mercoledì, Aprile 14, 2021

La vera sfida green? È ripensare la produzione, non sostituire i materiali

Evitare del tutto il ricorso a imballaggi monouso dovrebbe essere la direzione da intraprendere, per aziende e governi. Invece si continua a preferire la via più facile, ovvero quella di mantenere intatto il modo di impacchettare i prodotti. Per quali motivi? Il nostro approfondimento su un dibattito sempre più centrale

Silvia Ricci
Silvia Ricci
Collabora dal 2009 con l’Associazione Comuni Virtuosi nella realizzazione di iniziative e progetti ambientali attinenti alla prevenzione dei rifiuti da imballaggio e altri articoli usa e getta rivolti ai diversi pubblici. Scrive per il sito Comuni Virtuosi e alcune testate su tematiche attinenti alla progettazione e gestione circolare dei manufatti monouso. Temi che approfondisce seguendone gli sviluppi del mercato in risposta alle direttive europee di riferimento, anche come membro del network internazionale per la promozione dei sistemi di deposito.

[Questo contributo fa parte della tavola rotonda “In Circolo” dedicata all’ecoprogettazione]

Diciamolo chiaramente: per la maggior parte delle imprese sostituire il materiale dei loro imballaggi è meglio che ridurli, perché permette loro di non ripensare radicalmente il prodotto e il suo packaging, mentre invece una diversa modalità di somministrare il prodotto potrebbe evitare del tutto il ricorso a imballaggi monouso. Così, quando le aziende, pressate dall’attenzione dell’opinione pubblica e a volte da nuove norme, si trovano a dover mettere mano al packaging, la via più facile è indubbiamente quella di cambiare materiale mantenendo intatto il modo di impacchettare i prodotti, e quindi il modello di business e i relativi processi produttivi.

Se si asseconda la pancia

Concentrarsi solamente sul cambio di materiale (in genere dalla plastica alle bioplastiche o altri materiali, tra cui quelli a base cartacea) significa poter mantenere i processi produttivi e la rete di commercializzazione esistenti, senza potenziali aggravi economici derivanti da ripensamenti più radicali. Si preferisce dunque limitarsi a sostituire solamente il materiale, cosa che a grandi linee comporta un aggravio di costi stimati attorno al 25-30%. Questa scelta, però, quasi mai è accompagnata da una seria valutazione dei benefici effettivi per l’ambiente in termini di analisi del ciclo di vita (Lca). Quasi mai ci si chiede se, applicato a quella specifica realtà e a quello specifico prodotto, il nuovo packaging inquini di più o di meno rispetto a quello vecchio: ciò che conta è che appaia green agli occhi del consumatore, quindi in linea di massima che non sia di plastica.

Leggi anche: Come ridurre i rifiuti dai prodotti monouso

Come si può vedere dal recente studio SCELTA, promosso da Conai con la Scuola Sant’Anna di Pisa, in Italia ma anche all’estero una giustificata attenzione all’inquinamento da plastica ha portato le persone a credere che il problema ambientale dovuto al monouso si risolva sostituendo la plastica e non cambiando il modello di consumo, che va invece nella direzione di produrne sempre di più.

Le aziende assecondano questa richiesta che arriva dalla “pancia” dei consumatori senza porsi il problema della compatibilità di questi materiali con le infrastrutture di raccolta e trattamento dell’organico esistenti sui territori, né di che fine faranno i loro packaging green dal Nord al Sud dove gli impianti di compostaggio mancano. E, ancora, non ci si interroga neppure sulla reale capacità degli utenti di differenziare correttamente un imballaggio in bioplastica compostabile, quasi sempre identico a uno in plastica tradizionale. Il rischio è quello di contaminare sia la filiera delle plastiche tradizionali sia quella dello scarto organico. Esistono già in commercio, infatti, confezioni in bioplastica compostabile di pasta o l’involucro di un noto stracchino.

Costruire una reale alternativa

La convenienza e le comodità di uno stile di consumo usa e getta hanno conquistato le nostre società più benestanti al punto che solamente ora (e soprattutto per via della plastica) si comincia a capire quali siano le conseguenze ambientali di questa opzione, tra rifiuti generati e risorse (che non sono infinite) sprecate ogni giorno.

Bene dunque affrontare gli effetti collaterali di una cattiva gestione della plastica usa e getta, ma è importante non perdere la visione d’insieme sugli impatti che il consumo di risorse ha sull’ambiente e sulla crisi climatica. Dobbiamo insomma evitare l’errore di risolvere il problema dell’inquinamento da plastica finendo per spostare l’impatto su altre risorse.

Uno studio dell’Imperial College commissionato da Veolia, intitolato Examining Material Evidence the Carbon Fingerprint, ha comparato le valutazioni sul ciclo di vita di una settantina di imballaggi di diversa tipologia e materiale: ne è emerso che in termini di emissioni di gas climalteranti un puro cambio di materiale non produce un impatto ambientale minore se non è associato a un intervento sul ciclo di utilizzo di un manufatto. Un altro studio, condotto dal network di servizi e consulenza alle imprese PwC, ha stimato che se dovessimo spostare l’attuale consumo di imballaggi in plastica su altri materiali da imballaggio le emissioni di CO2 associate potrebbero quasi triplicare.

Sono diversi gli esempi di sostituzione dei materiali nati in risposta al sentimento anti-plastica, rinunciando a porsi le domande giuste: dalla sostituzione delle bottiglie in PET con lattine o cartoni in tetra pak a progetti come quello della Plant bottle o Paper Bottle,  che vede interessate varie multinazionali come Carlsgroup, Coca Cola, Danone, L’Oreal e altre industrie della cosmetica. Un filone di ricerca e sviluppo che continua a concentrarsi sul mantenimento del modello che prevede l’uso di tubi o flaconi per prodotti liquidi o semiliquidi, rinunciando a chiedersi se davvero serva avere un articolo usa e getta o se invece si possano trovare altri modi per rispondere a un determinato bisogno, modi che portino a soluzioni più vantaggiose in termini ambientali ed economici.

E se si verifica che non esiste un’alternativa ragionevole all’usa e getta, la valutazione da fare è su quale sia il materiale giusto per quell’uso guardando all’intero ciclo di vita dell’imballaggio: altrimenti si rischia di abbandonare la plastica per passare a opzioni che arrecano danni ambientali simili, se non maggiori, come abbiamo visto dagli studi citati.

Dalle giuste domande arrivano risposte virtuose

Un esempio eclatante di come, ponendosi le domande giuste, si possano compiere scelte economiche e in gradi di evitare sprechi di risorse e impatti pesanti sugli ecosistemi è quello della sostituzione dei cosiddetti six pack rings, i famigerati anelli di plastica usati per tenere insieme sei lattine (in genere di birra) che, una volta in mare, uccidono tartarughe e altri animali. L’odiosità di questi eventi ha spinto le multinazionali del beverage a sostituire l aplastica con bioplastiche o cartoncino, ma il Gruppo Carlsberg si è chiesto evidentemente se ci fossero soluzioni più efficienti, finendo per optare per un semplice quanto efficace punto di colla a tenere insieme le lattine, senza n interferire con il loro riciclo.

Leggi anche: Un’etichetta di riciclabilità (come quella energetica)

Ci sono poi casi di sostituzione efficace della plastica in grado di ridurre l’impatto ambientale rispetto alla precedente opzione, quasi tutti nel settore della detergenza e cura della casa e della persona. In questi ambiti, negli ultimi decenni abbiamo assistito a una diffusione sempre maggiore di prodotti liquidi che hanno progressivamente sostituito quello solidi o in polvere. In più, si sono moltiplicate a dismisura le referenze, vale a dire le tipologie di prodotti come shampoo o bagni schiuma. Accade così che una miriade di contenitori monouso contenenti per il 90% acqua giri su e giù per il Pianeta producendo un enorme impatto in termini di consumo di plastica, emissioni di CO2, produzione de di rifiuti.

C’è per fortuna chi, non senza difficoltà, è impegnato a sperimentare soluzioni diverse, che accenniamo qui di seguito ma che descriveremo più nel dettaglio in un prossimo approfondimento su EconomiaCircolare.com.  Una prima soluzione è quella che prevede la vendita del prodotto liquido in un contenitore riutilizzabile portato da casa – o fornito dal venditore a fronte di una cauzione –  sia in negozi fisici che online. Un esempio al centro dell’attenzione degli addetti ai lavori e in continua espansione è la piattaforma di vendita online con contenitori riutilizzabili Loop, messa a punto da Terracycle, leader globale del riciclo. Questa proposta prevede anche delle postazioni fisiche nei punti vendita della catena di supermercati partner di Loop, a seconda dei Paesi. Il partner di Loop in Francia è Carrefour, ma pare che si aggiungerà presto una seconda insegna. La prima postazione è stata inaugurata recentemente in un supermercato della catena della grande distribuzione organizzata e altre otto postazioni saranno inaugurate (o si aggiungeranno) in altrettanti punti vendita dell’insegna entro fine novembre.

Soluzioni per il grande pubblico

Una seconda soluzione che inizia a farsi largo è il ritorno per alcuni prodotti alla formula solida, abbandonando quella liquida. Uno dei casi più recenti riguarda il gruppo L’Oreal, multinazionale della cosmetica che ha aderito al programma della Ellen McArthur Foundation per un’economia circolare delle plastiche e a iniziative correlate come il Global Commitment. Garnier, che fa parte della holding francese, ha lanciato una linea di shampoo solidi confezionati in cartoncino riciclabile per alcune referenze della linea “ultra dolce”, con una formulazione di prodotto al 94% a base vegetale.

Secondo il gruppo leader per fatturato nel settore cosmetici e bellezza, una confezione ha una durata equivalente a due confezioni di shampoo liquido da 250ml e permette complessivamente di risparmiare l’80% di packaging e il 70% di energia fossile richiesta dal processo produttivo della versione in formula liquida. Inoltre, la formula adottata nella versione solida permette un risciacquo più facile, riducendo così del 25%  l’impatto ambientale complessivo del prodotto rispetto al corrispettivo liquido.

Lo shampoo solido non è una novità, visto che una volta anche per i capelli si usava il sapone e diversi marchi di nicchia già vendono shampoo solido insieme a catene come Lush, con la sua linea Naked. Il segnale che si coglie in questa fase è che sono anche le grandi marche a compiere scelte di ripensamento e non di semplice sostituzione. Nel caso di Nivea o Henkel, ad esempio, la scelta è stata quella di aprire corner nei supermercati dove si possono comprare i loro prodotti best seller alla spina con contenitori riutilizzabili: una soluzione che si rivela vincete innanzitutto per la sua capacità di arrivare al grande pubblico e non soltanto ad alcune nicchie di consumatori già sensibilizzati. Pretendere che le persone vadano a cercare negozi o opzioni di acquisto zero waste e sostenibili lontano da casa propria e soprattutto lontano dalle proprie abitudini di consumo si è rivelata una battaglia persa. Il cambiamento di abitudini e stili di vita va sollecitato con tutte le modalità possibili, in modo che ognuno trovi la spinta più o meno gentile per fare la propria parte.

Progressi ancora troppo timidi

Se prendiamo in considerazione i grandi marchi internazionali e gli impegni sottoscritti attraverso il Global Commitment GB della Ellen MacArthur Foundation, si può rilevare che il cambiamento è troppo lento. Il secondo rapporto uscito sullo stato di avanzamento degli impegni degli aderenti al Global Commitment –  a distanza di un anno dal precedente –  rileva che i passi avanti compiuti dai firmatari non sono sufficienti a raggiungere gli obiettivi fissati per il 2025: serve dunque una sostanziale accelerazione nel ricorso a imballaggi riutilizzabili, riciclabili o compostabili, con maggiore contenuto di materia prima seconda ed eliminando al contempo gli imballaggi inutili.

Il rapporto registra progressi significativi soprattutto in due aree: nel graduale aumento di contenuto riciclato e nell’eliminazione di quelle tipologie di imballaggi in plastica identificati come problematiche, ovvero sacchetti usa e getta, cannucce, additivi che alterano il processo di riciclo come il carbon black (o nerofumo, è il pigmento derivato dalla combustione di prodotti petroliferi usato per rinforzare la gomma e le plastiche in generale) e imballaggi in polivinilcloruro (PVC) o polistirolo (PS). Oltre a incentrarsi sulla riciclabilità delle plastiche e nella riduzione di alcuni imballaggi monouso, gli impegni dei firmatari hanno riguardato in maniera decisamente ridotta la revisione di materiali e, soprattutto, il poco ricorso a imballaggi riutilizzabili.

Leggi anche: Servono meno materiali e più studio. Intervista a Giulio Bonazzi di Aquafil

Il rapporto sottolinea infatti che la quota di imballaggi riutilizzabili “non è aumentata rispetto all’anno precedente”, rappresentando solo l’1,9% del mercato in peso. Il restante 98,1% del mercato è dunque costituito da prodotti monouso.

L’appello della Ellen MacArthur Foundation

Nonostante esistano “differenze significative nella performance tra i firmatari, con alcuni che hanno fatto grandi passi avanti e altri che hanno mostrato poco o nessun progresso”, la Ellen MacArthur Foundation insieme all‘Unep, il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite, sulla base di evidenze scientifiche sottoposte a un processo di peer review, lancia con l’occasione un appello di quattro punti alle aziende e ai governi.

Nell’introduzione si legge che “nonostante si riconosca che il solo impegno su base volontaria delle aziende non è sufficiente per arrivare a cambiamenti su larga scala chiediamo alle aziende: 1) di agire in modo deciso sulle tipologie di imballaggio ad oggi non riciclabili sulla base di una tabella di marcia credibile per rendere effettivo il riciclaggio, oppure innovare allontanandosi da queste applicazioni di imballaggio 2) di fissare obiettivi di riduzione ambiziosi”.

Ai Governi invece si chiede al punto 3 di approvare norme e misure atte a fornire finanziamenti dedicati e stabili nel tempo per le attività di avvio a riciclo degli imballaggi attraverso l’istituzione di sistemi di Responsabilità Estesa del Produttore (Epr). Senza gli schemi di Epr che si reggono sui contributi economici dell’industria che utilizza imballaggi, il riciclaggio non può decollare su larga scala. Al punto 4 infine la Fondazione MacArthur chiede ai governi di creare attraverso l’Agenzia Onu per l’ambiente un quadro di azione globale basato sulla visione di un’economia circolare per le plastiche.

A quanto pare, però, una recente indagine di Changing Markets, membro del movimento Break Free From Plastic, ha rivelato che molti dei firmatari del Global Commitment stanno facendo pressioni per impedire che passino leggi che porterebbero a queste soluzioni di comprovata efficacia. In ogni caso, stando ad alcuni studi, anche se gli impegni in essere venissero rispettati dalle aziende, ciò farà ben poca differenza su quanta plastica finisce nell’ambiente. Se infatti tutti gli attuali impegni aziendali e governativi verranno pienamente attuati, in 20 anni il flusso di plastica negli oceani sarà ridotto solo del 7%.

In conclusione, la priorità resta quella di eliminare l’usa e getta e in ogni caso va tenuto conto che, nonostante sia preferibile alle varie opzioni di smaltimento, riciclare gli imballaggi non è la pratica più virtuosa che si possa mettere in campo. Non a caso, come abbiamo visto, sempre più realtà applicano strategie di prevenzione e riuso che comportano in molti casi un ripensamento del prodotto o dei modelli di produzione e commercializzazione, magari con il coinvolgimento degli altri attori della filiera di riferimento. Ma se parliamo di transizione non possiamo fare a meno di ridurre l’estrazione di materie prime e l’inquinamento che ne consegue riprogettando processi e prodotti.

 

Leggi tutti i contributi sull’ecoprogettazione: Vai alla tavola rotonda In Circolo

© Riproduzione riservata

Scopri la piattaforma ICESP

Potrebbe interessarti

Ultime notizie