lunedì, Ottobre 26, 2020

Salvare la laguna con l’ecodesign: storia di Pieces of Venice

Dal 2017 Luciano Marson e Karin Friebel lavorano al progetto “Pieces of Venice”, una benefit company che ricicla detriti di legno e materiali legati alla laguna di Venezia creando preziosi oggetti di design

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Salva Venezia un pezzo alla volta”. È con questo slogan evocativo che Luciano Marson e Karin Friebel hanno lanciato nel 2017 Pieces of Venice, il progetto di impresa circolare nato all’insegna dell’amore. Non solo perchè Marson, noto designer veneto, e Friebel, presidente di Piece of Venice, fanno coppia fissa anche nella vita ma anche perché il loro progetto si è sviluppato attorno alla comune passione per la città lagunare. Da tre anni, infatti, i materiali legati al mare, dai detriti ai legni galleggianti, vengono recuperati e trasformati in souvenir e oggetti. In questo modo chiunque può avere con sé un pezzo di una città unica al mondo per bellezza, cultura e storia. E lo fa contribuendo alla sostenibilità ambientale e sociale. Perché Pieces of Venice, che ha scelto la particolare denominazione di “benefit company”, affida la gran parte della lavorazione degli scarti alla cooperativa sociale Futura, che mira al riscatto e alla riabilitazione di persone con disabilità fisica o mentale. Inoltre risale all’anno scorso la collaborazione con Masegni&Nizioleti, associazione attiva a Venezia dal 2014 che si dedica al mantenimento del decoro urbano. Un’attività instancabile e in crescendo, quella di Pieces of Venice, che è culminata lo scorso 9 settembre con il conseguito del XXVI Compasso d’Oro (una sorta di Oscar del design italiano) per il progetto d’impresa nella categoria Design per il sociale. Con una motivazione che sintetizza efficacemente la natura di Pieces of Venice: “nell’abuso e nella banalità dei souvenir contemporanei, questo è un progetto di recupero materiale e culturale, che trasmette identità, storia, ironia e autenticità”.

Per saperne di più abbiamo rivolto qualche domanda a Luciano Marson, socio e cofondatore dell’impresa circolare.

Da dove arrivano i materiali dismessi di Venezia che Pieces of Venice trasforma in oggetti di design? Come siete riusciti a costruire una filiera a raggio corto in una città complessa come Venezia?

I materiali che trattiamo attualmente sono il legno di rovere delle  bricole e il larice dei pontili che vengono periodicamente sostituiti nell’ambito delle normali manutenzioni che avvengono nella città di Venezia e nella sua laguna. Vi sono le imprese appaltatrici di questi lavori che rivendono il materiale esausto che noi provvediamo a recuperare. È abbastanza semplice intercettare e acquistare questi materiali senza particolari difficoltà.  Ben più difficile si sta presentando il recupero degli scarti di vetro provenienti da Murano in quanto è classificato come rifiuto speciale e dobbiamo trovare il modo di recuperarlo senza incorrere noi e tantomeno i venditori in sanzioni o irregolarità circa la legislazione in materia di smaltimento e trattamento dei rifiuti. Altro tipo di difficoltà è quella invece di capire come vengono smaltiti altri materiali e come intercettarli, ci riferiamo alle cime usate dei vaporetti e dalle navi e altri materiali che sappiamo per certo vengono regolarmente sostituiti nella città di Venezia; in questi casi stiamo facendo un lavoro investigativo per riuscire a scovare i luoghi di possibile approvvigionamento. Le varie competenze, in una città complessa come Venezia appartengono a una cerchia ristretta e gli  interlocutori sono pochi o unici, si tratta di entrare in contatto con loro e poi tutto diventa abbastanza semplice, anche perché parlo il loro stesso dialetto.

Quali sono i rapporti con gli enti territoriali, visto che promuovete percorsi turistici inediti in città coi vostri prodotti? È possibile a vostro avviso una sinergia tra pubblico e privato per poter “decongestionare” il centro storico di Venezia?

Stiamo cercando di stabilire dei contatti con le autorità pubbliche competenti e al momento abbiamo iniziato a interfacciarci con l’assessore al turismo Paola Mar. Abbiamo anche risposto a una indagine propositiva svolta da Venezia da Vivere e siamo in contatto con Cà Foscari e IUAV/sezione industrial design. Abbiamo proposto una guida ai luoghi di eccellenza autoctona veneziana che porterebbe automaticamente un ampliamento delle zone di interesse. Stiamo lavorando a un disciplinare  di caratteristiche e comportamenti che i selezionati da questo percorso dovranno avere, primo fra tutti la trasparenza nel proporre i prodotti, sarà loro concesso di proporre anche un massimo del 10-20% di prodotti importati la cui origine dovrà però essere chiaramente dichiarata e  riportata. Basta truffare i turisti: sono un patrimonio e va difeso. In quest’ottica io e mia moglie ci siamo proposti per fare gratuitamente i promotori/ambasciatori all’estero.

Quali sono i motivi che hanno spinto uno stimato professionista come Luciano Marson a “gettarsi” nel campo imprenditoriale in un settore, quello dell’economia circolare, relativamente nuovo e rischioso?

Ho da sempre, nel mio dna, il chiodo fisso del recupero, del riciclo, dell’autoproduzione. Raramente ho comprato una bicicletta nuova, ho sempre recuperato e restaurato, per me e per i miei familiari dei pezzi destinati alla discarica trasformandoli in splendenti modelli ammirati da molti. Recentemente ho recuperato per il mio nipotino Davide una mountain bike dimenticata da chissà chi nel deposito del palazzo in cui abita.  Da bambino recuperavo gli stecchi del gelato per trasformarli in eliche: oggi una evoluzione di tali autoproduzioni è nel catalogo Pieces of Venice e si chiama Dorsoduro 2.  La scelta dell’economia circolare è stata una conseguenza naturale, un fare qualcosa che mi piace e appartiene come ho sempre fatto nella mia vita professionale; mia moglie  Karin condivide appieno questi valori e ha voluto fortemente condividere il rischio e la conduzione d’impresa oltre ad accompagnarmi nella vita.

Non sono molte in Italia le imprese che scelgono di essere una benefit company: perché voi invece avete subito scelto di fare questo passo? E credete che possa essere un modello replicabile, anche per aziende non affini ai principi dell’economia circolare?

La benefit company è un modo ufficiale per certificare e dichiarare i propri principi, la propria mission; è stato per noi naturale assumere questa forma societaria.  Dovrebbe essere fatta propria da altre imprese perché ognuno può farsi carico di migliorare un piccolissimo pezzettino della nostra società o del nostro pianeta, abbiamo il dovere di farlo se vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti un mondo migliore, più vivibile: sì al profitto ma accompagnato da sani principi.

Dopo il recente conseguimento di start-up innovativa, quali sono i prossimi obiettivi di Pieces of Venice?

Continuare con coerenza nella strada intrapresa portando a concreto compimento i punti cui abbiamo accennato in questa chiacchierata e diffondendoli il più possibile.

 

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