venerdì, Maggio 27, 2022

Zero Waste Cities, l’Italia è il Paese con più comuni Zero Rifiuti

Nonostante le sfide della pandemia, nel 2021 la rete di comuni italiani Zero Rifiuti è cresciuta: si contano ad oggi ben 325 comuni che, da nord a sud, fanno della riduzione dei rifiuti un impegno concreto con ottimi risultati. Vi raccontiamo alcune esperienze virtuose

Silvia Santucci
Giornalista pubblicista, dal 2011 ha collaborato con diverse testate online della città dell’Aquila, seguendone le vicende post-sisma. Ha frequentato il Corso EuroMediterraneo di Giornalismo ambientale “Laura Conti”. Ha lavorato come ufficio stampa e social media manager di diversi progetti, tra cui il progetto “Foresta Modello” dell’International Model Forest Network. Nel 2019 le viene assegnata una menzione speciale dalla giuria del premio giornalistico “Guido Polidoro”

Tra tutti i problemi che le amministrazioni locali italiane si sono trovate ad affrontare durante quest’ultimo anno, quello della riduzione dei rifiuti e di un efficientamento del sistema di riciclo ad alcuni sarebbe potuto sembrare secondario. Fortunatamente, il 2021 ha invece registrato in Italia un aumento dei comuni che hanno aderito al programma Zero Waste Cities: già nel 2020 erano 311, secondo i dati più recenti quest’anno sono arrivati a 325. L’Italia si conferma quindi il Paese con il più alto numero di comuni partecipanti, in testa anche ai 90 spagnoli, ai 15 della Croazia, ai 15 della Slovenia e a tutti gli altri Paesi coinvolti.

Città Rifiuti Zero è il programma di Zero Waste Europe nato con l’obiettivo di accelerare la transizione verso un sistema a “rifiuti zero”, sostenendo i Comuni attraverso l’implementazione di buone pratiche e l’attuazione di strategie mirate alla riduzione dei rifiuti.

Nel 2021 il progetto si è evoluto, arrivando a creare dei percorsi formativi per addetti ai lavori, rappresentanti e formatori della rete. È stata poi lanciata la Mission Zero Academy (MiZA), uno sportello unico che offre formazione, consulenza, workshop e una serie di servizi basati sui dati.

Tra questi, interessante è un calcolatore dell’impronta di carbonio, sviluppato da MiZA e dal programma Zero Waste Cities, che consente ai Comuni di valutare gli impatti climatici delle diverse politiche sui rifiuti zero prima che vengano attuate o per misurare i loro impatti dopo che sono state adottate. Uno strumento in grado di mostrare anche i collegamenti esistenti tra crisi climatica e dei rifiuti, e che permette ai comuni di prendere decisioni basate sui dati e di comunicare in maniera più dettagliata gli impatti positivi del lavoro agli stakeholder locali.

Leggi anche: “L’Italia deve ridurre le emissioni del 92% entro il 2030”, ecco il report di Climate Analytics

Cos’è una città Rifiuti zero?

Come spiegato nel report Lo stato dei comuni Rifiuti Zero 2020, le città o i Comuni Rifiuti Zero si propongono di andare oltre il riciclo, creando e mantenendo sistemi che impediscano prima di tutto la produzione di rifiuti. Oltre a un efficace sistema di raccolta differenziata porta a porta, in grado di consentire la raccolta di materiali riciclabili di alta qualità, vengono dunque adottate politiche che danno priorità al riutilizzo: i Comuni possono stabilire un quadro giuridico e normativo per consentire lo sviluppo di soluzioni guidate dalle imprese, come i sistemi di deposito cauzionale e i negozi di vendita di prodotti sfusi.

Inoltre, i programmi Rifiuti Zero nel lungo periodo accettano solo strutture di gestione dei rifiuti residui che massimizzano il recupero dei riciclabili, strutture che magari possono essere progressivamente convertite in piattaforme del riciclo, e che evitano qualsiasi trattamento termico, considerato nei valori della rete come uno smaltimento distruttivo e una perdita di risorse. Gli intenti, fanno sapere nel report, sono quelli di garantire l’attuazione della più recente legislazione dell’UE e le strategie di rifiuti zero basate su modelli incentrati sul cittadino, che portino a una diminuzione della produzione di rifiuti, all’aumento della raccolta differenziata, quindi del riciclo, e al miglioramento della qualità della vita.

Nel report relativo all’anno corrente, Lo stato dei comuni Zero Rifiuti 2021, emergono poi due esempi virtuosi di buone pratiche italiane: uno riguarda il piccolo comune pugliese di Bitetto.

Leggi anche: I 9 nodi irrisolti dei bandi del MiTE sugli impianti per la gestione dei rifiuti

Bitetto, il piccolo Comune che vive a zero rifiuti (o quasi)

Bitetto è un piccolo paese di 12mila abitanti in provincia di Bari, divenuto un modello di buone pratiche per la raccolta differenziata e per i metodi innovativi utilizzati per incentivare il compostaggio, che potrebbero essere replicati sia in Italia che in Europa.

In soli quattro anni, la quota di rifiuto differenziato e riciclabile dal 16,67% del 2016 a al 78,32% del totale del totale dei rifiuti solidi urbani 2020. Inoltre, il Comune ha prodotto appena 79,29 chili per abitante di materiali non riciclabili nel 2019.

Per raggiungere questi risultati si è puntato, da una parte, sul beneficio economico del cittadino nel produrre meno rifiuti, e dall’altra, sull’accessibilità e sulla precisione delle informazioni: oltre a fornire indicazioni su come conferire i rifiuti nel modo corretto, ci si è assicurati che i cittadini avessero un’ampia gamma di informazioni disponibili per meglio comprendere il sistema, la loro produzione di rifiuti e come ridurli.

Leggi anche: Al via gli incentivi per i prodotti sfusi e alla spina. “Meglio ridurre l’Iva per i prodotti zero waste”

PAYT e KAYT: i modelli che hanno cambiato Bitetto

Nell’ambito del progetto Re-Think Waste, finanziato dall’UE, Bitetto ha introdotto nel 2019 il modello Know-As-You-Throw (KAYT), cioè “conosci ciò che butti”. Si tratta di un concetto innovativo per ridurre i rifiuti urbani e aumentare la raccolta differenziata attraverso l’informazione e un approccio persuasivo, informando i cittadini in modo continuativo e opportuno, combinando tecnologia, gioco, incontri con addetti ai lavori e vantaggi economici e sociali. Dunque, in questo sistema rivestono un ruolo chiave la sensibilizzazione del cittadino, l’informazione accessibile e un’aperta e corretta comunicazione con gli utenti.

A sua volta, il KAYT si basa sull’attuale metodo Pay-As-You-Throw (PAYT), ovvero “paga per ciò che butti” che, in sostanza, premia i cittadini che generano meno rifiuti con tariffe più basse. Il sistema PAYT è studiato appositamente per favorire l’utilizzo del compostaggio domestico, con una consistente riduzione dei canoni disponibili per chi utilizza i proprio rifiuti organici differenziati come materiali per il compost.

Per attivare il modello KAYT a Bitetto è stata utilizzata la tecnologia con identificazione a radiofrequenza (Radio Frequency Identification, RFID). In pratica, ai cittadini sono stati consegnati dei bidoni per la raccolta differenziata dotati di etichette elettroniche RFID che consentono l’identificazione personalizzata dell’utente. Gli operatori ecologici scansionano il codice presente su ogni contenitore con dei lettori palmari; tutte queste informazioni vengono poi registrate in una banca dati centralizzata, che determina la tariffa per ogni famiglia a fine anno, in base al calcolo del volume dei rifiuti prodotti. Se un cittadino non provvede ad una corretta separazione dei rifiuti, gli viene inviato un avviso su come evitare l’errore la prossima volta.

Inoltre, grazie al modello KAYT i veicoli per la raccolta dei rifiuti a Bitetto sono dotati anche di dispositivi di localizzazione GPS, in modo che i cittadini possano vedere la posizione di ciascun veicolo durante il giro di raccolta.

Un’app gratuita per smartphone offre poi ai cittadini informazioni importanti su come effettuare una corretta separazione dei materiali riciclabili e per ridurre i rifiuti. Tra le altre misure adottate, è inclusa una linea telefonica informativa gratuita, la possibilità di richiedere il ritiro a domicilio o altre specifiche richieste tramite tecnologia GPS e un rapporto sul volume di rifiuti e di materiali riciclabili raccolti dalla propria famiglia nell’ultimo mese o anno.

“L’esempio Bitetto – si legge nel report – mostra come modelli zero waste efficaci e guidati dalla comunità possano ottenere risultati straordinari in breve tempo”.

Leggi anche: 6 consigli per una cucina zero waste (o quasi)

La raccolta dell’organico a Milano: un esempio per le città europee

Un altro esempio virtuoso è rappresentato da Milano: nel 2011 la città, che non aderisce però alla rete Zero waste, ha iniziato ad attuare un programma per raccogliere separatamente i rifiuti organici e riciclarli nuovamente nel suolo locale o utilizzarli per produrre biogas.

Tra il 2011 e il 2015, la quantità annua per ogni cittadino è passata da 28 a 95 chilogrammi, raggiungendo i 110 chili nel 2019, una quantità quasi sei volte superiore alla media UE. Nel 2020, questo numero è sceso a 91 chilogrammi a causa del sistema di gestione dei rifiuti colpito dalla pandemia ma, in generale, gli ultimi anni mostrano una media di 130.000 tonnellate di rifiuti umidi, con un tasso di contaminazione inferiore al 5%, che ogni anno vengono trasformati in biogas e successivamente compostati.

Questo ha portato ad una serie di benefici, prima di tutto influenzando in modo positivo l’intero sistema di gestione dei rifiuti: tra il 1999 e il 2011, il tasso di raccolta differenziata è aumentato di poco meno dell’8%, mentre tra il 2011 e il 2015, cioè dopo l’attivazione della raccolta dell’umido, è aumentato del 17%. Nel 2020 ha poi raggiunto il 62,6%: un tasso notevole in Europa per una città così densamente popolata.

Un aumento della raccolta dell’umido per i cittadini si è poi tradotto in un vantaggio economico. Tra il 2011 ed il 2019 sono state raccolte 94.000 tonnellate di umido in più, sottratte allo smaltimento. In pratica, digerendo e compostando anaerobicamente, cioè in assenza di ossigeno, questi materiali, la città risparmia 30 euro ogni tonnellata: dunque si stima che nel 2019, rispetto alla quantità di umido raccolto nel 2011, la città abbia risparmiato 282.000 euro per il trattamento di questi tipi di rifiuti.

Quanto ai benefici ambientali, il corretto trattamento di 130.000 tonnellate di umido all’anno, si traduce in un risparmio di circa 8760 tonnellate di emissioni di CO2, l’equivalente di 4.600 voli Parigi-New York. Vengono inoltre prodotti 11.200.000 metri cubi di biogas, che possono essere utilizzati come carburante per i 400 camion che raccolgono e trasportano i rifiuti e 26.000 tonnellate di compost di qualità tale da poter essere impiegato nei campi coltivati con l’agricoltura biologica: il 20% del compost prodotto viene infatti distribuito gratuitamente alle famiglie e agli agricoltori mentre il resto viene venduto.

Leggi anche: Calcolare la tariffa dei rifiuti in base a quanto inquini si può. Anche in Italia

Come Milano è riuscita a farcela

Il successo del sistema di raccolta dell’organico a Milano, fanno sapere nel report, si basa su una strategia su misura per ciascuno dei tre principali stakeholder: attività commerciali come ristoranti e mense dove la raccolta dell’umido è attiva dal 1997, famiglie e mercati locali.

La raccolta nei mercati all’aperto, iniziata nel 2017, è arrivata a coprire tutti i mercati della città nel settembre 2018, effettuando il ritiro a fine mercato. L’anno successivo il sistema ha portato alla raccolta di 2.000 tonnellate di rifiuti umidi e poi al compostaggio.

Un sostegno notevole è stato dato dalla campagna di comunicazione e di sensibilizzazione avviata due mesi prima dell’inizio della fase di lancio, attraverso lettere inviate alle famiglie, volantini, adesivi, manifesti alle fermate degli autobus, articoli di giornale e annunci televisivi o radiofonici. Sono stati organizzati anche incontri con cittadini e gestori di condominio per spiegare il nuovo sistema.

Sono stati messi a disposizione degli utenti diversi strumenti: un’applicazione gratuita per smartphone in grado di fornire spiegazioni e approfondimenti, un sito web dedicato con informazioni e aggiornamenti in 10 lingue diverse e un call center aperto 24 ore su 24. Per assicurarsi che il sistema venga rispettato, sono state introdotte, infine, anche delle sanzioni.

Dal primo gennaio 2024, ricorda la rete Zero Waste Cities, la raccolta dell’organico sarà obbligatoria per tutti gli Stati membri dell’Unione Europea: con i suoi 1,4 milioni di abitanti in un’area densamente popolata, il caso di Milano mostra come anche altre città d’Europa possano seguire le sue orme per raccogliere e gestire efficacemente i rifiuti alimentari, sfatando il mito per cui la raccolta differenziata possa essere effettuata correttamente solo in piccole zone rurali.

Leggi anche: Un centro del riuso in ogni provincia”. Intervista a Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste Europe

© Riproduzione riservata

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie