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domenica, Ottobre 17, 2021

Architettura reversibile: prospettive circolari per l’ambiente costruito

Se è vero che gli edifici sono fatti per durare è altrettanto innegabile che alla fine del ciclo di vita i materiali di cui sono composti diventano rifiuti. Come evitare tutto ciò? Tra riduzione di materie prime, usi più efficiente e variegati delle strutture e architetture dinamiche , ecco tutto quello che c'è da sapere

Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

Se c’è una cosa che intuitivamente sembra contraria ai principi dell’economia circolare è l’ambiente costruito. Edifici e infrastrutture, almeno per come tradizionalmente concepiti nella civiltà occidentale, sono fatti per durare: più che assecondare o diventare parte del ciclo della natura, gli edifici si oppongono ad esso, sono il simbolo della civiltà umana che resiste al deterioramento naturale. Eppure, tanto di ciò che l’uomo costruisce per durare finisce poi per essere demolito creando tonnellate di macerie e materiali di scarto difficili da smaltire. Questo è particolarmente vero per quel patrimonio edilizio di bassa qualità  che i decenni del Dopoguerra ci hanno lasciato in eredità: palazzi tirati su in fretta e realizzati con materiali scadenti, scelti all’insegna del risparmio economico, oggi cadono a pezzi e saranno presto destinati a trasformarsi in macerie.

Tuttavia, un approccio diverso è possibile. Un approccio che considera i rifiuti come un errore di progettazione; un approccio per cui gli edifici stessi diventano riserve di materiali per future costruzioni e non sono concepiti come strutture immutabili, bensì come sistemi dinamici, aperti e flessibili. Questo cambiamento di prospettiva consente di progettare accogliendo la temporaneità, rifiutando l’idea (arrogante) di permanenza. La chiamano architettura reversibile.

Secondo la definizione standard, questo modo di progettare e costruire mira a realizzare edifici i cui elementi seguono il ciclo dei materiali, facilitano eventuali future modifiche e adattandosi alle diverse esigenze degli utenti nel corso del tempo. Ponendo l’accento sulla capacità degli edifici e dei loro componenti di tornare a uno stato precedente o cambiare funzione, questa strategia punta a un uso più efficiente delle risorse e a una loro maggiore produttività.

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Architetture dinamiche

Il concetto di reversibilità va inteso su almeno due piani: quello tecnico e quello spaziale. Sul piano tecnico, un edificio è reversibile quando i suoi componenti possono essere smontati e riutilizzati o riciclati o, ancora, possono biodegradarsi nel tempo. Sul piano dello spazio, un’architettura è reversibile quando i suoi ambienti possono essere modificati e riadattati per funzioni diverse nel corso della vita dell’edificio stesso. Per mettere in pratica queste strategie, vanno quindi presi in considerazione diversi elementi, sia a livello di materiali che a livello di assemblaggio e configurazione degli spazi.

Si tratta di costruire avendo in mente la possibilità che un edificio si trasformi, accolga nuove funzioni e diventi altro e prendendo in considerazione nel processo di progettazione la fine di vita delle strutture edifici e la riusabilità dei materiali che le compongono. Una volta realizzato, l’edificio non viene visto come una struttura finita e statica, bensì come un sistema dinamico, un organismo in grado di modificarsi e adattarsi e, infine, venire reintegrato nel ciclo dei materiali e della natura.

Tenendo in considerazione i due piani già citati, quello tecnico e quello spaziale, vediamo allora nel concreto quali sono gli elementi che, nella pratica, possono rendere una architettura reversibile.

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Edifici come riserve di materiali

Prima di tutto l’edificio va progettato cercando di ridurre al minimo l’utilizzo di materie prime. Qui i principi  dell’architettura reversibile incrociano quelli di un altro approccio progettuale, noto come BAMB, ovvero Buildings As Material Banks, che parte dall’idea che gli edifici esistenti possano essere considerati delle riserve di materiali per edifici futuri: anziché utilizzare nuove materie prime, si attinge al patrimonio edilizio in dismissione per recuperare materiali ed elementi da utilizzare in nuove costruzioni. Nulla di nuovo sotto il sole: il recupero di materiali ed elementi da strutture dismesse è una vecchia e diffusa usanza, la novità sarebbe trasformarla in una pratica standard con un mercato ufficiale.

Ridurre l’uso di materie prime è possibile anche adottando strategie costruttive che minimizzino la quantità di materiale necessario, come per esempio costruire pareti con intercapedini o scegliendo strutture autoportanti. Bisogna poi progettare pensando alla fase di smantellamento e privilegiando quindi componenti riutilizzabili, come per esempio pannelli, ed evitando ciò che non può essere recuperato (per esempio pavimenti sintetici o elementi multimateriale).

Per quel che riguarda specificamente i materiali, bisogna prendere in considerazione la durevolezza, la flessibilità e la facilità di smaltimento. Inoltre, la modularità e removibilità degli elementi  consentono di sostituire singoli componenti per aggiornare materiali e infrastrutture senza produrre macerie. L’accessibilità degli impianti è un ulteriore elemento da tenere in considerazione per evitare che un banale problema elettrico o idrico richieda lavori muratoriali.

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Usi più efficienti

Come è facile notare, la scelta dei materiali e delle tecniche costruttive si riflette su e si interseca con la possibilità di modificare gli spazi per diverse funzioni: strutture realizzate con elementi prefabbricati, pannelli rimovibili e un minimo ricorso al cemento armato, consentono facili trasformazioni degli ambienti. Ma l’adattabilità da un punto di vista spaziale non va intesa solo come possibilità di utilizzare l’edificio per nuove funzioni in futuro, ma anche come opportunità di svolgere diverse attività negli stessi ambienti, massimizzandone l’uso. Così, per esempio, spazi come gli uffici o le scuole, che vengono utilizzati solo per alcune ore al giorno, potrebbero aprirsi ad altri usi nelle restanti ore della giornata.

A ben guardare non c’è niente di così futuristico in questo approccio: l’architettura reversibile, o Reversible Building Design, è una filosofia prima ancora che una tecnica costruttiva, è un paradigma, una nuova prospettiva attraverso cui concepire l’ambiente costruito. Per provare a cambiare prospettiva, nelle prossime settimane vi proporremo una piccola guida agli elementi costruttivi che possono consentire all’architetto una progettazione improntata ai principi della reversibilità e vi racconteremo qualche esempio virtuoso di architetture così realizzate in giro per il mondo. Perché un’altra architettura, un’architettura circolare, è possibile.

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