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venerdì, Maggio 31, 2024

La rivoluzione femminista salverà il Pianeta? Intervista ad Antonella Veltri

Ne abbiamo discusso con la presidente della rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re., Antonella Veltri. "Le donne possono costruire una società fondata sulla collaborazione"

Nicoletta Fascetti Leon
Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità

Le emergenze climatiche si susseguono inesorabili in tutto il Pianeta. L’ultima catastrofica alluvione in Libia conta decine di migliaia di morti e feriti. Un dato sufficiente a portare la crisi climatica in cima all’agenda di tutti. Ma dovrebbe esserlo specialmente in quella delle femministe. Almeno secondo il punto di vista di Fatima Bhutto espresso sul The Guardian.

La scrittrice pakistana con un articolo dal titolo inequivocabile: “There’s no greater feminist cause than the climate fight – and saving each other” sostiene che non esiste oggi causa femminista più grande di quella della salvezza del Pianeta e dei suoi abitanti. La giustizia climatica è da considerarsi una questione femminista globale.

Su questo argomento abbiamo interpellato Antonella Veltri, presidente della rete nazionale dei centri antiviolenza D.i.Re., nonché tra le fondatrice del centro antiviolenza di Cosenza “Roberta Lanzino”.

Il primo punto della sua riflessione, sono i dati contenuti, già nel 2018, nella Risoluzione del Parlamento europeo sulle donne, le pari opportunità e la giustizia climatica.

Secondo la Risoluzione del 2018 da cui vorrei partire, nelle calamità naturali le donne e i bambini hanno una probabilità di morire 14 volte superiore a quella degli uomini. Le donne, inoltre, costituiscono il 70% delle persone in povertà nel mondo. E sono i poveri a vivere più frequentemente in aree marginali vulnerabili alle inondazioni, agli innalzamenti del livello del mare e alle altre calamità. Partendo da questi dati, sono convinta sia necessario costruire proposte politiche che concettualizzino le interconnessioni tra ambiente e questioni sociali. È un punto di partenza irrinunciabile per la costruzione di una visione del mondo non obsoleta e capace di restituire il senso della contemporaneità. Numerosi studi hanno dimostrato che aumentare il coinvolgimento delle donne nel tessuto sociale attraverso investimenti sul welfare, garantendo, per esempio, maggiore accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione, ha un impatto diretto sulla riduzione delle emissioni climalteranti.

La convinzione che la battaglia climatica debba coincidere con quella femminista si basa, dunque, su alcuni dati. Secondo recenti studi, infatti, sono le donne a soffrire le deprivazioni maggiori, in caso di catastrofi climatiche. Già oggi l’80% delle persone sfollate a causa della crisi climatica a livello globale è costituito da donne. D.i.Re collabora con UNHCR Italia per l’accoglienza di donne migranti e richiedenti asilo. Può dirci qualcosa di questa esperienza alla luce del tema delle migrazioni combinato ai cambiamenti climatici?

La partnership di D.i.Re con UNHCR nel progetto Living Violence Living Safe riguarda l’accoglienza delle donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo in postazioni di frontiera con l’obiettivo di favorire l’emersione delle diverse dimensioni e forme della violenza che le donne subiscono. Nella narrazione mainstreaming, in genere, si tende a pensare al processo migratorio soprattutto come un fenomeno prevalentemente maschile: in realtà i fenomeni migratori riguardano sempre più spesso anche le  donne e i loro figli e le loro figlie tanto che si sta iniziando a parlare di “femminilizzazione dei processi migratori“.

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Perché sempre più donne lasciano il proprio paese?

Nella nostra esperienza di lavoro sulle frontiere, quello che emerge è che alla base della scelta di migrare dal proprio paese c’è spesso una moltitudine di fattori, incluso quello legato alle conseguenze delle crisi climatiche e alla povertà socio-economica che ne deriva, che si associano alle violenze di genere esperite sia nel paese di provenienza, che durante il viaggio verso l’Italia. Questo emerge dai racconti delle donne con cui entriamo in contatto. Anche in questo caso risulta evidente che la violenza contro le donne è un fenomeno complesso, strutturale che si interseca ad altri fenomeni, come il cambiamento climatico, che producono discriminazioni contro le donne e che hanno impatto sulle loro vite  in maniera diversa rispetto agli uomini e richiedono quindi una prospettiva di genere per essere affrontati.

A proposito del fenomeno della violenza, si stima che, a seguito di un disastro, è più probabile che le donne siano vittime di violenza domestica e sessuale. Secondo uno studio UN WOMAN, l’analisi dei big data mostra che, in contesti in cui varie crisi si sovrappongono (fenomeni ambientali, pandemie, conflitti, ecc.), le donne e le ragazze utilizzano con più probabilità motori di ricerca su internet per trovare informazioni legate alla violenza sulle donne. Dall’osservatorio D.i.Re avete raccolto esperienze in linea con questi dati?

Non abbiamo dati che attestano questo nello specifico. Posso invece con certezza affermare che da uno studio condotto nell’aprile 2020 abbiamo registrato un incremento significativo delle richieste di supporto da parte di donne che erano già seguite dai centri antiviolenza della rete D.i.Re, costrette a trascorrere in casa con il maltrattante il periodo di quarantena per l’emergenza coronavirus, mentre abbiamo registrato un calo delle prime richieste di aiuto da parte di donne che non si erano mai rivolte a un centro antiviolenza. Nel dettaglio, tra marzo e aprile 2020 i centri antiviolenza D.i.Re sono stati contattati complessivamente da 2.867 donne, di cui 806 (28%) non si erano mai rivolte prima ai centri antiviolenza.

L’incremento delle richieste di supporto, rispetto alla media mensile registrata con l’ultimo rilevamento statistico (2018) è stato del 74,5%. Questi dati confermano quanto la convivenza forzata abbia ulteriormente esacerbato situazioni di violenza che le donne stavano vivendo.

Abbiamo sempre detto che la violenza sulle donne è un fenomeno culturale, trasversale alle classi sociali e alle condizioni economiche. Si può dire però che in un contesto di mancanza di risorse, basso accesso ai beni primari e alla scolarizzazione, la condizione svantaggiata delle donne e la loro esposizione alla violenza aumentano?

Che la violenza alle donne sia un fenomeno trasversale la cui origine risiede nel diverso modo di stare al mondo di uomini e donne e quindi nella disparità di potere su cui si basa l’organizzazione sociale ed economica del sistema nel quale viviamo, lo ribadisco con buona esperienza, conoscenza e consapevolezza. È fuor di dubbio che il percorso di uscita dalla violenza, così come le storie della violenza, non siano per tutte le donne uguali e non presentino per tutte le stesse difficoltà. Ogni storia è una storia a sé. È però anche certo che quella economica è tra le forme di violenza più pervasive e subdole. Così come è possibile affermare che è più facile che contesti con risorse economiche e accessi più facili all’istruzione siano elementi che possono facilitare – ma a mio avviso non da soli determinare – sia i percorsi di riconoscibilità della violazione subìta sia quelli di scelta di uscire dalla relazione violenta.

Leggi anche: Forum Disuguaglianze e Diversità: “Un futuro sostenibile è un futuro di pari opportunità”

Secondo un rapporto UN WOMAN che esplora l’importante intersezione tra genere e cambiamento climatico in Asia e nel Pacifico, le donne corrono un rischio maggiore a causa dei cambiamenti climatici, poiché sono sovrarappresentate tra i poveri, dipendono fortemente dalle risorse naturali e sono spesso escluse dal processo decisionale ambientale. Lo studio, ad esempio, mette in relazione l’aumento di fenomeni di siccità, con la frequenza dei matrimoni delle bambine e delle gravidanze in età adolescenziale. Il cambiamento climatico sembra, dunque, esacerbare la disparità di genere. Se è vero che viviamo ancora in un mondo governato per la maggior parte dagli uomini questo tema rischia di restare inesplorato o può aprire lo spazio per una rivoluzione che faccia convergere – parafrasando Buttho – la parità di genere, i diritti delle donne e il tema ambientalista della sopravvivenza del genere umano?

L’Agenda 2030 dell’ONU fissa al quinto posto tra i propri obiettivi per lo “sviluppo sostenibile” il raggiungimento effettivo della parità di genere. Sembra quasi superfluo ribadire il concetto che le donne debbano avere pari diritti e pari opportunità degli uomini. Eppure, sappiamo che ai progressi culturali non sono seguiti i fatti, se ancora persiste la violenza maschile alle donne, se la disparità di reddito nelle stesse posizioni lavorative è ancora significativa, se i ruoli apicali o manageriali sono di fatto riservati agli uomini, se la povertà è più forte tra le persone anziane di sesso femminile che di quello maschile. Il  quinto obiettivo dell’Agenda è in realtà l’obiettivo strategico e cruciale per il conseguimento di tutti gli altri. La presenza femminile effettiva, indipendente e rispettata, può essere la strada per un nuovo sguardo sul mondo, sulla natura, sull’economia, sulla società, sulla vita, capace di correggere molte storture, create da uno sguardo solo maschile sul mondo, e quindi parziale, che hanno portato ad un progresso accelerato, ma umanamente insostenibile.

Ma come si può valorizzare questo sguardo sul mondo delle donne e che cosa comporterebbe?

Diventa prioritario mirare ad un rivolgimento di valori nella società per passare da una struttura economica e sociale a predominio maschile, fondata sulla competitività, sullo scontro e sul dominio, ai valori nuovi proposti dalle donne che possono costruire una società fondata sulla collaborazione, non competitiva e tesa all’arricchimento culturale.

Partirei dalla constatazione che l’attuale modello di sviluppo ha decretato universalmente il suo fallimento, mostrandosi insostenibile per il genere umano, non solo per il rapporto di dominio e sfruttamento sulla natura, che ha provocato i noti cambiamenti climatici, ma anche per l’accentuarsi dei conflitti  e delle guerre dovute alle enormi disuguaglianze economiche, per i flussi migratori determinati dall’impoverimento naturale di interi territori del pianeta, per un modello economico e uno stile di vita incompatibile con la salute, con lo sviluppo demografico, con il rispetto dell’ambiente, con il patto tra generazioni.

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