Progetto FutuRaM, le miniere urbane al centro della politica industriale europea

Finanziato con fondi Horizon, il progetto FutuRaM immagina le basi dell’infrastruttura statistica necessaria per consentire al riciclo dei rifiuti elettrici ed elettronici di fare un salto di qualità: da gestione di un problema a strumento di competitività e resilienza industriale

Alessandro Coltré
Alessandro Coltré
Giornalista, si occupa di conflitti ambientali, di inquinamento industriale e di riconversione ecologica. Socio della cooperativa Editrice Circolare e redattore di EconomiaCircolare.com. Autore insieme a Rita Cantalino di Molecole, storie di legami e di veleni, serie podcast prodotta da Fandango, A Sud e Valori.it. Per Sveja podcast, insieme a Ylenia Sina cura la rubrica Fratte - l'ambiente di Roma.

C’è un punto, nella politica industriale europea, in cui la transizione ecologica smette di essere soltanto una questione di tecnologie pulite e diventa una questione di dati. Sapere quante materie prime critiche sono già dentro l’economia europea, dove si trovano, in quali prodotti, in quali componenti e in quali flussi di rifiuti è ormai una condizione per ridurre la dipendenza dall’estero e costruire filiere industriali più resilienti. È in questo spazio che si colloca FutuRaM, il progetto europeo finanziato coi fondi Horizon e dedicato alla futura disponibilità di materie prime seconde, con un’attenzione specifica alle materie prime critiche (CRM – Critical Raw Materials).  

FutuRaM si concentra su sei flussi di rifiuti principali: batterie a fine vita, apparecchiature elettriche ed elettroniche, veicoli a fine vita, rifiuti da costruzione e demolizione, scorie e ceneri, e rifiuti minerari. Il progetto ha sviluppato metodologie, strutture di reporting e strumenti digitali (inclusa la piattaforma Urban Mine) per modellare i flussi e gli stock di materiali secondari e CRM fino al 2050, permettendo di individuare hotspot di materiali, valutare la loro recuperabilità e simulare scenari futuri di disponibilità e circolarità. Tra i 28 partner del progetto ci sono università, istituti di ricerca, industrie e associazioni di settore provenienti da 11 Paesi, che collaborano strettamente con la Commissione Europea e altri stakeholder politici chiave.

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Numeri, politiche industriali, resilienza

Se l’Europa vuole provare a rendersi più indipendente dalle catene globali di fornitura, quanto potrà contare sulle materie prime già presenti – in forma di beni – in Europa? Quanto potrà estrarre da quelle che con una metafora suggestiva chiamiamo “miniere urbane”?  

Batterie, RAEE, veicoli a fine vita, rifiuti da costruzione e demolizione, pale eoliche dismesse, scorie e ceneri, rifiuti minerari: non sono più soltanto problemi ambientali da gestire, ma potenziali giacimenti secondari: da misurare, qualificare e rendere industrialmente accessibili se ne vorremo fare uno dei pilastri dell’approvvigionamento continentale e della competitività industriale. Non a caso il Clean Industrial Deal vede nell’economia circolare uno mezzo per “ridurre l’eccessiva dipendenza dai fornitori di materie prime dei paesi terzi”, strumento  “fondamentale per garantire un mercato competitivo e resiliente”.

 

Gli obiettivi del Critical Raw Materials Act e il ruolo delle miniere urbane

Il passaggio è politico prima ancora che tecnico. Il Critical Raw Materials Act (CRMA) ha fissato al 2030 obiettivi chiari: almeno il 10% del consumo annuo europeo di materie prime strategiche coperto da estrazione interna, almeno il 40% da capacità di trasformazione, almeno il 25% da riciclo, e non più del 65% delle forniture di una MPC da un singolo Paese terzo. La Commissione europea ha poi iniziato a tradurre questo quadro in una pipeline industriale, approvando i primi Strategic Projects nel 2025: 47 progetti nell’UE e, successivamente, 13 progetti fuori dall’UE (ricordiamo qui per inciso che la deregolamentazione europea, quella sulla due diligence delle imprese in particolare, potrebbe rendere problematici e contraddittori con le aspirazioni UE ad una transizione giusta alcuni dei progetti).

In questo quadro, sarebbe miope (e dannoso) relegare il riciclo a una questione di rifiuti o di politica ambientale: è, o quantomeno dovrebbe essere, a tutti gli effetti un tassello della politica industriale europea (il citato Clean Industrial Deal), della sicurezza degli approvvigionamenti, dell’autonomia e della resilienza del sistema industriale. Se il CRMA chiede agli stati membri di migliorare raccolta e riciclo dei rifiuti ricchi di materie prime critiche, FutuRaM aggiunge un tassello essenziale: la capacità di distinguere tra ciò che è “presente” nei rifiuti, ciò che è teoricamente recuperabile e ciò che, lungo la filiera, viene disperso. Senza questa distinzione, le miniere urbane resterebbero una metafora suggestiva, uno degli strumenti della retorica green, ma senza un effettivo contributo alla resilienza dell’industria europea.

FutuRaM, allora, collega il raggiungimento dell’obiettivo di riciclo del CRMA al bisogno di conoscere stock, flussi e composizione dei rifiuti. L’hardware infrastrutturale del riciclo – pur messo in difficoltà dalla mancanza di adeguato sostegno politico prima ancora che finanziario alle imprese europee, ad esempio i riciclatori della plastica – si lega al software delle informazioni e delle conoscenze che dovrebbero innervare una politica industriale degna di questo nome.

Per questo, secondo Pascal Leroy, direttore generale del WEEE Forum che riunisce 49 organizzazioni di responsabilità dei produttori di RAEE in tutto il mondo, questo progetto è “parte integrante di una più ampia strategia di sicurezza dell’approvvigionamento: ridurre la dipendenza da pochi fornitori extra-UE per i materiali essenziali alle transizioni verde, digitale e della difesa, e allineare la pianificazione delle risorse secondarie alla politica sulle materie prime primarie”.

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Il gap del riciclo e quello informativo

Uno dei risultati più rilevanti del progetto sono le stime sul capitale europeo di materie prime contenuto nei nostri rifiuti elettrici ed elettronici, e su quanto di questo capitale lasciamo vada disperso. Nel 2022, nell’area EU27+4 (Unione europea più Islanda, Norvegia, Svizzera e Regno Unito) sono stati generati 10,7 milioni di tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici, pari a circa 20 kg per abitante. Dentro questi rifiuti erano incorporati circa 1 milione di tonnellate di 29 materie prime critiche. Ma solo 5,7 milioni di tonnellate di RAEE, il 54% del totale, sono state raccolte e trattate in modo corretto; da cui sono state recuperate circa 0,4 milioni di tonnellate di materie prime critiche.

Ma proviamo a ribaltare la prospettiva, come quando dobbiamo trovare gli oggetti “nascosti” dentro ad una stampa che riproduce effetti ottici. Proviamo a focalizzare lo sguardo non su quanto recuperiamo e ricicliamo, ma su quanto non siamo ancora in grado di raccogliere e riciclare, pur avendolo a portata di mano perché sta all’interno delle nostre case, sulle nostre strade, sui nostri tetti. Passando dalla vista in positivo a quella in negativo, FutuRaM ci dice che, sempre nel 2022, circa 5 milioni di tonnellate di RAEE — il 46% del totale — non sono entrate in canali di gestione appropriati: una parte finisce in recuperi non adeguati e non a norma, che ne sacrificano la parte più preziosa; una parte nel rifiuto indifferenziato, una parte viene esportata per riuso, di una parte si perdono addirittura le tracce. E come sappiamo, anche nei flussi trattati correttamente, una quota di materie prime critiche non viene recuperata: in particolare terre rare come neodimio, disprosio, ittrio ed europio, essenziali per magneti, polveri fluorescenti ed elettronica. Il motivo di queste ulteriori perdite sono tecnologiche, economiche, ma anche informative.

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Un nuovo modo di guardare il riciclo

FutuRaM prova a cambiare la lente attraverso la quale guardiamo il riciclo. Non si accontenta di dire che un prodotto contiene rame, alluminio, palladio o terre rare ma mostra la necessità industriale di sapere anche in quale componente si trovano, a quali materiali sono associati, se il componente può essere separato, se esiste una tecnologia di trattamento, se il recupero è economicamente sostenibile e se il quadro normativo la incentiva. 

Per aumentare la raccolta ma anche per migliorarla: “FutuRaM evidenzia chiaramente che non basta raccogliere di più, perché la quantità senza qualità non porta a un recupero efficiente dei materiali critici” spiega Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE, sistema italiano per la responsabilità estesa del produttore dei RAEE. “È certamente importante raccogliere di più. Allo stesso tempo, però, è fondamentale raccogliere meglio, selezionando i flussi, separando i materiali e riducendo le contaminazioni. In pratica, batterie, circuiti stampati e schede elettroniche devono essere trattati in modo differenziato per massimizzare il valore recuperabile”. 

Per dare corpo a questa infrastruttura immateriale di natura statistica, FutuRaM ha prodotti classificazioni, dataset, modelli di stock and flow, coefficienti di trasferimento, scenari al 2050 e proposte per migliorare le statistiche europee sulle materie prime seconde. E anche una Urban Mine Platform sviluppata per navigare in questa base di conoscenza e “valutare la disponibilità e la recuperabilità delle materie prime secondarie e critiche in Europa”.

Tutti strumenti necessari per costruire la competitività, la resilienza – e la decarbonizzazione – dell’industria europea.

“Il messaggio di FutuRaM è che i RAEE, così come altre tipologie di rifiuti analizzate nel progetto – tra cui batterie, veicoli, rifiuti da costruzione e demolizione, rifiuti minerari, scorie e ceneri industriali e turbine eoliche – rappresentano una risorsa strategica di materie prime secondarie per l’Europa”, racconta Giulia Iattoni, assistente responsabile di programma presso lo United Nations Institute for Training and Research (UNITAR). “I dati mostrano che volumi significativi di materie prime critiche sono già presenti nei flussi di rifiuti e cresceranno ulteriormente entro il 2050, ma il loro effettivo recupero dipende da scelte politiche, infrastrutturali e tecnologiche”

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