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sabato, Dicembre 5, 2020

Lavorare la terra in maniera circolare, il report della Fondazione Ellen MacArthur

Il settore agroalimentare è sempre più fondamentale ma è fonte di notevoli distorsioni. Per questo i ricercatori della Fondazione indicano cinque soluzioni per una gestione virtuosa della catena. Le parole chiave? Resilienza, biodiversità, rigenerazione, salute e comunità

Caterina Ambrosini
Caterina Ambrosini
Laureata in Gestione dell’ambiente e delle risorse naturali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam con specializzazione in Biodiversità e valutazione dei servizi forniti dall'ecosistema. Da inizio 2020, collabora con l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare nel lavoro di mappatura delle realtà nazionali e nella creazione di contenuti.

Come reagiremmo se ci dicessero che sarebbe possibile ridurre le emissioni di anidride carbonica di 5,6 miliardi di tonnellate da qui al 2050, per giunta in un solo settore produttivo? E’ quello che sostiene la Fondazione Ellen MacArthur in un recente report, intitolato “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. Il primo dato a colpire è proprio quello relativo alla CO2: se applicassimo i principi dell’economia circolare nel settore agroalimentare – che gli anglosassoni sintetizzano col termine food – si avrebbe una riduzione delle emissioni del 49% in appena 30 anni. Una vera e propria rivoluzione. Soprattutto se si considera che produrre cibo colpisce diversi ambiti: il clima, la biodiversità e la salute umana. Il settore agroalimentare vuole sì provvedere a portare cibo nelle case di una popolazione in continuo aumento, ma allo stesso tempo è responsabile di importanti impatti sull’ambiente. La produzione agricola ha portato l’Europa al quarto posto tra gli emettitori globali di gas serra. A livello globale, quasi un quarto delle emissioni sono dovute a attività agricole e alla deforestazione. Il settore però negli anni, da responsabile dell’inquinamento globale è divenuto vittima dei sempre più frequenti fenomeni atmosferici come alluvioni e siccità. L’Italia sempre più spesso si è trovata in ginocchio di fronte a queste calamità improvvise, con conseguenze drammatiche per l’intero comparto agricolo e impatti sul suolo che potrebbero divenire irreversibili. Si stima che più del 21% del territorio italiano rischia la desertificazione e che entro il 2050 alcune regioni europee, specialmente quelle affacciate sul Mediterraneo, subiranno una riduzione fino al 50% della produzione agricola a causa dei cambiamenti climatici. Il suolo europeo e nazionale sta quindi soffrendo enormemente la pressione dei metodi di produzione agricola standard. Cambiare rotta sembra ad oggi l’unica soluzione per permettere alla biodiversità di rigenerarsi, prima che diventi troppo tardi per il ciclo della natura di tornare alle sue origini. Ecco perché la Fondazione Ellen MacArthur riflette su come un approccio circolare possa riparare i danni che gli ecosistemi stanno subendo a causa delle attività intensive e dei metodi chimici utilizzati per produrre il cibo che arriva nelle nostre tavole.

Permettere alla natura di autorigenerarsi

Forse non ci riflettiamo abbastanza ma sfamare la popolazione mondiale nasconde costi non indifferenti per l’ambiente e di conseguenza per la nostra salute. Produrre cibo in maniera intensiva colpisce gli ecosistemi, la biodiversità, non consente al suolo di rigenerare i suoi nutrienti. Danneggiare l’ecosistema e perdere i servizi da esso forniti si traduce in termini monetari in un costo tra i 6,3 e i 10,3 trilioni di dollari annui. Ma cosa succederebbe se implementassimo strategie di economia circolare per la produzione di cibo? Secondo la Fondazione Ellen MacArthur ci sarebbero almeno cinque benefici a livello ambientale, economico e sociale. Per prima cosa l’economia circolare si rifà proprio alla natura per la sua caratteristica di seguire un ciclo dove non esistono rifiuti, ma tutto viene reimmesso nel sistema per acquisire nuovo valore. Quindi pensare di produrre il cibo in maniera circolare vuol dire permettere alla natura di rigenerarsi secondo il suo ciclo naturale: utilizzare metodi come la agroforestazione e la permacultura, ma anche la rotazione delle colture,  permettono di mantenere in salute l’ecosistema senza danneggiarlo, proteggendo la biodiversità. Ciò si traduce in benefici economici poiché il suolo ha meno possibilità di perdere la sua fertilità (quindi la sua produttività) e si può puntare su una maggior diversità di raccolti. Ne è un esempio l’agricoltore giapponese Takao Furano che sostituendo pesticidi chimici con l’introduzione di una specie animale, ovvero le anatre, ha potuto aumentare il suo raccolto di riso del 20%-50% rispetto alle piantagioni industriali, generando introiti grazie anche alla vendita di prodotti delle stesse anatre.

Il contributo alla lotta per il cambiamento climatico

Il settore da inquinatore può divenire alleato alla lotta al cambiamento climatico. Produrre cibo con metodi rigenerativi e tramite l’agroforesteria, che favoriscono il mantenimento di colture per lunghi periodi di tempo, permette alle piante di catturare la CO2, mentre l’utilizzo di fertilizzanti organici o sottoprodotti vegetali compostati fa si che il carbonio sia restituito e assorbito dal suolo. E noi stessi come cittadini possiamo partecipare a questo processo con i rifiuti che gettiamo nel cassonetto dell’umido. Tocca poi alle amministrazioni locali cogliere l’opportunità di trasformare questa frazione di rifiuto in una risorsa direttamente utilizzabile nel settore agricolo. Attraverso questi metodi di produzione circolare, si può raggiungere una riduzione delle emissioni di gas effetto serra del settore del circa 49% entro il 2050. Per ridurre ulteriormente le emissioni e allo stesso tempo combattere lo spreco alimentare si può pensare di valorizzare tutto ciò che ristoranti e produttori di alimenti considerano come scarto. Dalle bucce di frutta e verdura è sempre possibile ricavare dei prodotti alimentari come fa il marchio giapponese Zenb. Dare valore a ogni parte del prodotto agricolo vuol dire ridurre al minimo i rifiuti da cibo e le emissioni inquinanti: la Fondazione Ellen MacArthur dichiara che riducendo almeno del 50% gli scarti organici entro il 2030 si potrà avere una riduzione delle emissioni di 1,4 miliardi di tonnellate di CO2.

Sostenere gli agricoltori locali

Ci sono poi anche dei vantaggi sociali che si possono raggiungere facendo affidamento all’economia circolare per la produzione di cibo. Nel caso della filiera agroalimentare infatti, avvicinare i produttori locali ai consumatori può creare un sistema resiliente in grado di assicurare alla popolazione accesso ai prodotti alimentari in qualsiasi situazione. L’attuale filiera è altamente dipendente dalle importazioni di prodotti alimentari, il che rende tutto molto contraddittorio secondo la Fondazione Ellen MacArthur. “Più del 40% dei campi irrigati nel mondo – si legge nel report – sono situati in aree periurbane, ma il cibo prodotto in queste terre è solitamente inviato a consumatori dall’altra parte del mondo mentre prodotti simili vengono importati in città vicine”. Consumare cibo prodotto localmente ha ovviamente degli impatti positivi anche sulla comunità agricola che molto spesso è costituita da piccoli agricoltori che sempre più soffrono la pressione dell’agricoltura industrializzata dei grandi produttori. Connettere i consumatori con i piccoli produttori locali fa sì che si eviti l’abbandono delle zone rurali, si mantenga nelle migliori condizioni il suolo e si preservi la comunità che vive grazie all’agricoltura. Su questo aspetto delle interconnessioni tra città e aree rurali circostanti, è stata lanciata l’iniziativa Green Cities Initiative della FAO con l’obiettivo di beneficiare sia i consumatori che chi si prende cura della terra. Attivare delle relazioni mantiene in vita le comunità agricole, crea resilienze del sistema e assicura approvvigionamento di cibo.

I vantaggi economici

C’è poi sempre l’aspetto economico da tenere in considerazione. Un’economia circolare per produrre cibo è vantaggiosa in termini monetari? Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno. Inoltre, ci sono dei benefici indiretti  legati alla sfera della salute che si possono riscontrare con l’utilizzo di metodi circolari. Utilizzare dei fertilizzanti organici espone gli agricoltori a minor rischi rispetto ai fertilizzanti chimici, il che si traduce in una riduzione della spesa pubblica a supporto della guarigione da eventuali malattie.

Riflettendo sul ruolo dell’economia circolare per la produzione agroalimentare le parole chiave sono quindi resilienza, biodiversità, rigenerazione, salute e comunità. In questo settore sembra proprio che nessun aspetto sia lasciato indietro se entra in gioco l’economia circolare.

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