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venerdì, Luglio 30, 2021

“Siamo circolari da 150 anni”. Intervista alla cooperativa Guglielmino

In Sicilia il settore è in una fase ancora embrionale. Eppure esistono aziende che possono fregiarsi del titolo di capostipite: è il caso della cooperativa Guglielmino, che opera nel settore della bioedilizia

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

In Sicilia l’economia circolare è, per certi versi, in una fase ancora embrionale. Eppure esistono aziende che, nonostante le lentezze politiche e la scarsa conoscenza del tema da parte di molti degli attori in campo, possono fregiarsi del titolo di “capostipite” o di “antesignana”. Essere in anticipo sui tempi, specie se si fa impresa, può significare un vantaggio decisivo sui concorrenti o un isolamento rispetto a ciò che viene preferito dal mercato. Per questo abbiamo scelto di rivolgere qualche domanda alla cooperativa Guglielmino: una lunghissima storia iniziata nel 1870 nel catanese (esattamente a Misterbianco), come fornace di laterizi, e che oggi prosegue offrendo soluzioni ecocompatibili per l’edilizia. Una realtà che, mappata dall’atlante di economia circolare già nel 2018, può fungere da esempio per coloro che intendono sposare i principi dell’economia rigeneratrice. A rispondere alle nostre sollecitazioni sono i cugini Giuseppe e Peppino Guglielmino, che gestiscono l’azienda dal 2014.

La scelta dell’azienda Guglielmino di occuparsi di economia circolare, tra le prime in Sicilia, è una scelta puramente etica o è anche una strategia economica?

La storia della nostra azienda, che quest’anno compie 150 anni, non può che confermare che la scelta iniziale è sempre stata di tipo etico. Ci siamo sempre concentrati sull’utilizzo di materie prime naturali, dall’argilla con la quale costruivamo i primi manufatti in terracotta fino alla calce con cui oggi realizziamo gli intonaci per i rivestimenti interni ed esterni e le pavimentazioni. Chiaramente in un arco di tempo così ampio (150 anni appunto), tale scelta si è rivelata, soprattutto oggi, anche una strategia economica, ma non ricercata per il puro spirito imprenditoriale.

Ma perché, secondo voi, nel settore dell’edilizia si fa ancora così poco riciclo e riutilizzo, così come fate voi? E quali sarebbero in questo senso le potenzialità del settore?

Il poco riutilizzo degli scarti di produzione che possono diventare nuova materia prima è da legare soprattutto a due ragioni:

  • poca chiarezza dal punto di vista legislativo, mancano infatti normative adeguate, soprattutto su alcuni prodotti e sulla possibilità di inquadrare come risorse da riutilizzare piuttosto che come semplici rifiuti o materiali di scarto
  • poco vantaggio economico secondo le multinazionali dell’edilizia, le quali vedono nelle fasi preliminari di preparazione e trattamento del materiale da riutilizzare un grosso aggravio delle spese di produzione e quindi un calo dell’utile.

Queste considerazioni vanno contro la garanzia di qualità dei prodotti, che è invece la linea guida che noi seguiamo nella linea produttiva.

La cooperativa Guglielmino sorge in un’enorme area industriale, che state provando a rigenerare attraverso l’invito a start-up che si occupano di bioedilizia. A che punto è il tentativo? Credete che in questo caso sia necessario il sostegno delle istituzioni (e se sì in che modo)?

Il tentativo a cui si fa riferimento si chiama Millegradi (la temperatura che il forno della nostra fornace, ormai dismessa, raggiungeva in cottura): è ancora in piedi e ha portato all’interno degli spazi in disuso alcune start-up che hanno iniziato a progettare, costruire prototipi, far dialogare materie prime diverse (cartone, bambù, legno, terra cruda, coccio pesto, eccetera). L’iniziativa continua attraverso molte collaborazioni universitarie, seguiamo tesisti e dottorandi delle facoltà di Ingegneria edile, Architettura e Agraria di tutta Italia. Nel 2018 proprio una tesi di tre alunni del Politecnico di Milano ha dato vita a un masterplan completo per la rigenerazione di tutta l’area industriale. Il problema più grande? Accedere a finanziamenti così cospicui per far rivivere l’intera area, evitando di doversi esporre necessariamente con istituti di credito.

Come ha inciso la pandemia Covid-19 sul vostro settore, e in particolare sulle vostre attività?

Soprattutto attraverso le limitazioni dal punto di vista delle “frequentazioni” aziendali:  abbiamo dovuto annullare interamente la stagione dei workshop che normalmente iniziava ad aprile e si concludeva a luglio. Chiaramente inoltre il periodo di lockdown ha azzerato i ricavi aziendali che sono ossigeno per qualsiasi tipo di iniziativa, e ha accentuato le difficoltà per aziende come la nostra che già devono scontrarsi con lo zoccolo duro degli utilizzatori delle “materie prime industriali”, vedi cemento o composti ed additivi chimici.

Quali progetti avete nel futuro, soprattutto nel breve e nel medio termine?

Miriamo a riprendere appieno l’attività di produzione, ricominciare con gli eventi in azienda e fuori, così come abbiamo sempre fatto. Mentre a  lunga scadenza stiamo ragionando sulla possibilità di creare dei piccoli showroom in alcune “città chiave” che sono in forte sviluppo dal punto di vista turistico, in modo da puntare anche alla ristrutturazione di immobili di pregio storico, cercando di accodarci alle misure tipo superbonus 110%. Stiamo inoltre cercando di far inserire nei prezziari regionali i prodotti naturali in modo da farli conoscere anche agli enti meno attenti e sensibili.

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