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lunedì, Febbraio 26, 2024

Silvia Gambi contro il fast fashion: “Non serve cambiare continuamente abito per stare bene”

La giornalista di Prato, esperta in comunicazione e sostenibilità nel tessile, spiega perché dovremmo acquistare meno capi. Ma ricorda anche che il cambiamento non riguarda solo chi consuma: aziende e governi dovrebbero avere il coraggio di invertire la rotta verso una moda davvero sostenibile

Nicoletta Fascetti Leon
Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità

Cambiare continuamente abito o stile dovrebbe essere fuori moda. Forse un giorno lo sarà. Intanto il fast fashion è una solida realtà commerciale e un inestimabile danno per l’ambiente. Nell’ambito del progetto Poderosa su femminismo ed ecologia, abbiamo intervistato sul tema Silvia Gambi, giornalista di Prato, esperta di sostenibilità nel settore tessile, ideatrice del podcast Solo moda sostenibile.

Silvia Gambi, che lavora nel mondo del tessile da 20 anni, collabora con le aziende produttrici che operano lungo la filiera, ma anche con alcuni brand. “Entrare in contatto con l’intero processo di produzione nei vari step – racconta – mi permette di avere una visione completa sui problemi, le sfide e le opportunità che questo settore offre”.

Come abbiamo più volte ripetuto sul nostro magazine, il settore tessile è uno dei più inquinanti al mondo. Non solo a causa dell’uso delle materie prime e del processo produttivo, ma soprattutto per la fase che ci riguarda: quella dell’uso (brevissimo) e del fine vita, che risulta una vera bomba ecologica. Le immagini delle montagne di abiti ormai ridotti in stracci nei mari e nelle discariche a cielo aperto dell’Africa, dove finiscono molti dei nostri capi usati, non lasciano nessun alibi alla nostra bulimia di consumo. Silvia Gambi le ha mostrate nel corso del Tedx di Milano, a cui ha partecipato nel 2021. Nell’intervistarla, partiamo da qua.

Nel tuo intervento al Tedx hai sottolineato l’aspetto più vergognoso e ingiusto del nostro modello di sovrapproduzione e consumo di abiti, che ha conseguenze sociali, economiche e sulla salute in paesi lontani da noi. Puoi dirci cosa possiamo fare noi consumatori, anche solo con le nostre scelte, per non contribuire a questo disastro?

Dobbiamo acquistare meno capi di abbigliamenti e amare quelli che già abbiamo. Non è necessario cambiare continuamente abito per stare bene, è un atteggiamento che ci ha contagiato dopo essere stati sottoposti per anni a strategie di marketing molto aggressive. Scegliere i nostri capi con attenzione ci porta anche a riscoprire il nostro stile personale, quello che ci fa stare bene, che racconta quello che siamo. In fondo non è questo il senso di quello che scegliamo di indossare?

Sembra che la crescente consapevolezza sugli effetti e i rischi legati al cambiamento climatico non sia sufficiente a spingerci all’azione e al cambiamento delle nostre abitudini… La moda ha un valore simbolico importante nella nostra società. Se essere sostenibili e circolari fosse davvero “alla moda”, la spinta al cambiamento potrebbe avere più forza?

Credo che, innanzitutto, questo cambiamento debba sembrare possibile: il consumatore è tartassato da tanti messaggi che lo inducono a pensare si tratti di una transizione difficile da attuare, che non possa riguardare la sua vita. Invece dobbiamo far capire che si può iniziare da piccole scelte quotidiane per avvicinarsi al tema della sostenibilità, senza creare frustrazioni se non si riesce a fare tutto subito. Teniamo conto, però, che non possiamo chiedere solo al consumatore di agire: ci sono dei prodotti che non dovremmo trovare sui nostri scaffali. Il legislatore, sia europeo che nazionale, deve fare la sua parte.

Il settore di cui ti occupi è considerato tra i più inquinanti a livello globale. Moltissimi brand hanno iniziato ad avere una linea “sostenibile”, ma non hanno cambiato i propri modelli di produzione. Non pensi, come sostiene Zero Waste Europe, che questo possa essere un ostacolo, invece che un segnale positivo, per una vera transizione “sostenibile” del settore?

Ripensare il modello di business è fondamentale per attuare una strategia di sostenibilità. Solo che la sfida è molto ambiziosa e questo processo di cambiamento è relativamente recente. Le aziende stanno cercando il modo di mettere in campo strategie di sostenibilità credibili senza stravolgere il proprio modo di operare: non è possibile, se si vogliono raggiungere dei risultati bisogna avere il coraggio di cambiare. E chi vuole farlo è in realtà un pioniere: non ci sono esempi consolidati che indicano la strada da seguire, bisogna avere il coraggio di mettersi in gioco.

A proposito di mettersi in gioco, come nel nostro progetto “Poderosa”, che ruolo possiamo giocare noi donne, specie nell’ambito in cui entrambe ci muoviamo – la comunicazione sui temi ambientali – nella scelta dei linguaggi e nella chiamata all’azione a difesa dell’ambiente e della vita sul pianeta?

Informare correttamente è l’azione più efficace, secondo me. Fornire gli strumenti per approfondire, per superare la logica dei claim privi di significato. Questo va fatto a tutti i livelli: non solo per i consumatori, ma anche per le aziende. È finita l’epoca della comunicazione approssimativa, senza sostanza: questi temi vanno affrontati con serietà e competenza.

Dalla tua esperienza, il divario di genere è un ostacolo al percorso di cambiamento necessario nel nostro sistema di produzione?

Il tessile è un settore industriale e nell’industria il divario di genere è più evidente. Ci sono tante donne che si occupano di sostenibilità, che fanno progetti interessanti, che si uniscono per innescare cambiamenti, ma alla fine le grandi strutture sono gestite dagli uomini. Una industria più inclusiva è necessaria per evolvere verso modelli più sostenibili.

Prima hai citato l’importanza delle piccole scelte quotidiane. In conclusione, puoi elencarmi qualche recente cambiamento che hai adottato nella vita di tutti i giorni per ridurre il tuo impatto sull’ambiente?

Sto cercando di ridurre gli imballaggi di plastica e aumentare l’uso dei prodotti sfusi. Naturalmente prediligo una cucina vegetale, anche nelle cene con gli amici, sperimentando nuove ricette. Secondo me il cambiamento è più semplice se accompagnato dalla voglia di sperimentare. Ho comprato anche una macchina da cucire, per adesso ottenendo scarsi risultati, ma non mi voglio arrendere!

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