sabato, Maggio 28, 2022

Lavoro, in tutto il mondo entro il 2050 potremmo avere 60 milioni di nuovi green jobs

Una società e un’economia sempre più green vedranno un aumento di posti di lavoro legati alla sostenibilità. Altri posti di lavoro - quelli della filiera delle fonti fossili, ad esempio – verranno perduti. Ma sarà niente al confronto del numero di disoccupati che potrebbero essere causati dalla crisi climatica: senza un’azione decisa contro il riscaldamento globale, stima l’ILO, 72 milioni di posti di lavoro a tempo pieno andranno persi in tutto il mondo entro il 2030. Per la festa dei lavoratori, il nostro approfondimento su lavoro, economia circolare e transizione ecologica

Daniele Di Stefano
Giornalista specializzato in tematiche ambientali, un passato nell’associazionismo e nella ricerca non profit, collabora con EconomiaCircolare.com, La Nuova Ecologia, Green&Blue di Repubblica, Materia Rinnovabile e Rigeneriamo Territorio

Primo maggio, non possiamo non parlare del lavoro e, visto che siamo EconomiaCircolare.com, di green jobs. Oggi parliamo di lavoro anche perché la transizione ecologica, che questo magazine ha l’ambizione di raccontare con occhio meno pigro possibile, comporta dei cambiamenti non irrilevanti nel mondo del lavoro: non solo nuovi occupati ma anche posti di lavoro persi (il nostro ministro della Transizione ecologica ha parlato a più riprese, con toni foschi, di “bagno di sangue”).

Verso un’occupazione ‘verde’

“Su LinkedIn possiamo vedere che il passaggio alle assunzioni per la green economy è già in corso in tutto il mondo. Dal 2017, abbiamo assistito al costante aumento della domanda di talenti con competenze ecologiche”, ha scritto Karin Kimbrough, Chief Economist di LinkedIn. Kimbrough racconta di un confronto fatto partendo dai database del noto social network: “Uno dei cambiamenti più importanti monitorati sui lavori di LinkedIn è l’abbandono di quelli nel settore petrolifero e del gas e l’aumento dei ruoli nelle energie rinnovabili e nell’ambiente”.

Nel 2015, ha spiegato, il rapporto tra posti di lavoro nel settore petrolifero e del gas negli Stati Uniti rispetto alle energie rinnovabili e ai posti di lavoro nell’ambiente era di 5:1, ma nel 2020 questo rapporto era circa di 2:1. Il suo commento: “Di questo passo, prevediamo che le energie rinnovabili e l’ambiente potrebbero effettivamente superare petrolio e gas nei posti di lavoro totali sulla nostra piattaforma entro il 2023”.

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Green jobs globali

Nel suo “Green Growth, Jobs And Social Impacts Fact Sheet” (dicembre 2020), la Commissione Europea stima l’occupazione globale nelle energie rinnovabili (la quota più misurabile dei green jobs) pari a 11,5 milioni di posti di lavoro nel 2019, con le donne che ne occupano il 32%. Il 63% di questi posti di lavoro sono in Asia, il 38% del totale in Cina. 3,8 milioni sono occupati nell’industria del solare fotovoltaico, 3,6 milioni nella bioenergia (principalmente biocarburantI e biogas). All’energia idroelettrica dobbiamo 2 milioni di posti di lavoro, all’eolico 1,2 milioni.

Si prevede, aggiunge la Commissione, che dando concretezza all’obiettivo climatico di limitare il riscaldamento globale a 2°C rispetto ai livelli preindustrali, l’occupazione verde raggiungerà globalmente i 24 milioni di posti di lavoro entro il 2030 (di cui 6 milioni legati all’economia circolare), a fronte di 6 milioni persi in settori penalizzati dall’addio alle fonti fossili. Entro il 2050, la transizione verso un’economia verde a basse emissioni di carbonio può generare, secondo la Commissione, 60 milioni di nuovi posti di lavoro verdi a livello globale.

Green jobs europei

Se restiamo in ambito europeo, l’occupazione nel settore ambientale – spiega ancora la Commissione – è cresciuta molto più rapidamente rispetto a quella complessiva: del 32% tra il 2000 e il 2016 contro il 9% in generale. I 3,2 milioni di posti di lavoro verdi del 2000 (posti di lavoro ‘equivalenti’ a tempo pieno) sono saliti a circa 4,1 milioni nel 2017. Complice anche la difficoltà di misurare i green jobs in settori diversi dall’energia e dalla gestione dei rifiuti, proprio questi due settori sono protagonisti dell’occupazione verde: l’energia col 35% dei green jobs, seguita dalla gestione dei rifiuti, col 28%.

Come sempre, le stime sono rigidamente legate ai confini concettuali e statistici che le sottendono. E così la Commissione ammette che, adottando definizioni più ampie di green jobs, contando anche l’occupazione indiretta, i beni intermedi per l’ecoindustria, l’agricoltura biologica e l’ecoturismo, si arriva fino a 20 milioni di posti di lavoro: il 5% della popolazione attiva.

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Fonte: Commissione europea

Puntando l’attenzione all’economia circolare, secondo il Rapporto sull’Economia circolare in Italia del Circular economy network, nel 2018 nell’Unione europea a 27 le persone occupate in questo ambito erano oltre 3,5 milioni, in Italia 519.000. In Europa l’Italia è seconda dopo la Germania (680.000 occupati). Se però si analizza il dato in percentuale rispetto al totale degli lavoratori, nell’UE27 le persone impiegate dall’economia circolare sono l’1,7%, mentre in Italia rappresentano il 2%, dunque sopra la media europea (ma sotto il valore della Polonia: 2,18%).

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Fonte: Circular Economy Network

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Green jobs in Italia

A fine 2020 il complesso degli occupati che svolgono una professione di green job in Italia erano, secondo il rapporto GreenItaly di Symbola e Unioncamere, pari a 3,1 milioni, di cui 1 milione al Nord-Ovest (33,8% del totale nazionale), 740 mila nel Nord-Est (23,6%), 671 mila al Centro (21,4%) e le restanti 669 mila unità nel Mezzogiorno (21,3% del totale nazionale). “Possiamo constatare – si afferma nel rapporto – che la pandemia ha avuto un effetto asimmetrico sui diversi settori e comparti dell’economia: se molti hanno perso quote di reddito ed occupazione nel 2020, per altri c’è stata, invece, crescita o consolidamento. Il settore green rientra tra questi”. In termini relativi, gli occupati che svolgono una professione di green job nel 2020 sono stati il 13,7% del totale degli occupati.

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Fonte: Symbola – Unioncamere

Nel complesso, leggiamo ancora nel rapporto di Symbola e Unioncamere, quella dei green jobs è “una figura professionale più stabile, qualificata ed esperta in termini relativi rispetto alle altre figure professionali”. I contratti di attivazione di green jobs previsti dalle imprese e relativi al 2020 si contraddistinguevano, infatti, per una maggiore stabilità: con un 28,3% dei contratti previsti in entrata a tempo indeterminato sul totale dei contratti green jobs, contro il 18,6% delle professioni non green.

Zoomando specificamente sulle imprese e sui lavoratori della riparazione di oggetti usati (soprattutto di beni elettronici, ma anche vestiario, calzature, orologi, gioielli, mobilia, …) il Circular Economy Network  riscontra “che gli addetti nelle imprese di riparazione operanti in Italia nel 2019 sono stati oltre 12.000, in calo di circa un migliaio rispetto all’anno precedente e diminuiti di circa duemila unità rispetto al 2010, mentre Germania e Spagna impiegano un numero di addetti pari al doppio dell’Italia (il tasso di occupazione è più che doppio in Francia)”.

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Green jobs, lavoro del futuro e transizione ‘giusta’

Tutto questo è il presente. Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione europea, fa sapere che i soli obiettivi climatici stringenti fissati dalla Commissione, con una riduzione del 55% delle emissioni di gas serra nell’UE entro il 2030, “potrebbero portare a un aumento netto fino a 884.000 posti di lavoro” in Europa.

Passare ad un’economia in cui la sostenibilità ambientale abbia più spazio, stima l’ILO (International Labour Organization) potrebbe creare globalmente 24 milioni di posti di lavoro entro il 2030 (il calcolo è limitato al settore dell’energia, dell’edilizia, della mobilità elettrica, dell’efficienza energetica).  “L’economia verde può consentire a milioni di persone di superare la povertà e raggiungere una migliore qualità della vita”, ha detto Deborah Greenfield, vicedirettore generale dell’ILO.

Parallelamente, un’economia più sostenibile porterebbe alla perdita di 6 milioni di occupati globali in settori come quello della filiera del petrolio, dell’estrazione e dell’impiego del carbone. Ecco perché, sottolinea l’ILO, “per compensare queste perdite saranno necessarie le politiche complementari per proteggere i lavoratori e garantire che la transizione sia giusta”.

E se invece le nazioni della Terra non scegliessero di contrastare la crisi climatica? “Gli aumenti di temperatura previsti e il degrado ambientale intaccheranno i posti e le condizioni di lavoro, poiché il lavoro dipende dalle risorse naturali, dai servizi ecosistemici e da un ambiente privo di disastri”, sottolinea ancora l’International Labour Organization. L’ILO prevede infatti che 72 milioni di posti di lavoro a tempo pieno andranno persi entro il 2030 a causa dello stress termico.

La perdita di posti di lavoro legati alla transizione green richiede, se vogliamo che sia anche una transizione equa, politiche adeguate di welfare e di accompagnamento per i settori e i lavoratori legati ad esempio, alla filiera delle fonti fossili o dell’auto a combustione interna.

Negli Orientamenti strategici per una transizione giusta e inclusiva, la Commissione europea ritiene “essenziale mettere in atto azioni strategiche a sostegno delle persone e di un loro coinvolgimento attivo” In particolare “agevolare le transizioni professionali, trasferendo ulteriormente la pressione fiscale dal lavoro ad altre fonti che contribuiscono agli obiettivi climatici e ambientali”. Secondo Nicolas Schmit, Commissario per il Lavoro e i diritti sociali,”il Green Deal è un imperativo economico e climatico ed è responsabilità di tutti noi garantirne collettivamente il successo. Tuttavia non sottovalutiamo l’impatto sociale e occupazionale della transizione verde. L’equità sociale deve essere posta al centro di tale transizione”.

Più sostenibilità, più lavoro

Gli investimenti della transizione energetica ed ecologica sono più labour intensive (occupano più lavoratori) di quelli nelle fossili. Il World Resources Institute, l’International Trade Union Confederation e New Climate Economy hanno calcolato che, a parità di fondi, si dà lavoro a più persone se si investe in energia rinnovabile, trasporto pubblico o veicoli elettrici piuttosto che se si unta su combustibili fossili o trasporto diesel e benzina.

Secondo uno studio di Greenpeace Italia del giugno 2020, se il nostro Paese facesse scelte più ambiziose per affrontare l’emergenza climatica, da queste scelte potrebbero arrivare 163mila nuovi occupati nel 2030. E se Elettricità Futura (Confindustria del settore elettrico) afferma di essere in grado di installare 60 gigawatt di rinnovabili nei prossimi 3 anni a patto di ottenere le relative autorizzazioni, WWF traduce questi gigawatt in occupati a stima 80mila nuovi posti di lavoro (con un risparmio di 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno)

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