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domenica, Luglio 21, 2024

Le api di Alessia Balucanti, le città edibili e le donne dei mieli

Alessia Balucanti lascia un lavoro sicuro e prestigioso per dedicarsi all’apicoltura. Quello che sia chiama un pano B, certo, ma anche un modo per costruire relazioni sane con l’ambiente, il cibo, con la comunità, per andare contro l’anonimato della grande distribuzione e la politica dei prezzi bassi. E un modo per superare gli stereotipi di genere

Barbara Bonomi Romagnoli
Barbara Bonomi Romagnoli
Giornalista freelance, consulente in uffici stampa e comunicazione, ricercatrice indipendente in studi di genere e nel tempo libero apicultrice e esperta in analisi sensoriale dei mieli.

Balù, per assonanza ricorda Baloo, l’orso protagonista del Libro della Giungla, e come tutti gli orsi ghiotto di miele. A Roma, da qualche anno nel parco della Caffarella, ci sono invece “Le api di Balù”, alveari allevati da Alessia Balucanti, da cui viene il gioco di parole, e per fortuna sono insette fortunate e al riparo dagli orsi.

Alessia Balucanti è apicultrice e tanto altro, come racconta con la sua voce bassa e profonda. Classe 1974, dopo studi classici e laurea in giurisprudenza si ritrova giovanissima in tutt’altro ambiente professionale. Vent’anni di lavoro nel mondo del cinema, prima in una delle istituzioni per eccellenza, il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, spaziando in vari ambiti – dalla Direzione Generale al Settore Cine-Production passando per la redazione testi – e poi a Milano in una azienda sempre di prodotti cinematografici e teatrali.

Città edibili

Un lavoro prestigioso e garantito, eppure un sottofondo di insoddisfazione ha caratterizzato quegli anni di lavoro. Anni in cui Alessia ha anche viaggiato molto – Oriente e Medio Oriente, Caucaso e Sud America – con lunghi periodi in Africa e in cui ha maturato un cambiamento interiore profondo che non andava di pari passo con la sua professione. E a volte, nella vita, le cose accadono anche per golosità: appassionata di mieli, Alessia attorno ai 40 anni fa un corso di apicultura e si appassiona al mondo delle api, che diventano il suo piano B e cambia letteralmente vita. Dai ritmi frenetici del cinema entra in una dimensione lenta e a contatto con l’ambiente naturale, anche in ambiente urbano e senza rinunciare agli stimoli offerti dalla città, ma con la possibilità di rischiare in prima persona e in autonomia, senza più dipendere da cartellini decisi da altri, o sottostare a dinamiche di potere decadenti e frustranti.

“Le api di Balù” è un progetto nato anche da un sogno, racconta Alessia: “Quello di una città edibile, con orti urbani e mercati contadini connessi con il resto del tessuto cittadino, con una attenzione maggiore alle relazioni. È il motivo per cui ho scelto di vendere i miei mieli porta a porta, andando contro l’anonimato della grande distribuzione e la politica dei prezzi bassi. Per me è importante incontrare i miei clienti, parlare con loro, spiegargli il valore aggiunto di quello che faccio”.

Alessia parla di mieli al plurale perché ha alveari anche in altre postazioni fuori Roma e riesce quindi a produrre anche mieli uniflorali, seguendo l’andamento stagionale delle fioriture e ricavandone anche materia viva per l’altra sua specialità: negli anni infatti Alessia è diventata anche esperta di analisi sensoriale dei mieli, pratica e teoria condivisa con altre colleghe in tutta Italia.

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Api a tutto tondo

Per riuscire a ricavare un reddito continuativo Alessia ha dunque scelto di fare l’apicultrice a tutto tondo: oltre al miele, vende sciami e organizza laboratori per le scuole, corsi per adulti curiosi e attività di divulgazione che danno il senso di una attività che non è solo vendere miele: “Il mio lavoro quotidiano è anche parlare con le persone – prosegue Alessia – cercando di arrivare al loro cuore per far capire loro cosa c’è dietro la produzione di un alimento”.

Non ha dubbi Alessia, c’è ancora molto lavoro da fare per arrivare ad un mondo più sostenibile far decollare l’economia circolare, ma è altrettanto convinta che “il cambiamento dipende da ciascuna di noi, siamo parte di un ingranaggio collettivo in cui si può fare la propria parte costruendo relazioni sane con l’ambiente, con la Terra pensata come bene comune, ma anche un rapporto sano con il cibo e la sua stagionalità, consumare meno e meglio contrastando lo spreco alimentare può nutrire diversamente l’economia.

Donne dei mieli

Magari riuscendo anche a far passare pratiche che oggi sono vietate dalle normative italiane, come la possibilità di riutilizzare i vasi di vetro che contengono il miele o vendere il miele spillandolo dai fusti come accade altrove, senza togliere controlli sull’igiene ovviamente. Alessia, come altre e altri, vorrebbe una maggiore condivisione, anche dei laboratori di smielatura, per esempio, per dare la possibilità anche a chi vorrebbe praticare l’apicultura non come prima attività.

“Purtroppo c’è anche una differenza da Regione a Regione – spiega – non tutte recepiscono voci presenti nella normativa europea o nei bandi attuali del PNRR dove in realtà c’è attenzione maggiore a questi valori di condivisione e riuso”.

Le riflessioni di Alessia, che torna spesso a sottolineare l’importanza di costruire relazioni, fare rete, non sono casuali e trovano terreno fertile con altre colleghe con cui condivide il progetto Donne dei Mieli, iniziativa delle socie Ami (Ambasciatori Mieli italiani), nata per raccontare le donne nell’apicultura “valorizzare il loro ruolo, fare panel di assaggio e degustazioni, organizzare eventi specifici con le istituzioni locali e nazionali e fare network anche con le donne di altri ambiti di assaggio sempre nell’ottica di promuovere la cultura apistica”, si legge nella loro presentazione.

E cosa vuol dire essere donna in apicoltura? “Segna la differenza inevitabilmente – lo dice sorridendo anche con gli occhi Alessia – soprattutto quando arrivi con un background come il mio un po’ particolare, bizzarro per molti. Senza, fra l’altro, avere nessun parente a trasmettermi la passione per le api. È un po’ la croce e delizia della mia attività, questo corpo di donna. Non sono stata accolta benissimo all’inizio, devo ammetterlo. Ho avvertito diffidenza da alcuni uomini, che hanno pensato che il mio fosse solo un capriccio da donna annoiata, frustrata. Ovviamente non stavo cercando un diversivo, ma di esprimere me stessa nel migliore dei modi e di riuscire anche a vivere con questo lavoro. E forse dava fastidio che non avessi un approccio puramente commerciale, ma volessi far passare l’idea di una relazione a tre: api, ambiente, apicultrice. Insieme lavoriamo per lo stesso obiettivo, star bene noi e chi ci circonda”.

Lo scetticismo maschile, atteggiamenti escludenti e battute sessiste non hanno fermato l’intraprendenza di Alessia, anche per il sostegno concreto ricevuto da altre donne, con le quali condivide l’empatia per un approccio delicato e rispettoso dei dettagli, che curi non solo le insette ma anche le relazioni umane.

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