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giovedì, Maggio 30, 2024

Le foreste pluviali e la loro importanza per la sopravvivenza del Pianeta

Dal 2017 il 22 giugno è la giornata mondiale dedicata alle foreste pluviali. Tipiche delle zone equatoriali, ultimamente si sta provando a usarle come antidoto alla desertificazione. Mentre alla Cop26 è stato firmato un accordo che promette di bloccare la loro deforestazione entro il 2030

Francesco Di Martino
Francesco Di Martino
Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, studente magistrale di Relazioni Internazionali all’Università L’Orientale, tirocinante presso Economia Circolare.com ed ex collaboratore di “Centro studi d’Europa”. Cresciuto in simbiosi con la tecnologia ed appassionato di attualità e politica

Nella selva, è proprio il caso di dirlo, di giornate dedicate a specifici temi, il 22 giugno è la giornata mondiale dedicata alle foreste pluviali. È stata istituita nel 2017 da Rainforest Partnership, un’organizzazione ambientale statunitense che si batte per la tutela e il ripristino delle foreste pluviali attraverso due fronti: la collaborazione con le comunità locali dell’America Latina e la sensibilizzazione della popolazione che non vive a quelle latitudini. Sui suoi canali social, da qualche giorno la ong invita alla mobilitazione.

Proprio il 22 giugno offrirà un “vertice globale della foresta pluviale” con “16 ore di programmazione da oltre 40 organizzazioni che esplorano soluzioni di conservazione del patrimonio boschivo da ogni angolazione, tra cui finanza, storytelling, azione giovanile, coinvolgimento delle comunità, innovazione e altro ancora”. L’incontro si svolgerà in modalità miste, attraverso “pannelli dal vivo, proiezioni di film, workshop, sessioni di networking e altro ancora”.

Per partecipare agli eventi basta visitare il sito www.worldrainforest.org (è in inglese), mentre sui social gli hashtag più ricorrenti sono #WorldRainforestDay #WRD2022 #ProtectRainforest.  Ma perché è fondamentale guardare all’impatto olistico, quando si parla di foreste pluviali? E perché fondamentale ripristinare ecosistemi così preziosi?

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Gli effetti del riscaldamento globale sulle foreste pluviali 

Come stiamo notando da ormai un mese anche in Italia, il riscaldamento globale è ormai una realtà con cui dover fare i conti. Vale lo stesso per le foreste pluviali, le quali hanno subito, a partire più o meno dal 1980, gli effetti dei cambiamenti climatici che nel tempo sono andati sempre più a peggiorare mettendo in serio pericolo l’ecosistema naturale nella sua interezza. Ad oggi, come sappiamo, la situazione è ulteriormente aggravata a causa del mancato raggiungimento dell’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura del pianeta entro i 2°C, fissati dagli Accordi di Parigi (la Cop21) nel 2015.

Il professore David Bauman,  docente alla Scuola di Geografia e Ambiente presso l’Università di Oxford, fa notare nei suoi studi che gli alberi delle foreste pluviali, soprattutto quelle australiane e dell’Amazzonia, stanno morendo a un ritmo due volte superiore rispetto al passato: diventa quindi di fondamentale importanza agire velocemente per centrare l’obiettivo principale del Trattato di ParigiIn caso contrario, addirittura, si potrebbe creare il rischio secondo cui le foreste pluviali potrebbero diventare degli agenti inquinanti poichè il riscaldamento globale influenzerebbe il normale processo di fotosintesi portando gli alberi delle foreste pluviali a produrre anidride carbonica invece di ridurla per immettere ossigeno nell’atmosfera. 

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Le caratteristiche delle foreste pluviali e le loro funzioni 

Le foreste pluviali si trovano in diverse zone del pianeta, soprattutto nelle zone equatoriali caratterizzate da elevati tassi di umidità. E sono importantissime per il mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema e per il nostro pianeta in generale. Gli alberi tipici delle foreste pluviali sono dei sempre verdi che possono arrivare fino a 80 metri di altezza e sono in grado di filtrare l’anidride carbonica attraverso la fotosintesi, un processo naturale importantissimo per la sopravvivenza dell’uomo e non solo: grazie a questo processo, infatti, le foreste pluviali sono in grado di regolare le quantità di anidride carbonica e ossigeno presenti nell’atmosfera.

Queste foreste sopravvivono soprattutto grazie a un complesso ecosistema nel quale gli insetti e diversi animali, soprattutto volatili, quasi agiscono da collante: è infatti grazie agli insetti impollinatori e ai diversi animali che spargono i semi dei frutti provenienti dagli alberi che le foreste pluviali continuano a sopravvivere

Gli alberi delle foreste pluviali hanno anche però un ruolo fondamentale per gli esseri viventi e per le persone che vivono nei loro pressi, ad esempio sono fondamentali per la coltivazione poiché rendono il terreno delle zone limitrofe particolarmente fertile grazie al normale ciclo vitale del fogliame. Sono proprio, infatti le foglie che, cadendo dagli alberi, si trasformano in un concime naturale che favorisce la crescita di nuove piante o velocizza le coltivazioni di cibo dando quindi una grossa mano alle persone che vivono nei pressi di suddette foreste.  

Le foreste pluviali infine contribuiscono a rifornire di acqua le persone che abitano nei loro pressi (e non solo), dal momento che le foglie fungono da bacini naturali per l’acqua piovana. Una parte di quest’acqua viene utilizzata dagli abitanti per le loro necessità, mentre tutta l’acqua in eccedenza o che non viene utilizzata viene rimessa nell’atmosfera attraverso un processo chiamato evotraspirazione, in cui attraverso questo processo l’acqua presente nel terreno evapora per poi traspirare attraverso le foglie degli alberi mentre il vapore generatosi ricade poi nuovamente sotto forma di precipitazioni garantendo la stabilità del ciclo idrologico.

Il processo appena descritto tuttavia si verifica soltanto in determinate condizioni di temperatura e quindi risulta fondamentale tutelare l’ambiente e la natura perché altrimenti in caso contrario si creerebbero delle condizioni pericolose non solo per la stabilità climatica ma soprattutto per le persone che vivono nei pressi delle foreste pluviali che potrebbero fare i conti con la siccità. Con tanto di relative crisi idriche e tutte le conseguenze che esse comporterebbero.  

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Deserti e foreste pluviali

Gli alberi delle foreste pluviali non portano sempre vantaggi alle zone nelle quali vengono piantati poiché, come detto in precedenza, questi alberi necessitano di un clima con caratteristiche specifiche. La Cina e diversi Paesi africani, ad esempio, hanno piantato numerosi alberi, che tipicamente abitano le foreste pluviali, in zone desertiche per cercare di fermare la desertificazione. Queste azioni tuttavia presentano diverse criticità tra cui la scomparsa della biodiversità, la scomparsa delle già poche “oasi verdi” della zona e anzi rischiano di condurre a morte questi alberi che vengono piantati e coltivati in un clima arido e secco e quindi non adatto alla loro sopravvivenza. Più volte è avvenuto che questi alberi abbiano resistito per  pochissimo tempo a causa della siccità tipica delle zone desertiche nelle quali è praticamente assente l’umidità e quindi non ci sono le normali precipitazioni che caratterizzano invece le zone equatoriali.

A questo fenomeno si devo però affiancare il fenomeno del disboscamento perpetrato dall’uomo da anni che non fa altro che incrementare i rischi legati ai cambiamenti climatici e alla sopravvivenza delle foreste pluviali e degli animali che le abitano. Per cercare di fermare questo fenomeno 141 stati (tra cui anche la Cina) si sono riuniti a Glasgow, in occasione della Cop26, e hanno assunto l’impegno di bloccare totalmente il disboscamento delle foreste pluviali entro il 2030. Tuttavia come hanno fatto notare gli esperti, questo potrebbe non essere sufficiente perché bloccare la deforestazione non si traduce automaticamente nell’eliminazione della produzione dell’anidride carbonica ma anzi potrebbe addirittura aumentarla a causa del complesso sistema legato alla fotosintesi.  

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Le responsabilità dell’Occidente nella scomparsa delle foreste pluviali

Come ricorda il Wwf, la ong che si occupa di alberi da più di 50 anni, “le foreste pluviali tropicali ricoprono solo il 7% delle terre emerse, ma ospitano più del 50% di tutte le specie animali e vegetali del mondo”. Eppure, restando ai dati, “nonostante il suo inestimabile valore, le foreste vengono distrutte ogni anno su una superficie di 10 milioni di ettari, quasi due volte e mezza quella della Svizzera”. I motivi sono diversi: gli incendi su larga scala (ancor più incontrollabili con le temperature sempre più alte), il taglio della legna e il disboscamento per farne poi terreni di pascoli e di colture.

I progetti messi in campo dal Wwf per tutelare e anzi ampliare le foreste pluviali sono molteplici. Quel che è importante sottolineare è che anche l’Occidente incide sulla vita delle foreste pluviali, seppur così lontane. Lo fa attraverso i propri consumi e attraverso una colonizzazione – a volte mascherata da greenwashing, altre volte più palese – che è ancora in atto. A testimoniare ciò è proprio un recente report del Wwf, intitolato “Stepping up: The continuing impact of EU consumption on nature” .

Qui si legge ad esempio che “quasi del tutto inconsapevolmente, trasformiamo e consumiamo prodotti provenienti dai paesi tropicali e sub-tropicali che incorporano deforestazione e trasformazione di ecosistemi naturali”. Molti dei nostri consumi quotidiani, infatti, arrivano dalle foreste pluviali: soia, olio di palma e carne bovina, ad esempio, nonché il cacao e il caffé. Secondo il report, “l’Unione Europea è fra i maggiori importatori al mondo, seconda solo alla Cina, di deforestazione incorporata e responsabile delle emissioni di gas serra che questa provoca. L’Italia, in base ai dati del 2017, si è collocata al secondo posto nella classifica degli otto paesi europei responsabili dell’80% della deforestazione inclusa nei prodotti, di provenienza tropicale, lavorati e consumati nell’UE”.

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