lunedì, Gennaio 17, 2022

Riciclo dei rifiuti, ecco come funziona la filiera italiana dei dati

Dal Modello unico di dichiarazione ambientale al nuovo sistema di calcolo europeo, alle verifiche di Ispra. Ecco come i rifiuti gettati nel cassonetto diventano i numeri che certificano all’Europa i progressi del riciclo dei Paesi europei. L’eccellenza italiana e quel 110% di recupero della Finlandia…

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

Siamo abituati, almeno noi della redazione di EconomiaCircolare.com e voi che ci leggete, a passare quasi quotidianamente dal sacchetto gettato personalmente nei secchioni per la differenziata ai numeri sui flussi internazionali di rifiuti. Insomma: flussi di rifiuti che diventano flussi di numeri (unità di misura, la tonnellata). Ne abbiamo parlato pochi giorni fa a proposito dell’edizione 2021 de “L’Italia del Riciclo” di FISE UNICIRCULAR e Fondazione Sviluppo Sostenibile. Ma come si passa dagli uni agli altri? Quali sono i meccanismi e le procedure che traducono i milioni di sporte piene di plastica o carta nelle percentuali di raccolta differenziata che ogni Paese europeo invia a Bruxelles per verificare i progressi nella raccolta degli imballaggi? Proviamo a capirlo insieme.

Tutto parte dal T.U. ambientale

Per garantire una corretta gestione dei rifiuti, il Testo unico ambientale – il Dlgs 152/2006, le successive modificazioni e tutti i decreti e le circolari collegati – mette nero su bianco le procedure alle quali chiunque abbia a che fare (professionalmente) con i rifiuti deve attenersi. Produttori, trasportatori, riciclatori e destinatari dello smaltimento dei rifiuti sono tenuti a compilare Registro di carico e scarico (“carico” quando si produce un rifiuto in azienda, “scarico” quando esce dall’azienda), Formulario di identificazione dei rifiuti (FIR, che li accompagna nei trasporti fuori dall’azienda), Modello unico di dichiarazione ambientale (MUD).

Il MUD ci interessa più da vicino. Sono tenuti a compilarlo trasportatori, intermediari, chi recupera e smaltisce, industrie e artigiani sopra i 10 addetti, consorzi e impianti per il riciclo degli imballaggi, dei RAEE, chi gestisce i rifiuti urbani. È il documento in cui si dichiara quanti e quali rifiuti sono stati prodotti (o trasportati o smaltiti), durante il corso dell’anno precedente. Va presentato entro il 30 aprile di ogni anno.

C’è insomma il MUD alla base delle percentuali italiane di riciclo che leggiamo nelle statistiche Eurostat. Non tutti gli Stati, però, partono come l’Italia da basi documentali.

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Il primato metodologico italiano

Chi elabora i dati dei MUD, li certifica e li invia a Bruxelles per il calcolo relativo agli obiettivi fissati dalle direttive è Ispra. “I dati italiani che passano attraverso Ispra e che magari arrivano in Europa con qualche mese di ritardo, sono ampiamente verificati e certificati”, ha spiegato Alessandro Bratti, Direttore generale dell’ISPRA e vicepresidente dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, a Ecomondo durante un incontro dedicato ai risultati di riciclo raggiunti in Italia sugli imballaggi. E ha aggiunto: “Non ho avuto la sensazione che anche Paesi considerati virtuosi nella costruzione del dato seguano lo stesso rigore che seguiamo noi”. Tanto che, come ci racconta Simona Fontana, responsabile del centro studi Conai, “ci sono stati in passato Paesi che hanno dichiarato il 110% di riciclo degli imballaggi e anche negli ultimi dati riferiti al 2019 pubblicati da Eurostat sul riciclo e recupero dei rifiuti di imballaggio in Europa, la Finlandia ha un tasso di recupero complessivo (riciclo + recupero energetico) superiore al 110% dei quantitativi immessi al consumo lo stesso anno e il Belgio arriva al 99,5%.”.

Un sistema di contabilità come quello italiano “fondato su documenti che tracciano i passaggi dei rifiuti, dove il dato ha un’origine amministrativa, non lo ha nessuno”, spiega Valeria Frittelloni, responsabile per Ispra del Centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare. Perché “nella normativa europea la tracciabilità dei rifiuti è obbligatoria solo per i rifiuti pericolosi, mentre l’Italia adotta il Mud già dal 1994, e quindi è molto avanti nella contabilità”. Inoltre “i nostri dati sono reali, mentre altri Paesi fanno stime: supportate da analisi merceologiche e documentazione, ma sempre stime”.

La nuova metodologia

Le metodologie di calcolo vigenti e le tabelle per l’invio dei dati alla Commissione e a Eurostat – ogni anno, in formato elettronico, entro 18 mesi dalla fine dell’anno solare a cui si riferiscono – sono quelle contenute nella Decisione della Commissione del 22 marzo 2005 relativa al “sistema di basi dati […] sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio”. Al comma 4 dell’articolo 3 leggiamo: “Il peso dei rifiuti di imballaggio recuperati o riciclati si riferisce alla quantità (input) di rifiuti di imballaggio immessi in un processo efficace di recupero o riciclaggio”. Viene specificato poi: “Se il prodotto (output) di un impianto di selezione dei rifiuti è sottoposto a processi efficaci di recupero o riciclaggio senza perdite significative, è ammesso considerare che tale prodotto equivalga al peso dei rifiuti di imballaggio recuperati o riciclati”. Definizione non sufficientemente puntuale, se, come spiega ancora Fontana, “alcuni Stati hanno fornito il dato di raccolta per quello di riciclo, senza correttivi di sorta. Per questo arriva il nuovo metodo di calcolo”.

Per allineare i Paesi, nel 2019 viene pubblicata una nuova Decisione di esecuzione (la 2019/665) che sarà operativa dal 2022 (quindi, visto che lo sfasamento tra l’invio dei dati e l’anno di riferimento è di 18 mesi, a si partirà coi rifiuti prodotti e riciclati nel 2020).

Un testo molto più puntuale che, filiera per filiera, materiale per materiale, indica “il punto di calcolo: il punto di immissione dei materiali dei rifiuti di imballaggio nell’operazione di riciclaggio con la quale i rifiuti sono ritrattati per ottenere prodotti, materiali o sostanze che non sono rifiuti, o il punto in cui i materiali di rifiuto cessano di essere rifiuti in seguito a un’operazione preparatoria prima di essere ritrattati”.

Un cambio di passo che nasce dalle difformità tra Stari (il citato 110% di riciclo), “dall’esigenza di omogeneizzare a livello europeo le rendicontazioni fornite dai diversi Paesi – sottolinea Frittelloni –. La Decisione serve a fare in modo che gli Stati membri calcolino tutti nello stesso modo”.

E così, nella nuova Decisione, Il passaggio citato nella precedente diventa: Ai fini del calcolo e della verifica del conseguimento degli obiettivi di riciclo “il peso dei rifiuti di imballaggio recuperati o riciclati si riferisce alla quantità (input) di rifiuti di imballaggio immessi in un processo effettivo di recupero o riciclaggio. Se il prodotto (output) dell’impianto di selezione dei rifiuti è inviato a processi effettivi di recupero o riciclaggio senza perdite significative, è ammesso considerare che tale output equivalga al peso dei rifiuti di imballaggio recuperati o riciclati” [corsivi nostri]. Dunque non più processi efficaci di riciclo (efficaci da che punto di vista? secondo quali standard?) ma effettivi. Mentre le regole del 2005 hanno consentito ad alcuni Paesi di considerare riciclati i rifiuti di imballaggi “avviati a riciclo”, cioè in ingresso negli impianti di selezione e trattamento, dall’anno prossimo le percentuali inviate alla Commissione – accompagnate da un report in cui i singoli Stati giustificano i dati e spiegano le valutazioni fatte – dovranno essere quelle relative ai rifiuti effettivamente riciclati.

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I calcoli italiani

A questo punto la domanda è: il metodo di calcolo italiano è in linea con le nuove metodologie?

“Quando ci arrivano i dati dei Mud, noi li verifichiamo, anche con ispezioni. E di fatto le nostre valutazioni erano già abbastanza conformi alla nuova metodologia di calcolo”, argomenta l’esperta di Ispra: “Abbiamo sempre avuto l’abitudine di eliminare tutta una serie di scarti: sia le perdite di processo che gli scarti negli impianti. Facevamo già confronti coi materiali che poi entrano negli impianti produttivi: tutto questo viene già fatto nel sistema italiano”. Motivo per cui, sottolinea, rispetto al vecchio metodo “non ci aspettiamo grosse variazioni nella gran parte delle filiere, anche se ancora non le abbiamo esaminate tutte”.

Proprio la struttura delle nostre filiere, col sistema dei consorzi di riciclo degli imballaggi, è un elemento qualificante, visto che “il sistema consortile per gli imballaggi prevede già tutta una seri di controlli”, racconta ancora Frittelloni.

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Il valore aggiunto dei Consorzi di riciclo

“Rispetto alla scelta di dove misurare il dato del riciclo – ricostruisce Simona Fontana – noi già in passato avevamo dato indicazioni che vanno verso l’effettivo riciclo. Come sistema CONAI nel riportare i dati ad ISPRA avevamo già scelto una rendicontazione a valle della filiera, collocandoci o in uscita dall’impianto di selezione/trattamento o addirittura in ingresso all’impianto di riciclo. E ricordo che tra l’uscita dell’impianto selezione/trattamento e quello di riciclo di fatto non ci sono altri impianti che possano produrre quindi  scarti”. Ad esempio, va avanti Fontana, per gli imballaggi in carta ”già venti anni fa abbiamo scelto di considerare il dato dei rifiuti di imballaggio immessi nel pulper delle cartiere. Eravamo già lì come punto di misurazione. Stessa cosa per i metalli, le cui percentuali di riciclo, già da 20 anni, sono legate a quello che entra in acciaieria o fonderia”.

Nel 2005 Conai avvia il progetto “Obiettivo Riciclo” per la tracciabilità e la verifica dei dati delle filiere. “Un progetto volontario – spiega Simona Fontana – per la determinazione e validazione, da parte di un ente terzo, delle procedure con cui vengono definiti i dati di immesso al consumo, riciclo e recupero per tutti i flussi dei materiali di imballaggio”. Un’attività “che coinvolge CONAI, i consorzi di filiera, il Consorzio CONIP e un ente di certificazione, oltre ad un team di specialisti per ciascun materiale”. I soggetti che partecipano al progetto sono sottoposti a una verifica documentale e di conformità a determinati criteri di qualità (sulla falsa riga di una gestione in qualità del dato, che parte dalla ISO 9001), oltre a una serie di verifiche direttamente in impianto.

“Ogni anno – dice Fontana – il Conai è tenuto a compilare il Mud Comunicazione imballaggi, in cui diamo conto di ogni singolo impianto con cui lavoriamo, sia in entrata che in uscita. Garantiamo insomma una ricostruzione dei dati davvero molto capillare, grazie ai Formulari FIR. E dove c’è un end of waste (e quindi non parliamo più di rifiuti) il riferimento diventa la bolla di consegna o DDT”.

Per tutti questi motivi e attenzioni, prosegue il ragionamento, “se si va a verificare i Rapporti rifiuti urbani Ispra degli ultimi 20 anni, si vede che i dati sugli imballaggi sono esattamente quelli riportati nei documenti istituzionali Conai”.

Le filiere attorno a un tavolo

Ispra, Conai, i consorzi di filiera e le associazioni di categoria del recupero si sono seduti attorno ad un tavolo per capire la nuova metodologia: “Abbiamo avviato una lettura e un’interpretazione condivisa della Decisione, in modo che anche gli operatori, quando compileranno i Mud, siano edotti delle modifiche”, ci racconta Frittelloni. Per ora i lavori si sono concentrati principalmente su carta (per cui c’è un decreto end of waste approvato che indica il punto di misurazione) e plastica: mentre “per acciaio, vetro e alluminio gli scarti quasi non ci sono, e ci aspettiamo davvero variazioni minime, la plastica è la filiera più problematica. Ma fatte le dovute valutazioni con la nuova metodologia, non ci aspettiamo grosse differenze rispetto al passato. È presto per dirlo, ma potrebbe trattarsi verosimilmente di qualche punto percentuale”.

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La questione della plastica

Dove sta il problema nella filiera della plastica? Sta già nel nome: diciamo plastica ma dovremmo dire plastiche. Plastiche che le raccolte multimateriale fanno a volte fatica a distinguere tra loro, col risultato che il prodotto riciclato subisce una notevole perdita di valore (valore d’uso ed economico) rispetto a quello vergine.

Una filiera che “soffre – ricorda Fontanta – il fatto che non c’è ancora un decreto End of waste (EoW): quando arriviamo all’impianto di riciclo, dopo la selezione, abbiamo ancora a che fare con rifiuti, classificati ancora col loro codice Cer”.

Fontana entra nei dettagli degli approfondimenti in corso ai tavoli istituzionali con Ispra. “Stiamo lavorando per identificare un punto esatto di misurazione per il cosiddetto riciclo effettivo della plastica. Il discorso che si sta facendo con Ispra è ‘quale correttivo dobbiamo applicare al dato che fino ad oggi abbiamo considerato per il riciclaggio’? Quale scarto?”

Qualsiasi processo industriale “produce scarti, che, lo dice anche la Decisione, non vanno esclusi dal riciclo”, sottolinea. Gli approfondimenti sono ancora in corso, “ma dovremmo essere praticamente arrivati al dunque: gli scarti che eventualmente andranno tolti sono quelli delle operazioni di prepulizia dell’impianto di riciclo, quelle che avvengono prima di inserire il materiale nel macchinario che produce le scaglie”. Quindi il punto di misurazione è un punto dentro l’impianto di riciclo. E qui sta la difficoltà-

Fontana spiega ancora: “Non devo prendere il dato – come sostiene qualcuno – in uscita dall’impianto di riciclo, quando ho già le scaglie, perché rischieremmo di sottostimare in misura anche significativa il dato di riciclo. Facciamo il caso delle bottiglie. Nell’impianto di riciclo arrivano balle di bottiglie selezionate, con etichetta e tappo: se considerassi solo le scaglie in uscita dall’impianto perderei il riciclo dei tappi e delle etichette, che non interessano l’impianto che tratta bottiglie, perché non sono il suo core business. E infatti prendono un’altra via e vengono riciclati in un altro impianto.

Il record del 73%

“È un record” ha affermato qualche mese fa il presidente del Consorzio nazionale imballaggi Luca Ruini: “Il tasso di riciclo è il più alto che il nostro Paese abbia conosciuto”. Ruini parla del 73% di imballaggi riciclati nel 2020, dato che Conai ha pubblicato durante l’estate scorsa ma che, ovviamente visti i tempi dell’invio in Europa, ancora non è stato né ‘vidimato’ né trasmesso da Ispra alla Commissione (l’anno prima, nel 2019, la quota di riciclo, questa sì tramessa da Ispra, era già del 70%).  “Quello del CONAI è un risultato importantissimo, che ci fa capire che siamo nella direzione giusta” commentava Laura D’Aprile, capo Dipartimento transizione ecologica e investimenti verdi del Ministero della Transizione Ecologica. “Nel riciclo degli imballaggi l’Italia conferma la sua leadership traguardando in anticipo di quattro anni gli obiettivi comunitari”.

Anche se il comunicato parla ancora di “avvio a riciclo”, Conai precisa trattarsi di riciclo effettivo. Per il totale degli imballaggi, l’obiettivo europeo fissato per il 2025 è il 65%. Obiettivo raggiunto, dunque: “Il 73% è un dato in linea con metodo oggi in vigore”, sottolinea Simona Fontana. A dire il vero però, come abbiamo visto, il metodo oggi in vigore (Decisione 22 marzo 2005), non è quello che sarà in vigore nel 2025 (Decisione 2019/665), riconosce Fontana. In particolare, stando a quanto ci ha raccontato anche l’Ispra, è la quota di plastica oggi quantificata come riciclata a preoccupare. “Ma già l’anno prima, dato validato da Ispra, col riciclo del totale degli imballaggi eravamo al 70%. E poi – aggiunge la responsabile del centro studi Conai – i pochi punti percentuali di differenza sulla plastica non potranno intaccare in maniera così rilevante il dato del 73% riferito a  tutti imballaggi. Parliamo infatti di una frazione minimale: sicuramente l’obiettivo del 65% non verrà intaccato”. E poi, “da qui al 2025 ci aspettiamo entrino in vigore anche nuove tecnologie di riciclo su questa filiera, come il riciclo chimico (plastic to plastic), quindi siamo confidenti che il tasso di riciclo aumenterà anche per gli imballaggi in plastica”.

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