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sabato, Dicembre 5, 2020

Prevenire è meglio che smaltire, il caso dell’edilizia italiana

Ora che le nostre abitazioni sono tornate a essere scuola, palestra e rifugio, il tema della sostenibilità del settore edilizio diventa ancora più cruciale. Mentre si attende il decreto end of waste specifico, bisogna rafforzare la riduzione a monte dei rifiuti

Caterina Ambrosini
Caterina Ambrosini
Laureata in Gestione dell’ambiente e delle risorse naturali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam con specializzazione in Biodiversità e valutazione dei servizi forniti dall'ecosistema. Da inizio 2020, collabora con l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare nel lavoro di mappatura delle realtà nazionali e nella creazione di contenuti.

La pandemia ci ha fatto riscoprire il ruolo della casa nella vita quotidiana. Con il mondo esterno messo in pausa dal coronavirus, le nostre abitazioni sono diventate rifugio, ufficio, scuola, palestra. Dal canto loro, le istituzioni europee – e con loro quelle italiane che hanno introdotto il Superbonus 110% – hanno acceso i riflettori sull’importanza di avere case sicure ed efficienti sotto il profilo dei consumi energetici.

La Commissione Ue ha infatti presentato due settimane fa la strategia “Ondata di ristrutturazioni” , il cui obiettivo è vedere presto numerosi edifici in tutta Europa messi a nuovo per ridurre il loro impatto ambientale in termini di consumo di energia e di materiali utilizzati. Tra le azioni prioritarie della strategia, oltre all’accesso a finanziamenti mirati, la Commissione vuole dare un forte incentivo al mercato dei prodotti e servizi sostenibili del settore. Ciò si traduce in una spinta all’utilizzo di materiali e risorse per costruzioni provenienti da operazioni di recupero e riutilizzo. Proprio su questo fronte, il ministero dell’Ambiente iè al lavoro per la creazione di un nuovo decreto End of Waste che conferisca finalmente una destinazione a diverse tipologie di rifiuti del settore delle costruzioni e demolizioni, strumento che può supportare questa ondata europea di rinnovamento. “A febbraio – ha infatti dichiarato recentemente il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – riusciremo a pubblicare il decreto end of waste costruzioni e demolizioni: si tratta di 60 milioni di tonnellate l’anno tolte dal mondo dei rifiuti. E in questi rifiuti rientrano, per esempio, quelli del terremoto”.

Una nuova frazione a cui dare nuovo valore

Entrato in vigore il decreto sulla carta da macero, il ministro Sergio Costa ha annunciato che è in cantiere la creazione di un pacchetto normativo per i rifiuti speciali da operazioni di costruzione e demolizione. Quindi, dopo i pneumatici fuori uso, anch’essi rifiuti speciali, sarà la volta dell’End of Waste per un settore che contribuisce al 42,5% (dati 2018) del totale di rifiuti speciali prodotti, ovvero 61 milioni di tonnellate. L’attento monitoraggio dei rifiuti speciali da costruzione e demolizione trova origine dall’obiettivo europeo fissato dalla direttiva 2008/98/CE, per cui si punta a raggiungere entro il 2020 il 70% di preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e altri tipi di recupero di materia, incluso le operazioni che utilizzano i rifiuti in sostituzione di altri materiali. Seppur l’Italia abbia ampiamente raggiunto l’obiettivo ormai da anni, con un tasso del 77,4% già nel 2018, l’ultimo Rapporto 2020 sui rifiuti speciali dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale) racconta di un aumento non indifferente negli anni della produzione totale di rifiuti da operazioni di costruzione e demolizione, che ovviamente influenza la produzione totale dei rifiuti speciali, attestata a circa 143,5 milioni di tonnellate nel 2018, oltre 4 milioni di tonnellate in più dell’anno precedente. Questo andamento ha messo sicuramente in allarme il ministero che si sta mettendo al lavoro per attuare una politica di maggior monitoraggio e programmazione per questo flusso di rifiuti, al fine di definire per gli scarti del settore delle costruzioni una destinazione e incentivare la loro trasformazione in materie prime seconde, in un contesto nazionale che vuole abbracciare, passo dopo passo, un’economia più circolare.

Il settore delle costruzioni e demolizioni dà il suo contributo

I dati ISPRA dell’ultimo Rapporto sui rifiuti Speciali 2020 mettono subito in luce che da Nord a Sud della penisola quasi tutte le regioni italiane hanno avuto un aumento nella produzione di rifiuti speciali nel 2018, ultimi dati disponibili. È dal fiorente Nord che deriva la più grande porzione di rifiuti speciali, 59,2% del totale nazionale, seguito da Sud e Centro, con un dislivello significativo tra Lombardia e altre regioni in termini di produzione.

Nell’ambito dei rifiuti speciali, vi è una distinzione tra rifiuti speciali e non speciali che, oltre ad avere caratteristiche qualitative differenti, hanno anche modalità di gestione che variano. Il settore delle costruzioni e demolizioni rappresenta l’attività economica che più influenza la produzione di rifiuti speciali non pericolosi, ovvero il 45,5% del totale prodotto (60,7 milioni di tonnellate). Prendendo in considerazione la tipologia di rifiuti, sono sempre quelli derivanti da operazioni di costruzione e demolizione ad avere maggior spazio, costituendo il 44,8% della produzione totale di rifiuti non pericolosi. Dato i numeri importanti della produzione di rifiuti speciali, il settore delle costruzioni e demolizioni manca di linee guida in fase di trasformazione e recupero del rifiuto prodotto per incentivare la produzione di materie prime seconde da immettere nella filiera, ma anche di metodi per minimizzare gli scarti all’origine, quindi nel momento di progettazione di edifici e infrastrutture. A questo si lega anche il grande dibattito tra gli attori del settore sul tasso di preparazione per il riutilizzo, riciclaggio e altri tipi di recupero di materia, attestato in Italia al 77,4% nel 2018: si è superato l’obiettivo europeo ma il dato rappresenta solo il recupero e non l’effettivo utilizzo per processi successivi. Questa rappresenta un problema da risolvere al più presto se si vuole dare slancio alla circolarità nel settore.

Recupero o smaltimento?

Ma come gestiamo i rifiuti speciali in Italia? Sono due le vie: il recupero o lo smaltimento. Entrambe le modalità di gestione comprendono diverse tipologie di operazioni che sono classificate dal decreto legislativo 152/06, definite R per il recupero e D per lo smaltimento. Prendendo in considerazione la totalità dei rifiuti speciali, nel 2018 è stato destinato a recupero di materia (da R2 a R12) il 67,7% dei rifiuti speciali prodotti, corrispondente a 103,3 milioni di tonnellate. La quantità restante è gestita tramite attività di smaltimento (D3, D8, D9, D13, D14), smaltimento in discarica, incenerimento e coincenerimento, messa in riserva e deposito preliminare. In linea generale, tra 2017 e 2018, ISPRA ha registrato una spinta nelle quantità di rifiuti speciali avviate a operazioni di recupero del 4,1% e a smaltimento del 4,5%, a fronte di un aumento del 3,3% nella produzione di rifiuti speciali nel biennio. Tornando alla distinzione tra rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, i rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione rappresentano ben il 61,2% dei non pericolosi recuperati, e solo il 9,3% dei rifiuti non pericolosi destinati a smaltimento. Del totale dei rifiuti speciali pericolosi, solo il 2,3% e 8,3% di quelli avviati rispettivamente a recupero e smaltimento sono rifiuti da operazioni di costruzione e demolizione. Il settore delle costruzioni quindi ha grande peso nella produzione totale di rifiuti speciali, e nel caso della tipologia non pericolosi, quelli risultanti da operazioni di costruzione e demolizione trovano per più della metà una destinazione nella filiera del recupero, che spazia dal recupero delle sostanze inorganiche, allo spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura, al riciclo o recupero dei metalli. In ottica circolare, può essere ritenuto un buon punto di partenza, ma con ancora ampi margini di miglioramento nella fase successiva al recupero, ovvero nell’utilizzo delle materie prime seconde risultanti da questi processi.

Amianto e l’incessante via vai dei rifiuti speciali

Un altro aspetto su cui fare una riflessione sono i rifiuti contenenti amianto, materiale altamente dannoso alla salute. Di questa tipologia, 226mila tonnellate sono state smaltite nel 2018, e il 99% del totale smaltito è rappresentato da rifiuti costituiti da materiali da costruzione contenenti amianto (224mila tonnellate). Inoltre, i rifiuti delle attività da costruzioni e demolizioni sono al secondo posto per rifiuti pericolosi smaltiti in discarica (23,1%).

C’è anche da segnalare un grande via vai di rifiuti speciali tra Italia e altri Paesi europei. Nel 2018, una quantità pari a 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti speciali è stata esportata (+13,7%), mentre 7,3 milioni di tonnellate sono entrate nel nostro paese (+10,6%). Dei flussi in uscita diretti in Germania, destinazione prediletta dai rifiuti speciali italiani, la quota maggiore è rappresentata da rifiuti speciali pericolosi prodotti da attività di costruzione e demolizione (324 mila tonnellate). Ma i rifiuti speciali del settore rappresentano fonte di scambio anche per altri paesi poiché ben il 41,2% del totale dei rifiuti speciali non pericolosi importati in Italia sono rifiuti da costruzione e demolizione.  Questi dati fanno capire che molti Paesi non hanno la capacità, in termini di quantità, e infrastrutture adatte a limitare il trasferimento di rifiuti speciali, tra cui quelli da costruzione. Tra le strade future che si possono immaginare oltre a quella della creazione di nuovi impianti di gestione, c’è la possibilità di mettere in pratica strategie circolari per prevenire il problema della generazione di rifiuti, ovvero lavorare sulla progettazione.

Strategie europee per rifiuti da costruzione e demolizione

I rifiuti prodotti dal settore delle costruzioni e demolizioni sono stati definiti dalla Commissione europea come uno dei flussi prioritari da sottoporre a controllo, per permettere di rispettare gli obiettivi della direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti e incentivare la creazione di una società europea dedita al riciclo e all’efficiente uso delle risorse. Infatti, il settore delle costruzioni è responsabile del 35% del totale dei rifiuti generati nell’Unione Europea, e le attività legate ad esso (estrazione dei materiali, costruzione e ristrutturazione di edifici, creazione di prodotti) generano delle emissioni di gas serra che oscillano tra il 5% e il 12% delle emissioni totali nazionali. Tra gli emendamenti della direttiva 2018/851/UE, la Commissione ha specificato che entro il 31 dicembre 2024 considererà di introdurre degli obiettivi legati alla preparazione per riuso e riciclo dei rifiuti da costruzione e demolizione. Anche il nuovo piano d’azione sull’economia circolare varato dalla Commissione Europea nel marzo 2020 ha messo in chiaro che il settore delle costruzioni richiede azioni urgenti, complete e coordinate, tra le quali la collaborazione con tutti gli stakeholder interessati per identificare gli ostacoli all’espansione dei mercati dei prodotti circolari. La Commissione ha in mente di lanciare una nuova strategia per il settore che tra le altre cose assicurerà coerenza nelle politiche di gestione dei rifiuti da costruzione e demolizione. Punto cardine della cosiddetta “Strategy for a Sustainable Built Environment” è promuovere i principi della circolarità durante tutto il ciclo di vita dell’edificio, focalizzandosi sulle prestazioni dei prodotti da costruzione, sul miglioramento della durabilità e dell’adattabilità degli edifici, sull’integrazione del Life cycle assessment (LCA) nei bandi pubblici e sul rivedere gli obiettivi sul recupero dei materiali da rifiuti di costruzione e demolizione. Il quadro normativo europeo è quindi indirizzato verso la reimmissione dei materiali di scarto del settore nel sistema, ma a differenza dei rifiuti speciali come i pneumatici fuori uso (PFU), la direttiva non prevede la definizione di criteri End of Waste. Sebbene ciò non sia stabilito a livello europeo, la grande incidenza dei rifiuti delle attività di costruzione e demolizione sul totale dei rifiuti speciali prodotti in Italia ha spinto il ministero dell’Ambiente a mettere in agenda la creazione di un pacchetto End of Waste per questo flusso di rifiuti, al fine di dare loro una destinazione e permettere la produzione di materia prima seconda da reimmettere nella filiera come alternativa all’estrazione di materie prime. Si tratta quindi ancora una volta di trasformare un problema in una risorsa. Ci si augura che oltre al recupero e riciclaggio dei materiali, beneficio per l’ambiente, si creino nuovi posti di lavoro, beneficio sociale.

La strada è ancora lunga

L’End of Waste però rappresenta solo uno dei tasselli per permettere una transizione circolare: il rifiuto diventa sì risorsa ma bisognerebbe puntare a prevenire il problema, ovvero ridurre la produzione di rifiuti. Nel settore delle costruzioni questo concetto non è nuovo se parliamo dell’approccio Designing out Waste (DoW), che trova le sue radici proprio in questo contesto. Le strategie sviluppate per il settore delle costruzioni dal Waste & Resource Action Programme in Gran Bretagna incentivano una progettazione senza rifiuti tramite la valutazione dell’intero ciclo di vita dell’edificio. La fase di progettazione gioca quindi un ruolo fondamentale nel deviare gli scarti da costruzione dalla discarica e nel ridurre la loro produzione, favorendo il riuso di materie prime seconde e l’efficiente uso di materiali. Partire da un decreto End of Waste per i rifiuti da costruzione e demolizione è quindi fondamentale per dare una spinta all’intera filiera, ma per un sistema del tutto circolare è importante tenere in considerazione tutte le fasi che portano alla creazione di un edificio per poter implementare delle strategie che mettano una parola fine agli scarti da costruzione sin dall’inizio.

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