giovedì, Maggio 6, 2021

I fondamentali dell’architettura reversibile per una nuova grammatica dei materiali

Perché l’architettura reversibile diventi realtà e sia sempre di più uno standard nell’edilizia contemporanea, è necessario identificare anche i componenti che consentano di progettare edifici pensati per poter, in futuro, sparire dalla faccia della terra. Vediamo allora cinque elementi fondamentali da cui partire

Maurita Cardone
Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

Perché l’architettura reversibile diventi realtà e sia sempre di più uno standard nell’edilizia contemporanea, è necessario identificare materiali e componenti che consentano di progettare edifici pensati per poter, in futuro, sparire dalla faccia della terra. Se è vero infatti, come abbiamo già avuto modo di vedere, che una progettazione improntata alla reversibilità parte da una concezione flessibile anche degli spazi, delle forme e dei volumi, la chiave per assicurarsi che un edificio non si trasformi un giorno in un cumulo di macerie sta nella possibilità di smontare la struttura, separandone gli elementi costitutivi senza danneggiarli, in modo che possano essere poi riutilizzati in future costruzioni.

La nuova grammatica dell’architettura reversibile

Per architetti, ingegneri e costruttori si tratterà quindi di imparare una nuova grammatica dei materiali, di familiarizzare con tecniche diverse e di abbracciare ed esplorare la temporaneità e la flessibilità delle strutture. Gli elementi e le tecniche che consentono la reversibilità degli edifici non sono del tutto nuovi, ma dovranno essere considerati sotto una nuova luce, per favorire un approccio che rinunci ai concetti di permanenza e staticità. In quest’ottica, è chiaro che andranno evitati materiali come cemento, malta e calce che, a fine vita dell’edificio, non possono che produrre macerie. Ma vanno evitati anche tutti quei metodi di connessione tra i materiali che rendono impossibile recuperare i singoli componenti. Inoltre, se gli edifici vengono concepiti per essere smontati ed, eventualmente, rimontati altrove, un elemento da tenere in considerazione è anche il peso dei materiali utilizzati. Sono tanti gli aspetti da considerare per dare vita ad architetture che siano in grado di durare senza aspirare alla permanenza e alcuni di questi sembrano andare in direzione opposta rispetto alla prassi dell’architettura tradizionale. Si tratta, appunto, di imparare una nuova grammatica.

Vediamo allora cinque elementi fondamentali da cui partire per iniziare a familiarizzare con una filosofia progettuale che tenga in considerazione la fine della vita degli edifici.

Architettura reversibile, iniziando dalle fondamenta

La reale possibilità di rimuovere una struttura senza lasciare traccia nel terreno parte dalle fondamenta. Il cemento armato è, ovviamente, da evitare in quanto difficilmente reversibile. Diverse sono le soluzioni alternative, dai pilastri alle palafitte, passando per le piattaforme e la scelta dovrà essere dettata dalla tipologia di materiali utilizzati per la costruzione e dalla qualità del terreno. Per evitare del tutto la gettata di cemento, necessaria anche con alcune delle soluzioni appena citate, una delle opzioni più interessanti è quella offerta dal sistema Diamond Pier che consiste in blocchetti di cemento prefabbricati a forma di diamante da cui fuoriescono tubi in acciaio che penetrano nel terreno con lo stesso principio delle radici di un albero. Su questi elementi possono poi essere appoggiati i muri portanti o i pilastri. Questo sistema non prevede scavi e si rimuove facilmente senza lasciare alcun residuo nel terreno. Altre aziende stanno sperimentando sistemi simili ma al momento il Diamond Pier sembra essere una delle tecnologie più efficienti e di facile utilizzo.

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Pannelli, che belli

La storia dell’edilizia prefabbricata è legata alla storia del colonialismo inglese. Nei nuovi territori di conquista, infatti, i coloni avevano necessità di costruire in maniera rapida ed economica insediamenti non necessariamente destinati a durare. Da qui nasce l’abitudine, in paesi come gli USA e l’Australia, a costruire edifici realizzati con scheletri in legno e/o acciaio chiusi da pannelli. Oggi, gli stessi concetti e tecniche tornano utili per una progettazione pensata per la reversibilità e i pannelli sono un elemento fondamentale di questo approccio, ma, mentre nelle applicazioni tradizionali si utilizzano generalmente pannelli multimateriale spesso contenenti un isolante, per un’architettura reversibile sono invece preferibili i pannelli completamente in legno (il materiale isolante sarà installato separatamente), più facili da smontare e potenzialmente riciclabili.

Utilizzare pannelli per le pareti sia esterne che interne ha l’ulteriore vantaggio di poter facilmente riconfigurare gli spazi per adattarli a diversi utilizzi nel corso del tempo. I pannelli in legno non sono tuttavia l’unica soluzione per costruire reversibile: tre le altre opzioni, esistono blocchi in cemento autobloccanti che possono essere montati senza uso di miscele leganti e sono quindi facili da smontare e spostare.

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Niente colle nell’architettura reversibile, ma viti tutta la vita

Strutture portanti e pannelli dovranno essere connessi e bloccati gli uni agli altri, ma perché l’edificio possa essere reversibile sono da evitare le colle che, in fase di smontaggio, potrebbero danneggiare i componenti e rischierebbero di renderli inutilizzabili e difficili da riciclare. Da evitare anche la malta e la calce che rendono difficile la separazione dei componenti e, in fase di rimozione, creano macerie. Solo connessioni a secco, quindi, ma da evitare sono anche i chiodi, difficili da rimuovere. Viti e bulloni sono allora la soluzione migliore. Alcune aziende inoltre offrono sistemi di connessione e ancoraggio che utilizzano componenti in acciaio ed evitano di creare nel legno fori che potrebbero non essere riutilizzabili in installazioni future.

Ovviamente la reale rimovibilità di connettori, viti e bulloni dipenderà anche da fattori come i materiali e l’esposizione agli elementi atmosferici. Quando possibile, quindi, la soluzione ideale è quella che evita perfino viti e bulloni e che sfrutta la forma stessa degli elementi per creare connessioni a incastro (per esempio con sistema maschio-femmina). In quest’ottica, i materiali a memoria di forma potrebbero in futuro aprire nuove possibilità.

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C’è isolante e isolante

Gli isolanti termici sono indispensabili per costruire edifici energeticamente efficienti, ma quando si progetta per la reversibilità bisogna scegliere i materiali con attenzione. Una soluzione diffusa da tempo sia per le pareti interne che per quelle esterne, per esempio, è il gesso, un materiale ad alto potenziale di riciclabilità che però in fase di smantellamento rischia di danneggiarsi rendendo difficile il riutilizzo dei pannelli.

Più facile è invece riutilizzare i tappetini in materiali come il cotone, la cellulosa, la lana di roccia o di vetro: la scelta potrà essere guidata anche da altri elementi di sostenibilità (la lana di roccia, per esempio, può essere fatta con materie prime vergini o realizzata con materiali di scarto). Esistono anche soluzioni che utilizzano spugne o polistiroli, ma, anche in questo caso, il riciclo del materiale è più facile che il riutilizzo del componente. Fondamentale è comunque che il materiale isolante possa essere installato senza l’uso di colle, in modo che possa poi essere facilmente e interamente rimosso.

Impianti a portata di mano

Per quel che riguarda l’impiantistica la parola d’ordine è accessibilità: se vogliamo evitare che piccole riparazioni o modifiche agli impianti elettrici e idrici richiedano lavori di muratura, è necessario che le reti siano facilmente accessibili. Perché questo avvenga bisogna, prima di tutto, concentrare gli impianti in specifiche e ridotte aree degli edifici e fare in modo che possano essere raggiunti semplicemente aprendo o spostando dei pannelli.

Per evitare le antiestetiche canaline esterne, un’alternativa sono le linee elettriche tracciate all’interno di una piccola cavità dietro ai battiscopa. Sistemi di controsoffittatura o di pavimentazione rialzata possono ottenere lo stesso effetto. Per gli impianti elettrici, inoltre, una soluzione efficiente è quella dei sistemi plug & play che possono essere collegati direttamente all’impianto tramite presa di corrente senza dover intervenire sull’intera rete e possono facilmente essere rimossi e installati altrove. Per le tubature dell’acqua, invece, gli impianti a collettore sono la soluzione preferibile in quanto prevedono un’alimentazione comune, sono più facilmente accessibili e riparabili e consentono di chiudere singolarmente le diverse utenze, oltre a evitare le giunture sotto la pavimentazione.

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