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venerdì, Luglio 30, 2021

Cosa non torna degli attacchi alla direttiva Sup. Intervista all’esperto Paolo Azzurro

“Regna una voluta cortina fumogena attorno alla verità”. Così l’ingegnere Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti e di economia circolare, sintetizza le polemiche attorno alla direttiva, da oggi in vigore. “Non si può continuare con il business as as usual, né con la politica dei piccoli passi”

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Sulla direttiva Sup regna una voluta cortina fumogena attorno alla verità”. Quando chiamiamo Paolo Azzurro, ingegnere e consulente tecnico in materia di rifiuti e di economia circolare, basta nominare la direttiva comunitaria che entra in vigore oggi – che mette al bando alcuni prodotti monouso realizzati in plastica (cannucce, piatti e stoviglie, mescolatori per bevande, cotton fioc etc…) e stabilisce obblighi di riduzione del consumo in capo agli stati membri  per altri oggetti come le tazze per bevande e alcuni contenitori per alimenti – per ottenere immediatamente una sintesi di quel che avremmo voluto chiedergli. Ovvero di diradare le nebbie attorno a un dibattito in cui, almeno in Italia, regna la confusione, l’approssimazione, la polemica pretestuosa (quanto non interessata). “Le castronerie dette sono tante, davvero tante” conferma Azzurro, che proprio per chiarire la posta in gioco, il confronto con gli altri Stati e la reale portata delle richieste europee ad aprile aveva redatto un report per Greenpeace. Mai però avrebbe immaginato che da lì a oggi in due mesi il dibattito si sarebbe inquinato così tanto. Per rendere l’idea della disinformazione in atto Azzurro torna con la mente a un episodio avvenuto l’anno scorso, quando un’inviata Rai della trasmissione “I fatti vostri” lanciò in diretta una bottiglia di bioplastica in mare al grido di “tanto è biodegradabile e scomparirà dall’ambiente in poco tempo”. Parole simili a quelle riportate da un lancio Ansa del 29 giugno.

Leggi anche: Plastica monouso vietata dal 3 luglio. Ma dubbi e scontri sulla direttiva Sup restano

Partiamo dall’attualità. Sulla direttiva che entra in vigore pare che ci siano ancora i margini affinché l’Italia possa ottenere una deroga o una modifica della Direttiva stessa per continuare ad utilizzare i prodotti banditi qualora realizzati in plastica compostabile o  in carta plastificata. È così? A che punto siamo realmente?

No non è così. “È in fase di soluzione il contenzioso fra l’Italia e la Commissione europea sulla direttiva e sulle linee guida per la sua applicazione, approvate a fine maggio” si legge nel lancio Ansa del 29 giugno 2021. Al di là della cortina fumogena che è stata volutamente alzata sulla vicenda non c’è nessuna soluzione del contenzioso in arrivo. I prodotti di cui alla parte B dell’allegato alla direttiva (piatti, posate, mescolatori etc…) se realizzati in plastica fossile, in bioplastica compostabile o in cellulosa laminata in plastica sono banditi a partire dal 3 luglio 2021. Le alternative riutilizzabili esistono e gli Stati membri devono creare le condizioni per la loro diffusione come alternativa al monouso. Perché continuare a illudere le imprese a due giorni dall’entrata in vigore delle restrizioni ? I richiami al tema della contabilizzazione o meno della parte cellulosica dei prodotti in carta laminata non hanno nulla a che fare con le restrizioni all’immissione sul mercato (che restano confermate) ma riguardano i conteggi che l’Italia dovrà fare per dimostrare il raggiungimento di “obiettivi ambiziosi e duraturi” di riduzione del consumo al 2026 rispetto al 2022 dei prodotti monouso in plastica di cui alla parte A dell’Allegato, ovvero le  tazze per bevande e i contenitori monouso per alimenti utilizzati per il consumo diretto dal recipiente. Entro il 3 luglio 2021 l’Italia avrebbe dovuto predisporre e notificare alla Commissione una descrizione delle misure adottate allo scopo, misure, come specificato nel testo della Direttiva, che possono comprendere la fissazione di obiettivi nazionali di riduzione del consumo; disposizioni volte ad assicurare che siano messe a disposizione del consumatore finale presso i punti vendita alternative riutilizzabili,  strumenti economici per evitare che tali prodotti siano forniti gratuitamente nei punti vendita al consumatore finale, come successo con i sacchetti e così via… Di questo non si ha notizia al momento, così come non si ha ancora notizia del testo definitivo del decreto di recepimento della direttiva.

Intanto le imprese del settore (lo hanno fatto anche sulla nostra testata) non parlano di sostituzione 1 a 1 tra monouso in plastica e bioplastica. Il riferimento è ancora quello del cosiddetto emendamento Ferrazzi, ovvero di usare la bioplastica quando non vi sono alternative riutilizzabili. Come giudica questa posizione?

La valutazione dell’esistenza (o meno) di alternative praticabili ai prodotti in plastica monouso (compostabili o meno) oggetto di restrizioni all’immissione sul mercato non è demandata dalla direttiva ai singoli Stati membri, ma è parte integrante delle valutazioni già condotte a livello europeo, propedeutiche alla redazione della proposta di direttiva. Tale valutazione, delineata all’interno del documento di accompagnamento  alla proposta di direttiva Sup, è alla base della scelta di associare taluni articoli in plastica monouso alle corrispondenti misure previste dalla direttiva (divieto di immissione al consumo, obblighi di riduzione, requisiti di progettazione, obblighi in materia di EPR etc…). La totale assenza nella bozza di recepimento della direttiva (ma anche nel Pnrr e nelle politiche precedenti) di strumenti a supporto della diffusione e del consolidamento dei modelli del riuso la dice lunga sulla mancanza di visione e di prospettiva. La direttiva Sup è molto chiara sull’argomento quando dice che “la presente direttiva promuove approcci circolari che privilegiano prodotti e sistemi riutilizzabili sostenibili e non tossici, piuttosto che prodotti monouso, con l’obiettivo primario di ridurre la quantità di rifiuti prodotti. Tale tipo di prevenzione dei rifiuti è in cima alla gerarchia dei rifiuti di cui alla direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio […]”

Lo stesso governo che, anche in questo caso spalleggiato dalle associazioni di categoria, sostiene che le linee guida pubblicate a fine maggio sono ancora più restrittive …

Anche questa tesi è una boutade, nella misura in cui la Commissione si è limitata a confermare quanto già scritto nero su bianco all’interno della direttiva. Sia per quanto riguarda l’inclusione delle bioplastiche compostabili nella definizione di “plastica” sia per i prodotti monouso realizzati parzialmente in plastica come i piatti in carta laminati, la direttiva era ed è assolutamente chiara. Le linee guida della commissione non hanno aggiunto nulla di nuovo, nulla.

Allora quale sarebbe la trattativa in corso?

Ripeto, non c’è nessuna trattativa. L’Italia partecipava come tutti gli altri Stati membri della UE ai lavori della direttiva Sup, come avviene per qualsiasi altro provvedimento europeo, dato che questo passa dalla Commissione, dal Parlamento e dal Consiglio, dove sono rappresentati tutti gli Stati membri. Ciò a cui stiamo assistendo è una narrazione, con la quale si è fatto credere alle imprese che le bioplastiche compostabili potessero costituire l’alternativa alle plastiche fossili per la realizzazione dei prodotti messi al bando dalla direttiva Sup. Improvvisamente poi la Commissione ci avrebbe ripensato e avrebbe deciso all’ultimo di ricomprendere nel perimetro delle restrizioni anche le bioplastiche compostabili e i prodotti in cellulosa laminata. Non c’è narrazione più scorretta di questa, una storia distorta che ha lo scopo di spostare le responsabilità dell’inazione a livello nazionale sul legislatore europeo.

Non solo le imprese, d’altra parte, sono cadute in questo equivoco. Ho censito personalmente 120 ordinanze comunali “plastic free” prima della pandemia le quali, con lo scopo dichiarato di anticipare la direttiva Sup, vietavano le plastiche monouso per sostituirle con analoghi prodotti in plastica monouso compostabili. Così hanno fatto anche alcune Regioni, prevedendo addirittura incentivi “plastic-free” per l’acquisto di acqua in brick…. una follia.

Ci sono altre questioni che andrebbero chiarite?

C’è il tema dei bicchieri. Da più parti si racconta che l’Italia sia stata più ambiziosa del legislatore europeo, lasciando intendere che i bicchieri monouso in plastica saranno inseriti dal legislatore nazionale tra i prodotti messi al bando insieme ai piatti e le posate. Nella bozza di recepimento della direttiva, così come indicato nel disegno di legge di delegazione europea che reca delega al governo per il recepimento anche della direttiva Sup, i bicchieri sono stati inseriti tra i prodotti soggetti agli obblighi di riduzione del consumo, non tra quelli banditi. E tra i prodotti soggetti agli obblighi di riduzione del consumo ci sono già le tazze per bevande monouso in plastica, che ricomprendono anche i bicchieri, come chiarito nelle linee guida. Anche qui nulla di nuovo quindi, salvo che gli obblighi di riduzione del consumo di cui all’art. 4 della direttiva si applicano sia ai prodotti monouso in plastica che a quelli in bioplastica compostabile; nella versione italiana invece solo a quelli in plastica “fossile”.

A questo punto resta da capire quando e come l’Italia si adeguerà alla direttiva europea.

Questo lo vedremo con la pubblicazione del decreto di recepimento. La bozza che è circolata è stata inoltrata ai portatori di interesse per le osservazioni e le proposte del caso. Il testo recepiva le  indicazioni presenti nel disegno di legge di delegazione europea, dunque faceva ancora riferimento alla possibilità di utilizzare il biodegradabile e compostabile certificato e conforme allo standard europeo EN13432 in alternativa al monouso in plastica fossile anche per le tipologie di prodotti soggette a restrizioni all’immissione sul mercato..

Una domanda sorge spontanea: quanto è concreto il rischio di una procedura d’infrazione?

Il tentativo italiano di recepire la direttiva in maniera difforme dal dettato comunitario potrebbe configurarsi come una turbativa del mercato unico europeo. Il rischio dunque c’è, inutile negarlo ed è alto. Peraltro l’Italia ha chiesto all’Europa una deroga per l’Italia, deroga che l’Europa non poteva dare e non ha dato.

Cosa avrebbe dovuto fare l’Italia in questi anni?

Avrebbe dovuto creare strumenti di policy in grado di favorire la diffusione e il consolidamento dei modelli di riuso. Come stanno facendo altri Paesi europei, dalla Francia alla Germania: sia con disposizioni di carattere regolamentare sia attraverso finanziamenti e bandi per la promozione della ricerca e dell’innovazione nel campo dei modelli basati sull’utilizzo di contenitori riutilizzabili. Penso per esempio al modello “product as service” ovvero “prodotto come servizio”. In giro per l’Europa e per il mondo si moltiplicano le iniziative che hanno sposato questo modello in cui non si vendono prodotti ma servizi, servizi basati sull’utilizzo di prodotti riutilizzabili, durevoli, riparabili: una miriade di esperienze in continua crescita che hanno dimostrato sul campo la fattibilità tecnica e la sostenibilità economica, sociale e ambientale di tale approccio.

L’obiezione che si potrebbe sollevare in questo caso è il solito allarme occupazionale. Che infatti è stato uno dei fronti più cavalcati dai partiti che hanno scelto di sostenere la battaglia anti-Sup. Qual è il tuo parere a riguardo?

Il solito allarme occupazionale ce l’hai perché la politica non è in grado di fare il suo mestiere ovvero quello di governare e indirizzare correttamente la transizione. I modelli del riuso hanno ricadute occupazionali molto più ampie rispetto alla produzione industriale di articoli usa e getta. Certo, i posti di lavoro non sono gli stessi e serve la politica per governare la transizione. In Olanda Haval, che è un’azienda storica di monouso in plastica e produce praticamente tutti i prodotti che sono oggetto di restrizione da parte della direttiva, sta innovando per trasformare le proprie linee produttive e produrre contenitori riutilizzabili destinati a esercizi commerciali, eventi, festival e quant’altro. Questa era la conversione che bisognava spingere nelle imprese della filiera del monouso.

Insomma: la bioeconomia da sola non risolve i problemi se non comprendiamo che a monte bisogna intraprendere la strada della riduzione.

La bioeconomia ha un enorme potenziale di sviluppo, ma va indirizzata correttamente. Non basta aggiungere il prefisso “bio” alla parola economia per ricondurre l’economia sui binari della sostenibilità. Le bioplastiche hanno un senso in alcune applicazione, non ne hanno in altri. I prodotti monouso in plastica compostabile più diffusi si basano prevalentemente sull’utilizzo di materie prime estratte da colture come il mais e la canna da zucchero. Quanto suolo agricolo, quanta acqua, quanta energia quante sostanze chimiche sono necessarie per sostenere a livello globale un modello di consumo usa e getta? Possiamo permettercelo? È sostenibile spostare la pressione sul suolo, che già deve sopportare la produzione di mangimi per l’alimentazione animale, la produzione di alimenti per gli esseri umani, la produzione di biocarburanti? La sostenibilità non è una prerogativa dei materiali ma del modo e della velocità con cui utilizziamo le risorse naturali.

Anche perché l’Italia, alla luce del prossimo boom delle rinnovabili, non è che abbia tutti questi spazi a disposizione.

L’Italia dipende in maniera strutturale dall’importazione di materie prime dall’estero. Le criticità di questi mesi relative agli approvvigionamenti e ai costi di molte materie prime essenziali per l’economia italiana dovrebbe dirci qualcosa sulla resilienza di un modello economico “usa e getta”. Sempre di più dovremo fare i conti con l’instabilità dei prezzi e con le difficoltà di approvvigionamento: vale per i pallet in legno utilizzati per la logistica distributiva delle merci, vale per i metalli, per le materie prime critiche utilizzate nel settore dell’information technology o per la produzione delle batterie delle macchine elettriche e dei generatori eolici. O impariamo a costruire alternative resilienti, in grado di sfruttare al massimo le risorse a disposizione oppure ci troveremo ben presto a fare i conti con la scarsità e a chiedere, come è successo con la pesca, di sussidiare con risorse pubbliche un modello di produzione e consumo che non è solo ambientalmente insostenibile, ma anche economicamente.

Questioni complesse che non si possono risolvere in presunte trattative di pochi giorni.

Finora l’Unione europea ha percorso la strada del nudge, ovvero la spinta gentile nei confronti degli Stati membri affinché adottassero politiche per dissociare la crescita economica dal consumo di risorse e dagli impatti ambientali. Peccato che in questi 20 anni non solo non abbiamo raggiunto questo obiettivo ma siamo andati nella direzione opposta e ci troviamo ora sull’orlo di una catastrofe ecologica, sociale e infine economica. Il 2020 segna un cambio di passo nelle politiche europee, che andrà sempre di più verso l’introduzione di misure di carattere regolamentare che entreranno nel merito di come i prodotti sono realizzati, di quanto sono durevoli, riparabili, upgradabili… in una parola “circolari”. Verranno introdotti target vincolanti sul consumo di materie prime, standard di circolarità sui prodotti, target di riduzione dei rifiuti. Volenti o nolenti dobbiamo imparare a fare i conti con questa nuova realtà. E non abbiamo molto tempo per abituarci e adattarci all’idea.

La direttiva Sup, in questo senso, può essere allora un esempio delle resistenze in atto di fronte a questo cambio di paradigma?

Reinventare dalle fondamenta un modello economico sull’orlo del collasso non è cosa semplice, e pure di tempo ne abbiamo avuto per pensare, riflettere, agire. Che un sistema economico costruito sulla crescita infinita si sarebbe scontrato prima o poi con i limiti fisici dei sistemi naturali lo sapevamo già dai primi anni ‘70. Le resistenze verso il cambiamento del paradigma della crescita ci sono sempre state. Non stupisce che ci siano anche in questo settore. Il problema che si pone oggi, è come colmare il divario che ci separa dalla sostenibilità, che fa sempre più rima con sopravvivenza. Nel breve tempo rimasto per invertire la rotta, nessun intervento di redesign dell’esistente, nessuna innovazione incrementale potrà metterci al riparo dai peggiori scenari delineati dalla comunità scientifica internazionale.

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