto. Se ti sottraggono i bambini poi, in più, devi anche pagare delle tasse speciali allo Stato. Come 100 dollari al mese per ogni bambino sottratto. Sino a quando non si riuscirà a riscattarli, pagando quanto ti chiedono. Per questo abbiamo molti casi, soprattutto nelle zone rurali, in cui le donne che si trovano in circostanze particolarmente difficili uccidono i loro figli o si suicidano. Alcune volte anche solo quando vengono minacciate che questo possa accadere. Insomma, il nostro lavoro è stato anche quello di difendere queste donne e cercare di farle riavere indietro i loro bambini.

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Propaganda di guerra e militarizzazione

Quali sono i principali problemi che un’organizzazione umanitaria come la sua ha con la propaganda mediatica in questa situazione di guerra?

Il discredito è il principale problema. Se parliamo del lavoro con i rifugiati ucraini allora ancora può andare, loro si sentono al sicuro in Lituania. Ma per i bielorussi non è così, e se lavori con loro sei vittima di attacchi inauditi. Non solo da parte del governo lituano, ma soprattutto da parte del Kgb. Per questo parlo di guerra ibrida. Abbiamo attacchi dalla Russia, dalla Bielorussia, dalla Lituania, e questo solo perché ci occupiamo dei rifugiati bielorussi. È chiaro che per alcune organizzazioni bielorusse è impossibile sopravvivere, perché ti viene fatta un’enorme pressione. Le faccio un esempio. Quando è iniziata la guerra abbiamo cominciato a lavorare con gli obiettori di coscienza, e abbiamo chiesto ad un avvocato lituano di aiutarci. Ne avevamo bisogno per la questione dell’asilo politico e per capire come fare a portare avanti delle richieste legali. Ma dopo diversi mesi il nostro avvocato è stato arrestato e messo in carcere su ordine del dipartimento di sicurezza nazionale con l’accusa di spionaggio per il Kgb. Ed è ancora in prigione. Secondo questo ragionamento, il Kgb avrebbe reclutato un cittadino lituano per seguire la nostra organizzazione pacifista in Lituania solo per avere delle informazioni su di noi e poi inviarle in Bielorussia.

Che senso ha?

Ne ha. Perché il regime Bielorusso ha molto chiari i propri obiettivi. Lukashenko è un tremendo carnefice. Possiamo fare un parallelismo. Immagini che la relazione tra il movimento di protesta contro il regime bielorusso stia a Lukashenko come una donna che ha avuto un matrimonio di trent’anni e vuole chiedere il divorzio sta ad un uomo molto violento, che la picchiava, ne abusava, la controllava continuamente, e maltrattava anche i loro bambini. Insomma, immagini un uomo psicopatico con gravi problemi psicologici. Per Lukashenko è molto importante che si blocchino tutti gli aiuti che i bielorussi hanno ovunque nel mondo. Perché vuole creare un’atmosfera che dissuada i bielorussi dall’idea che ha senso resistergli. Non ha senso combatterlo perché non si riuscirà mai veramente a trovare una via d’uscita. Anche se uno va in Lituania sarà comunque perseguitato e seguito dai servizi segreti. E ciò crea uno stress enorme.

Per esempio, nel mio caso, sui social media ricevo ogni giorno delle minacce di morte. Tipo: “Ti troveremo”, “sappiamo dove sono i tuoi figli”, etc etc. Da tre anni, ogni giorno, ricevo questo tipo di minacce. Visto che non ho una relazione con i miei genitori, loro non ricevono questo genere di minacce, al contrario di quanto accade invece ai miei colleghi. Anche i loro parenti sono coinvolti, e ricevono molte minacce.

Quindi non solo discredito…

Non solo, no. Ma anche attacchi per fermare il nostro lavoro, come le dicevo. Perché adesso si sa che se vanno in Lituania noi li aiutiamo. Sfortunatamente però, se uno si reca al confine e chiede asilo politico non riceve neanche un euro né aiuto dal governo lituano. Sino a quando non si riceve lo status di rifugiato politico. Ma prima che te lo danno passa più di un anno. E sino a quando uno lo aspetta, non è permesso che lavori. Quindi se uno arriva con niente alla frontiera, non ha alcuna possibilità di sopravvivere. E il regime bielorusso lo sa bene. Conosce la situazione. E chi li aiuta è vittima di attacchi indicibili. Spionaggio, attacchi sui social media, in situazioni pubbliche. Sono attacchi extraterritoriali.

Quindi stiamo parlando anche di attacchi che provengono dai media, non solo dal governo. Ma esistono media indipendenti in Bielorussia?

I media indipendenti sono stati chiusi, e quelli che non sono in mano al governo sono legati a Sviatlana Tsikhanouskaya, che è una sostenitrice del militarismo e propaganda idee di estrema destra. Lei attacca tutte le organizzazioni di sinistra, come la nostra. Noi crediamo nella giustizia sociale, organizzata attorno al pacifismo e al principio d’eguaglianza, solo per ricordare alcuni dei nostri punti di riferimento. In ogni caso non è possibile chiamare indipendenti i media che non dipendono direttamente dallo Stato proprio perché sono legati a questa figura politica, e lavorano fuori dal Paese. Questo rende il nostro lavoro terribilmente difficile. È molto più facile quando uno lavora con i rifugiati ucraini, perché tutti ti amano e ti rispettano.

Quindi non esiste nessuna vera opposizione al regime da parte dei media.

Non esiste. Né attraverso la radio, né la televisione o i giornali.

Quali sono le più importanti forme di propaganda in Bielorussia?

La militarizzazione che passa attraverso la televisione. Anche se non è paragonabile alla televisione e non è la prima forma di propaganda, anche quanto accade su Youtube gioca un ruolo importante. La televisione serve per diffondere un certo tipo di messaggi che diventano senso comune. Inoltre, consideri che cercare di informarsi con dei media indipendenti stranieri in Bielorussia è illegale. Per esempio, se uno diventa un follower della nostra organizzazione rischia sino a cinque anni di carcere. Anche se uno mi segue personalmente può accadere. Se pubblichi qualche informazione puoi avere sino a sette anni di carcere.

A me sembra che la propaganda non viene veicolata solo nei regimi come la Russia o la Bielorussia, ma prende delle forme particolari anche negli altri Paesi.

Sicuramente. Le persone di lingua slava possono seguire la propaganda russa anche al di fuori della Russia. Per loro è più facile informarsi così. I media russi sono molto professionali e molto efficaci. Esistono per esempio dei talk show importanti che non si presentano come politici, ma che alla fine lo sono eccome. Molti li vedono e ripetono le narrazioni che ascoltano in questi programmi.

Oltre la diffusione delle fake news, tra gli strumenti che si usano durante i momenti di guerra ci sono anche dei modi per evitare di raccontare la realtà. A volte sono modi per minimizzare o ignorare importanti fatti o notizie. Avete per caso avuto qualche esperienza di questo tipo?

Credo che in Bielorussia questo stia avvenendo rispetto agli stereotipi di genere. È senso comune che le donne sono responsabili per i loro uomini. Anche se loro non fanno la guerra, la responsabilità è delle donne. Anche in Lituania accade che alcuni politici dichiarano che siamo noi donne rifugiate ad avere la responsabilità di quello che fa Lukashenko in Bielorussia. Noi stiamo cercando di fermarlo e non siamo responsabili per quello che fa. Molti politici lituani, invece, affermano il contrario. Questa opinione è molto diffusa in differenti contesti e in modi diversi, anche tra i rifugiati ucraini. Solo alcuni giornali stranieri hanno scritto articoli che, invece, ci sostengono. Inoltre, come le accennavo, sfortunatamente esistono molti casi di rifugiati bielorussi che commettono suicidio, e di questo non si sa nulla. Se uno arriva a vedere che non ha nessuna possibilità di sopravvivere neanche all’estero, può ben comprendere perché questo avvenga. Perché sebbene molte persone scappino, Lukashenko cerca di arrivare a loro con ogni mezzo. In Lituania siamo fortunati, perché i casi sono stati solo tre. Altrove è peggio. Per la maggior parte dei casi ciò accade quando non ricevono nessun aiuto. E stiamo parlando di persone che sono già state torturate e violentate. E anche gli uomini vengono stuprati nelle carceri bielorusse. Ciò significa che si portano dietro dei traumi molto profondi, e a volte sono psicologicamente sopraffatti dalla violenza. Molti bielorussi, come me, anche se riescono a sopravvivere, sono affetti da diverse forme di sindrome postraumatica. Il che significa che è molto difficile chiedere aiuto e comunicare con persone sconosciute. Gli ucraini sono più attivi di noi, perché hanno subito un solo trauma. Noi abbiamo quarant’anni di traumi da elaborare. È molto triste, ma è proprio per questo che quando incontro i bambini rifugiati posso distinguere subito chi è bielorusso da chi è ucraino. In ogni caso, tutti, anche i bambini ucraini, hanno bisogno di aiuto psichiatrico o di supporto psicologico. Per esempio molti di loro hanno paura di dormire. Molti di loro hanno delle esperienze traumatiche di quando persone mascherate a notte fonda hanno fatto irruzione nelle loro case spaccando tutto e picchiando tutti, compresi loro. A volte hanno anche assistito all’arresto di uno dei loro genitori.

Secondo la sua esperienza ed opinione, la propaganda che si è insinuata nel sistema mediatico è dovuta all’incompetenza o al conformismo? Oppure è un problema culturale? O è l’effetto delle pressioni politiche? Oppure è l’effetto della strategia militare che cerca di manipolarlo? Oppure tutto questo insieme?

Penso che è molto più probabile che sia un effetto della strategia militare. Perché, come dovrebbe essere chiaro ormai, per aiutare gli ucraini non si dovrebbe aprire un secondo fronte di guerra, come invece sta avvenendo. Dovremmo aiutarli ad evitare che si apra. Eppure stiamo vedendo chiaramente che Lukashenko si è dotato di un arsenale capace di invadere l’Ucraina, per aiutare Putin. Secondo me solo aiutando l’obiezione di coscienza in Bielorussia si può evitare che questo accada. È l’unica strategia intelligente in questo momento. Ovviamente la mia prospettiva è quella di una peace builder (costruttrice di pace, ndr). Ma non esiste un consenso popolare attorno a questa strategia, né per i bielorussi né per i russi. Si è instaurata una visione militarista in cui si crede che solo con le armi, la potenza e gli arsenali, possiamo sviluppare una giusta strategia di conflitto. Non cercano di organizzare una qualsiasi strategia alternativa. Nemmeno di aiutarla. Uno può inviare tutte le armi che vuole, ma se non ci fossero soldati nell’esercito di Putin arriveremo di sicuro alla vittoria. E lo stesso vale per la Bielorussia. Anche se Lukashenko avesse il sistema militare più moderno, non avrebbe nessuna possibilità di usarlo. Nessuno ci vuole provare davvero. E vediamo che la polarizzazione è enorme. Anche sui media c’è moltissima radicalizzazione. E vediamo una stranissima narrazione dell’estrema destra prendere piede. Quella che porta allo scontro tra nazioni. E, anche se dispiace constatarlo, si è affermata ormai l’idea che un certo modo di fare la guerra è romantico, e che questo sia funzionale per reclutare gli uomini che devono fare la guerra. Insomma, vedo che c’è un processo di militarizzazione che ha ormai coinvolto molti aspetti della vita. Ovviamente tutte le cause a cui hai fatto riferimento esistono. Di sicuro hanno un peso. Ma in questo momento i media non stanno lavorando in modo indipendente, perché stanno assumendo le strategie militari, anche perché le persone cominciano a vivere effettivamente in una condizione di guerra. Anche se non abbiamo nessuna guerra in Lituania, per esempio, è molto più facile spiegare quello che accade dicendo: “Siamo in guerra”. Anche se non è vero, si dà questo tipo di risposta alla domanda: “Perché siamo così poveri?”. Perché i prezzi sono aumentati? Perché c’è la guerra. “Per favore, risolvete i problemi dei rifugiati bielorussi in Lituania”. No. Perché? “Perché siamo in guerra”… Una risposta facile per ogni domanda scomoda. È incredibilmente facile. Purtroppo sui media troviamo questo tipo di narrazione, e i politici fanno lo stesso. Basti pensare a quello che ha fatto un ministro lituano, lanciando la campagna “Siamo pronti alla guerra”. Una campagna chiaramente militarista. Se sei pronto alla guerra, hai bisogno di nemici. Quello che, per il momento, sono i bielorussi in Lituania. Siamo considerati i nemici del governo lituano. Ovviamente questo non ha nulla a che fare con la guerra come tale, ma è il frutto di una strategia di militarizzazione della società.

La militarizzazione delle coscienze si sta dando anche nei Paesi occidentali, non trova?

Si, ci stiamo lavorando in effetti con dei gruppi specifici. Sono del tutto contraria a questa tendenza. Perché essa ci porta a far crescere i nostri figli con questa concezione, e a diffondere forme di paranoia sociale. E ciò significa che lasceremo loro un mondo in guerra, anche dopo la nostra morte. La guerra continuerà. E loro dovranno ancora sparare o uccidere qualcuno in futuro. Dobbiamo davvero moltiplicare i nostri sforzi perché questo non accada, affinché il mondo possa vivere in pace. Non bisogna insegnare, per esempio, a sparare. Come invece ho appreso io a scuola sotto l’Urss, quando ero piccola. Veniva considerato come necessario. Una capacità tra le altre da far crescere nei bambini. Semmai dovremmo insegnare alcune tecniche mediche per aiutarci se stiamo male. Ma questo ha a che fare con la sicurezza personale, non con la guerra.

Cosa ne pensa della narrazione occidentale della guerra?

La narrazione occidentale oggi è tutta incentrata sull’invio delle armi all’Ucraina. Ma secondo me le armi non solo non risolvono tutti i problemi, ma ne creano degli altri. Questo è il problema. Perché questo appare alle persone come la soluzione più semplice. Non pensano a nessun altro problema sociale, e si danno risposte molto semplici per delle domande a cui è molto complicato rispondere in realtà. Anzi, le stesse domande che si pongono non sono buone. Non sono corrette.

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Questione di genere, alternativa di società e giustizia

Come femminista, come considera il fatto che altre femministe ucraine stanno chiedendo di sostenere l’Ucraina militarmente? E perché, da una prospettiva femminista, è così importante l’obiezione di coscienza?

Per me rientra nel fatto di voler rendere la guerra qualcosa di romantico. Ma anche che ci troviamo tutti in una situazione molto strana, dove un solo tipo di mascolinità viene considerata corretta. Ed è quella dell’uomo con le armi. Quindi se non vuoi prendere le armi, e sei un uomo, la società ti dice che hai qualcosa di sbagliato. Incluso se sei un uomo religioso. Lo stesso vale per le donne. Capisco la posizione delle donne ucraine, perché sotto le bombe puoi sopravvivere solo se hai un chiaro obiettivo da raggiungere. Devi crederci e sostenerlo, altrimenti viene distrutta la tua capacità mentale. Questo mi sembra chiaro. Ma se invece pensiamo a noi, che non siamo in una situazione di guerra effettiva, è diverso. In ogni caso non mi piace l’idea che esista un solo modo per essere donna. Un modo corretto di essere femminili. Come accade quando si pensa che la donna debba essere d’ispirazione per l’uomo, affinché possa usare al meglio le sue armi e fare la guerra. Se sei una madre devi inviare tuo figlio sul campo di battaglia. Oppure inviare tuo fratello, tuo marito. Senza che vi sia uno spazio effettivo per le donne. Sarebbe anche il caso di pensare alla violenza domestica che si genera nelle famiglie degli “eroi”. Gli uomini che ritornano dalle prigioni dove erano stati rinchiusi per motivi politici, oppure dalla guerra, hanno tutti dei sintomi postraumatici molto profondi. E le famiglie si ritrovano in gravi difficoltà perché non sanno come renderne conto. Come farci i conti. Da una parte l’uomo è un “eroe”, agli occhi di tutti, dall’altra invece è pericoloso. Non sanno come affrontare il fatto che, in realtà, l’uomo è un problema. Non sanno cosa fare. E questo crea molti pregiudizi e tabù per le donne. Non sanno come parlarne. Spesso non vengono neanche considerati dei problemi di cui le donne debbano occuparsi. Se qualcuna ci prova o viene additata come il problema, o viene ignorata a causa del fatto che c’è una guerra da combattere. Questo è ciò che ho visto spesso. Secondo me, quindi, è molto importante evitare di creare ulteriori guerre nella propria mente. Altrimenti si crea un mondo in bianco e nero, tra amici e nemici, che può aiutare a sopravvivere ma che poi è molto difficile per vivere nel contesto umano che ti circonda. Per me la cosa importante, in ogni caso, è riuscire a eliminare il pregiudizio che esista un solo tipo di femminilità corretta e un solo tipo di mascolinità corretta. Solo un tipo di donna come modello o solo un tipo di uomo come modello. Se ci riferiamo ai diritti umani, è anche perché dobbiamo tornare a rispettare la diversità e la tolleranza. Tutto il contrario di quanto sta accadendo con gli obiettori di coscienza in Russia, Ucraina e Bielorussia, che hanno moltissime pressioni da parte dell’opinione pubblica.

A me sembra, purtroppo, che è quasi inevitabile in questo contesto che chi si occupa di diritti umani come lei, sia oggetto di repressione, oppressione e altre forme di violenza di cui ci ha parlato.

Certo, ma quello che proponiamo non è complicato. Vivere. Quando il carnefice Lukashenko crea una società tossica, dove ognuno odia gli altri, dove ognuno aggredisce chiunque altro. E non sto parlando solo degli uomini, ma anche delle donne. Non è qualcosa che è legata al genere. È una questione di potere…

Sono d’accordo…

Sì, non è una questione di genere. Insomma, noi stiamo proponendo un altro mondo, senza violenza, pieno di diversità e rispettoso di ognuno di noi. Fondato sui diritti umani, sulla libertà di scelta, e di religione. E sicuramente è una specie di sogno. Molti bielorussi non sanno neanche come immaginarsi di vivere in questo tipo di mondo, perché non vivono mai veramente. Anche se sono in Lituania, non ne sono capaci. Ed è appena un’idea. Ma ciò che è sicuro, è che ci sono molte persone che la sostengono, che vogliono avere una vita migliore. Lukashenko può uccidere o screditare qualcuno, ma come può davvero uccidere un sogno? Non può. Ecco perché ci attacca, perché siamo dei “sognatori”. Persone che distribuiscono sogni sul futuro e che ridanno speranza. Prima di tutto per le persone all’interno della Bielorussia. La speranza di poter cambiare la loro situazione. E la situazione cambierà con i nostri sforzi comuni, perché noi continuiamo a lottare anche se ci attaccano continuamente.

Secondo lei, sulla base della sua vita ed esperienza, quali sono le principali capacità per fare quello che lei sta facendo? Quali sono le principali radici di questo tipo di solidarietà universale che è alla base del suo lavoro?

Penso che ognuno di noi conta, e che ogni vita abbia senso. Penso che siamo umani, e che per questo possiamo creare una società più umana e più giusta. È chiaro che adesso non vediamo alcuna giustizia. E sto parlando del mondo contemporaneo, non solo in Russia o in Bielorussia. Ma anche nel mondo occidentale. Noi vogliamo cambiarlo, e molte persone hanno capito che c’è qualcosa che non va. Forse non hanno capito come crearne uno migliore. Ma hanno assunto che non vogliono continuare a vivere in questo tipo di situazione. Non sanno come combattere, né come vincere. Ma hanno un sogno. A volte è molto duro lottare, perché ciò significa stare sotto un’enorme pressione da parte di tutti, ma allo stesso tempo non vogliamo tornare indietro. Perché sappiamo quante sono le persone che lo fanno e quali sono le loro speranze. Sappiamo che è per questo che ci seguono. Senza la nostra attività non ci sarebbe questo sogno, non ci sarebbe la speranza di un mondo migliore. Se fosse così, Lukashenko e Putin avrebbero già vinto. Se fosse il contrario, invece, avere un territorio in più non avrebbe nessun senso. Loro stanno combattendo, in realtà, per evitare che la popolazione possa davvero scegliere cosa vuole, quali sono le leggi che vuole decidere, come vivere. Usare propaganda, narrazione di guerra, guerra ibrida, e altri strumenti del genere per promuovere le idee di Putin tra la popolazione, così come fanno i Paesi occidentali che sono finiti nella trappola di questo gioco militarista, ci pongono in una situazione in cui siamo tra due fuochi. Per questo tutto quello che stiamo facendo è così complicato.

Quindi la ragione più profonda è che lei crede nella giustizia sociale?

Lukashenko vuole controllare ogni aspetto della nostra vita: ciò in cui crediamo, il nostro lavoro, le idee, i bambini, la vita personale. Per questo le donne non possono fare molte cose o fare molti lavori. Per esempio non possono guidare in Bielorussia. Al contrario, quando parliamo di giustizia sociale stiamo parlando di libertà di scelta. Non ho bisogno dello Stato o del regime bielorusso per decidere chi voglio amare, se una persona, due o tre o nessuna. Lo Stato non può mettere bocca sui matrimoni, come invece accade. È del tutto incredibile che possa farlo. Insomma, per riassumere, queste sono le principali radici per fare quello che faccio: libertà di scelta, giustizia sociale, e responsabilità verso me stessa e verso la vita che vivo. È molto importante considerare che sono adulta, che posso vivere da sola, senza che lo Stato mi controlli.

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