venerdì, Febbraio 26, 2021

L’e-commerce moltiplica i rifiuti. Ma le alternative agli imballaggi usa e getta ci sono

La pandemia ha causato la crescita esponenziale della quantità di imballaggi in plastica finiti nei nostri fiumi, laghi e mari. Un trend negativo da cambiare (e in fretta). Per ripensare e ridisegnare il futuro, a partire dagli imballaggi, è fondamentale perciò che tutti si impegnino nell’adozione di un'economia circolare

Antonio Carnevale
Antonio Carnevale
Nato a Roma, giornalista pubblicista dal 2012, autore radiofonico ed esperto di comunicazione e new media. Appassionato di sport, in particolare tennis e calcio, ama la musica, il cinema e le nuove tecnologie. Da qui nasce il suo impegno su StartupItalia! e Wired Italia, dove negli anni - spaziando tra startup, web, social network, piattaforme di intrattenimento digitale, robotica, nuove forme di mobilità, fintech ed economia circolare - si è occupato di analizzare i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno portando nella nostra società e nella vita di tutti i giorni.

La plastica è una minaccia crescente per l’ambiente. Ogni anno ne finiscono nei nostri mari tra gli 8 e i 13 milioni di tonnellate. Come scaricare in acqua, ogni minuto, un camion della spazzatura pieno di plastica. Le conseguenze sono ovviamente disastrose. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, il più grande ente benefico per la promozione e sviluppo dell’economica circolare, se non invertiamo presto questa tendenza, nel 2050 nei mari di tutto il mondo potrebbe esserci più plastica che pesci.

Purtroppo però, negli ultimi anni, ci si è messo un “nemico” in più. Parliamo dei rifiuti plastici generati dall’e-commerce, che stanno diventando un problema molto serio a livello globale. Durante la pandemia, a causa del massivo ricorso all’e-commerce, la quantità di imballaggi – di plastica e non solo – che finiscono nelle discariche o negli oceani è aumentata a dismisura.

L’impatto dell’e-commerce sull’ambiente

Uno studio della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha calcolato l’impatto dell’e-commerce sull’ambiente. I nostri acquisti online generano un packaging il cui impatto ambientale è dieci volte superiore a quello di un classico sacchetto di plastica:  l’equivalente di 182 kg di CO2 contro 11 kg di CO2. Solo nel 2019 l’impronta ambientale generata è stata di 44,4 milioni di tonnellate di CO2, quasi quanto quella dell’intera Svezia.

Cifre impressionanti che sono inevitabilmente peggiorate negli ultimi mesi. La pandemia, infatti, ha cambiato radicalmente il modo in cui le persone fanno acquisti. E con la crescita della vendita online è aumentato in maniera esponenziale anche l’inquinamento da plastica.

Secondo Salesforce, gigante del cloud computing con base negli Usa, le vendite digitali sono aumentate del 71% nel secondo trimestre del 2020 e del 55% nel terzo. Un mare di confezioni e imballaggi destinati alla discarica, all’inceneritore o ad essere dispersi nell’ambiente.

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Imballaggi riciclabili ma difficili da riciclare

Il grosso problema della plastica utilizzata negli imballaggi di Amazon e di altri colossi di logistica ed e-commerce infatti è che, nonostante sia riciclabile, farlo non è semplice come sembra. Attualmente, meno del 14% dei quasi 86 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica prodotti a livello globale ogni anno viene riciclato. La stragrande maggioranza viene interrata, incenerita o lasciata a inquinare i corsi d’acqua e avvelenare la fauna selvatica.

La plastica è infatti un materiale complesso e, se a questo si aggiungono cattive abitudini e problemi nella differenziata, la questione a livello di impatto ambientale diventa spinosa.

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Cattive abitudini

Molti di coloro che ricevono i pacchi non si curano neppure di separare la plastica dal cartone dell’imballaggio primario, mentre in molti Paesi e città le sottili pellicole che costituiscono questi elementi non rientrano neppure nei programmi di raccolta differenziata e vanno portate di persona a un centro di smaltimento.

In California Greenpeace ha citato in giudizio Walmart, la catena multinazionale di vendita al dettaglio, per aver violato le leggi sulla protezione dei consumatori con etichette “false e fuorvianti” sulla riciclabilità dei prodotti e degli imballaggi in plastica usa e getta del negozio Big Box. La maggior parte dei consumatori in California, affermano gli ambientalisti, non ha accesso a strutture in grado di separare questi prodotti dal flusso di rifiuti generali per essere riciclati e finiscono nelle discariche o nell’ambiente.

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Il caso Amazon

Secondo un sondaggio fatto ai clienti Amazon Prime, ad esempio, negli Stati Uniti solo il 2% degli intervistati dichiara di smaltire correttamente la plastica degli imballaggi. E Amazon è chiaramente uno dei grandi protagonisti di questa vicenda. Stando a quanto rileva eMarketer, Amazon detiene la quota maggiore delle vendite online al dettaglio negli Stati Uniti con quasi il 39%, con Walmart al secondo posto con il 5,3%.

Uno studio dell’associazione ambientalista Oceana ha calcolato quante tonnellate di imballaggi in plastica di Amazon è finito nei nostri fiumi, laghi e mari. La cifra, relativa al 2019, non tiene conto del boom delle vendite online dovuto alla pandemia, ma è comunque spaventosa. Secondo il report di Oceana, la multinazionale americana lo scorso anno ha prodotto oltre 210 mila tonnellate di rifiuti plastici difficili da smaltire. Se consideriamo che nel 2020 la società è cresciuta a dismisura, arrivando a valere la cifra record di 200 miliardi di dollari di share capital, possiamo immaginare quanto queste cifre debbano essere ritoccate necessariamente verso l’alto.

L’azienda di Jeff Bezos ha registrato un fatturato netto di 96,2 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2020, con un aumento del 37% rispetto al 2019. Durante le festività natalizie ha consegnato 1,5 miliardi di giocattoli, prodotti per la casa, prodotti di bellezza e per la cura personale ed elettronica in tutto il mondo. Il gigante online ha comunque subito smentito i dati di Oceana, sostenendo che “la cifra è esagerata di almeno il 350%”. Amazon afferma di utilizzare meno di un quarto del quantitativo di plastica indicato degli ambientalisti, più o meno 52 mila tonnellate l’anno. Una quantità pur sempre gigantesca.

Oceana ha ribattuto confermando le cifre del suo rapporto, indicando poca trasparenza sul reale uso della plastica da parte del colosso online e sostenendo che “anche se il numero esiguo rivendicato dalla società per l’impronta degli imballaggi in plastica fosse vero, sarebbe comunque un’enorme quantità di rifiuti di plastica, abbastanza da girare un film di millebolle intorno alla Terra più di cento volte, fatto che potrebbe causare problemi molto grandi per la salute degli oceani”. Insomma, nessuna buona notizia.

Cosa sta facendo la società di Jeff Bezos

Amazon sostiene che attraverso il programma Frustration-Free Packaging (FFP) con il quale stimola i produttori a confezionare i propri prodotti in imballaggi riciclabili al 100%, dal 2015 ad oggi è stato possibile ridurre il peso degli imballaggi in uscita del 33%, eliminando oltre 900 mila tonnellate di materiale da imballaggio, l’equivalente di 1,6 miliardi di scatole per le spedizioni.

Secondo Oceana però, tuttora “la quantità di rifiuti di plastica generata dall’azienda è sbalorditiva e cresce a un ritmo spaventoso”. Del resto, è improbabile che la traiettoria ascendente dello shopping online possa invertire presto la propria rotta. Gli esperti prevedono che questo comportamento rimarrà persistente anche dopo la fine della pandemia. Un sondaggio su 2.000 adulti americani condotto da McKinsey & Company a novembre, ad esempio, ha rilevato un aumento netto del 40% dell’intenzione tra gli intervistati di spendere online dopo il Covid-19.

Come ha affermato Matt Littlejohn, vicepresidente senior di Oceana: “Il nostro studio ha scoperto che gli imballaggi in plastica e i rifiuti generati dagli imballaggi di Amazon sono per lo più destinati, non al riciclaggio, ma alla discarica, all’inceneritore o all’ambiente, inclusi, purtroppo, i nostri corsi d’acqua e il mare, dove la plastica può danneggiare la vita marina. È tempo che Amazon ascolti i suoi clienti che, secondo recenti sondaggi, vogliono alternative prive di plastica e si impegnano concretamente per ridurre la sua impronta plastica”. Più di 660mila persone hanno già firmato una petizione su Change.org, chiedendo ad Amazon di offrire opzioni di imballaggio senza plastica e, secondo un sondaggio condotto da Oceana su migliaia di clienti Amazon, l’87% vorrebbero poter usufruire di un servizio del genere.

Un trend da invertire al più presto

Ricordiamo che, secondo le nuove regole europee sulla gestione dei rifiuti entrate in vigore dal primo gennaio, è previsto il divieto di esportazione dei rifiuti di plastica verso i Paesi più poveri del Pianeta. Fino a oggi, i Paesi dell’Unione Europea hanno esportato oltre 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica all’anno, principalmente in Turchia e in Paesi asiatici come Indonesia e Malesia. Ogni Paese dovrà assumersi la responsabilità dei rifiuti prodotti all’interno dei propri confini e adottare in tempi rapidi una riduzione drastica di imballaggi e plastica monouso e a una gestione dei rifiuti più efficiente.

Per David Pinsky, senior plastics campaigner per Greenpeace, il mito secondo cui la plastica può essere riciclata o addirittura gestita in modo efficace è esattamente questo: un mito. “Dobbiamo cercare altre opzioni”, sostiene Pinsky. È dunque necessario abbandonare l’attuale modello lineare di raccolta differenziata e ripensare il modo in cui progettiamo, utilizziamo e riutilizziamo la plastica, puntando su materiali alternativi ed ecosostenibili. Le prime soluzioni di imballaggi plastic-free, sostenibili e riciclabili rimangono però ancora realtà di nicchia. Poco più che soluzioni sperimentali, estremamente limitate nella loro diffusione.

Le alternative in campo

Pensiamo ad Happy Returns, che per ridurre i materiali monouso impiega contenitori riutilizzabili per consentire ai clienti di spedire i resi senza scatola presso i suoi hub di restituzione in California e Pennsylvania. Startup come RePack e LimeLoop offrono buste di spedizione riutilizzabili per la consegna dei loro ordini di abbigliamento online. Asos, una delle 400 aziende e governi che si sono impegnati a ridurre i rifiuti di plastica come parte dell’impegno globale per la New Plastic Economy della Fondazione Ellen MacArthur, sperimenterà i sacchetti riutilizzabili nei primi mesi del 2021.

Per ripensare e ridisegnare il futuro della plastica, a partire dagli imballaggi, è fondamentale perciò che tutti, a partire dai responsabili politici, passando per le aziende – che devono ridisegnare i propri modelli di business – fino ad arrivare alle università, le ONG e i cittadini, si impegnino nell’adozione di un’economia circolare per la plastica.

Facendo leva sulle esperienze di successo e incentivando i comportamenti virtuosi. È la stessa Oceana a sottolineare come Amazon stia agendo bene in India, dietro la spinta di un governo che ha deciso di vietare l’utilizzo delle plastiche monouso entro il 2022. Già a giugno di quest’anno infatti il gruppo ha annunciato di aver eliminato la plastica monouso in tutti i suoi centri di smistamento nel Paese e che il 40% degli ordini viene consegnato nelle sue confezioni originali e senza gli imballaggi Amazon.

Il laboratorio di imballaggi e materiali di Amazon ha anche sviluppato una busta di carta leggera che potrebbe ridurre significativamente l’impronta di plastica dell’azienda se utilizzata al posto delle buste di plastica. Tutte misure che può e dovrebbe cominciare ad adottare anche a livello globale.

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