giovedì, Maggio 26, 2022

Riparabile, rigenerato e usato: i nostri Oscar del design circolare

Progettare dai rifiuti o progettare per evitare che gli oggetti di oggi diventino la spazzatura di domani; progettare per poter riparare, rigenerare e scambiare: la circolarità nel design ha tante anime, abbiamo scelto un "best" per ognuna

Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

Cos’è il design circolare? Cosa significa progettare oggetti improntati alla circolarità? Può voler dire diverse cose, a seconda di quale parte della vita del prodotto sia circolare. La circolarità è all’origine del materiale utilizzato? Cioè il prodotto è fatto con materiali di scarto? O il prodotto è circolare a fine di vita? Cioè è fatto in modo da non finire mai in discarica? O è l’uso che è circolare? Cioè, per esempio, sono cose fatte per non essere possedute ma per essere usate da chi ne ha bisogno in quello specifico momento? L’ideale, inutile dirlo, sarebbe che i prodotti che utilizziamo fossero circolari in tutte le fasi della vita. Come ripetiamo spesso su queste pagine, infatti, creare un’economia circolare non significa soltanto riciclare e riutilizzare prodotti e materiali esistenti, ma pensare circolare in tutte le fasi della vita di un prodotto, quindi ripensare i consumi, concepire gli oggetti come riserve di materiali, progettare prodotti riparabili, immaginare possibili utilizzi futuri di oggetti e materiali. Per il design, quindi, quella della circolarità è una sfida a trecentosessanta gradi (passateci il gioco di parole) e sono tanti i progettisti e le aziende che stanno trovando soluzioni creative e innovative per reinventare il design in chiave circolare.

Per riconoscere la varietà dei saperi, delle abilità, delle tecnologie e delle professionalità che entrano in campo nella progettazione circolare abbiamo allora fatto come con gli Oscar, visto che siamo in stagione, individuando un best per ogni aspetto della circolarità nel design. Abbiamo assegnato premi per diverse categorie e c’è anche un premio della giuria (democraticamente composta da chi scrive). Per ognuna di queste categorie, nelle prossime settimane vi proporremo delle top 5 specifiche, ma intanto seguiteci in questi Oscar del design circolare.

Best Design da rifiuti

Ci sono rifiuti e rifiuti e, quando si producono nuovi oggetti da materiali di scarto, è importante chiedersi da dove vengano quegli scarti e dove rischierebbero di arrivare se non venissero intercettati, sottratti all’ambiente e rimessi in circolo. Secondo uno studio del 2018, il 46 per cento del totale dei rifiuti che compongono il Great Pacific Garbage Patch è rappresentato da reti da pesca.

Applauso allora a chi vede in quei rifiuti una risorsa, come Bureo che per questo si aggiudica il nostro Oscar. L’azienda realizza accessori e abbigliamento per lo sport con NetPlus, un materiale prodotto al cento per cento da reti scartate da pescatori del Sud America. Le prime creazioni Bureo sono stati gli skateboard, ma presto l’azienda ha iniziato a collaborare con altri marchi per creare i più diversi prodotti: giubbotti e cappelli Patagonia, occhiali da sole Costa, blocchetti da Jenga, portabottiglie da bicicletta Trek. Dal 2013 ad oggi, sono stati raccolti 600.000 chilogrammi di materiali NetPlus, dice l’azienda che, attraverso i suoi programmi, supporta progetti a sostegno dello sviluppo sostenibile nelle comunità costiere. La circolarità può essere cool.

Photo courtesy Bureo

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Best Design anti-rifiuti

Progettare con i rifiuti è una bella idea, ma spingere la circolarità ancora più in là significa progettare per non generare rifiuti. E qui l’Oscar va alla Adidas che ha creato un prodotto pensato per non trasformarsi mai in spazzatura. Sono sneakers “made to be remade”, come recita lo slogan delle Ultraboost DNA Loop. Realizzate con l’uso di un singolo materiale, poliuretano termoplastico, e senza colle, queste scarpe sono riciclabili al cento per cento e pensate per essere restituite all’azienda, quando il consumatore decide di disfarsene. Il cliente rispedisce le scarpe all’Adidas che le lava e le tritura in un pellet di poliuretano che viene poi fuso per creare nuove componenti per un nuovo paio di scarpe. Sul suo sito, l’azienda presenta le sneakers come scarpe fatte per non essere mai possedute, sposando così il concetto circolare di uso invece di possesso. Ed è bello pensare che le scarpe che indossiamo possano continuare a fare strada anche senza di noi.

Oscar design circolare adidas
Photo courtesy Adidas

Best Design di seconda mano

Riusare e acquistare di seconda mano: uno dei modi più semplici per mettere in pratica l’economia circolare. Possiamo farlo tutti nel nostro piccolo, così come possono farlo le grandi multinazionali. Un premio va allora ad Ikea che, mentre ha ancora una lunga “fedina penale” da farsi perdonare (dalla formaldeide al lavoro minorile passando per la deforestazione), sta provando a migliorarsi e si è data l’obiettivo di diventare circolare entro il 2030. A fine 2020 il colosso svedese ha aperto il suo primo negozio di seconda mano nella città di Eskilstuna. Si chiama ReTuna ed era nato come pop up che inizialmente doveva restare aperto solo per sei mesi, ma il punto vendita è ancora in funzione e l’azienda ha di recente annunciato di volerlo tenere aperto almeno per tutto il 2022. Da ReTuna i clienti possono sia acquistare prodotti Ikea puliti e riparati che donare quelli rotti o che non usano più. L’azienda ha creato anche un negozio circolare online. Questo è un premio di incoraggiamento: anche le multinazionali possono fare la cosa giusta.

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Best Design riparabile

Qui su EconomiaCircolare.com, ne parliamo spesso: i prodotti che possediamo devono essere riparabili per evitare che si trasformino in spazzatura. Il problema della riparabilità (o meglio, della non riparabilità) riguarda soprattutto il settore delle auto, quelle elettriche in particolare, e l’elettronica. I rifiuti tecnologici rappresentano infatti una porzione crescente e ingombrante di ciò che il mondo manda in discarica. Con un enorme spreco di materiali inquinanti e conseguenze anche per i nostri portafogli.

E se aziende come Apple finora si sono limitate a provvedimenti di facciata, c’è invece chi si sta dando realmente da fare per creare prodotti che siano riparabili e riutilizzabili. Il segreto è la modularità che consente di sostituire le singole componenti rotte di un apparecchio, allungandogli la vita. Sono modulari al cento per cento le cuffie audio create dall’azienda olandese Gerrard Street che si aggiudicano così l’Oscar per questa categoria. Ogni singola parte può essere sostituita e l’azienda garantisce gratuitamente fornitura a vita di parti di ricambio consegnate direttamente a domicilio del cliente. Quest’ultimo rispedisce poi all’azienda le componenti danneggiate che, quando possibile, vengono riparate e riutilizzate oppure vengono riciclate per creare nuovo materiale. Gerrard Street inoltre consente agli utenti di scegliere un abbonamento mensile, invece che acquistare le cuffie. In questo modo il cliente può restituire l’apparecchio in qualsiasi momento. Più circolare di così…

Photo courtesy Gerrard Street

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Best Design upcycled

Uno dei modi per recuperare oggetti e materiali e dare loro una seconda vita è l’upcycling. Che significa far salire un gradino sulla scala del valore a oggetti o materiali, allontanandoli da una fine in discarica. In questa categoria gli esempi sono tantissimi e non mancano le idee fai da te con cui divertirsi a trovare nuovi usi per le cose che quotidianamente scartiamo nelle nostre case. Ma l’upcycling può essere molto di più e diventare parte dei processi industriali. E, mentre alcune delle sperimentazioni più interessanti di questi anni sono nel settore alimentare, non mancano le idee anche nell’ambito del design.

Due settori che si incontrano nei mobili dell’azienda che si aggiudica il nostro Oscar, la californiana Model N°, il cui design trasforma scarti di coltivazioni ad uso alimentare in una resina biodegradabile che viene usata, invece di materiali a base di petrolio, nelle stampanti 3D che producono gli arredi on demand, eliminando così anche l’impatto delle attività di stoccaggio. Una bella risalita sulla scala del valore.

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Best Design scambiabile

Chi ha detto che bisogna possedere le cose che si usano? Perché comprare quando si può pagare per un servizio? Questo è un principio fondamentale dell’economia circolare ed è l’idea su cui si basa il concetto di furniture-as-a-service (FAAS), ovvero l’arredamento che si prende in affitto invece di acquistarlo. Ve ne abbiamo già parlato in altre occasioni ed è chiaro che qui non si tratta tanto di scelte di design quanto di modelli di business. Ma quando il modello di business del prestito o dell’affitto è già previsto nella progettazione allora questo sistema raggiunge la perfezione e si merita il nostro Oscar.

È il caso di Ahrend, un’azienda olandese che produce arredi da ufficio improntati alla modularità, fatti per essere smontati e rimontati, riparati e modificati: i pezzi di ricambio sono sempre a disposizione. Ma non basta, perché Ahrend incoraggia i propri clienti a pensare ai mobili come a un servizio e quindi a non comprarli, bensì ad affittarli per poi restituirli quando il cliente non ne ha più bisogno. L’azienda ha creato una piattaforma su cui fa incontrare domande e offerta, rendendo più semplice scambiare mobili tra aziende e uffici e mettendo a disposizione i propri servizi per riparare e rinnovare gli arredi usati. E così anche il trasloco diventa più leggero.

Grazie a una produzione improntata alla modularità, Ahrend garantisce la riparabilità e lo scambio degli arredi – Photo courtesy Ahrend

Best Design Rigenerato

Evitare che i prodotti che acquistiamo oggi, domani si trasformino in rifiuti significa progettare includendo la fine vita degli oggetti nella progettazione. A fine vita, gli oggetti che non ci servono più possono essere ancora una riserva di materiali e componenti che possono essere riutilizzati invece che scartati. Il concetto non è nuovo: nelle società pre-consumistiche il riuso dei materiali era la norma e intere città anticamente furono costruite recuperando i materiali degli insediamenti che le avevano precedute. In architettura questa filosofia si sta lentamente diffondendo (come vi abbiamo già raccontato), ma nell’ambito dell’arredamento c’è chi questa idea la applica da anni.

Il nostro premio in questa categoria è allora anche un premio alla carriera perché l’americana Davies Office rigenera arredamento da ufficio fin dal 1948, recuperando mobili vecchi e usurati di famosi marchi e trasformandoli in nuovi prodotti di qualità e fatti per durare. E l’azienda promette: scegliendo arredamento rigenerato per il vostro ufficio non solo aiutate l’ambiente, ma potete aspettarvi risparmi dal 40 al 70 per cento. Come diciamo sempre, la circolarità è un buon affare.

Best Design biomimetico

Lo sapeva anche Leonardo, la migliore progettazione è quella che imita la natura. Un settore del design in forte espansione è quello biomimetico, ovvero quel design che imita la natura nella sua struttura e funzionamento. L’esempio a cui si ricorre più spesso per spiegare questo concetto è quello del velcro, ispirato dall’osservazione dei fiori di bardana che, grazie ai dei piccoli uncini, si attaccano alle superfici. Come l’esempio dimostra, non si tratta necessariamente e sempre di design circolare, ma, se è vero che la circolarità è alla base di tutti i sistemi naturali, una progettazione che prenda spunto dalla natura non può prescindere da questo aspetto.

Il nostro premio per la categoria design biomimetico va allora a Spintex che ha creato un tessuto ispirato al sistema con cui i ragni creano le ragnatele, realizzato con acqua e proteine, senza uso di sostanze chimiche e a basse temperature (quindi con ridotti consumi energetici rispetto, per esempio, alla seta) e completamente biodegradabile. La natura insegna.

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Premio della giuria

Per chiudere, in questi nostri Oscar, non poteva mancare un premio della giuria. Lo abbiamo voluto assegnare a quel design che va oltre ogni categoria e incarna la circolarità nella sua essenza, quel design in grado di creare oggetti che restano in circolo dall’inizio alla fine. Qui la democratica giuria di chi scrive ammette un innato difetto di imparzialità che potrebbe aver influenzato la scelta di un prodotto made in Italy. Ma a nostra discolpa c’è da dire che è l’unica creazione italiana in lista e che si tratta di un prodotto davvero ben studiato.

Il premio della giuria va alla cassettiera Bio Componibile che reinterpreta l’iconica cassettiera Kartell in chiave circolare. L’arredo è infatti realizzato con biopolimeri prodotti da scarti vegetali derivati da colture agricole non alimentari.

“Con un processo biologico, i materiali di scarto una volta ‘attaccati’ dai microrganismi generano una biomassa simile alla plastica. Dopo una serie di processi per affinare la composizione, questa biomassa diventa materiale di altissima qualità […] con proprietà esclusive di biodegradabilità in acqua e terra, come certificato da prestigiosi istituti internazionali come Vinçotte Belgio e TÜV Austria”, si legge sul sito dell’azienda. E se il design made in Italy diventa anche etico non ce n’è per nessuno!

Photo courtesy Kartell

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