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mercoledì, Giugno 19, 2024

L’economia della riparazione salva il Pianeta e genera lavoro

Un passo necessario per ridurre i rifiuti è rimuovere gli ostacoli alla riparabilità e all'estensione della vita utile dei prodotti elettrici ed elettronici. Obiettivi al centro della campagna internazionale Repair.eu che da anni lotta per il riconoscimento del diritto alla riparazione

[Questo contributo fa parte della tavola rotonda “In Circolo” dedicata all’ecoprogettazione]

La settimana europea della riduzione dei rifiuti, da poco conclusa, ha portato l’attenzione sui rifiuti “invisibili”. E sono invisibili quei rifiuti che non solo, evidentemente, non si vedono. Ma anche quelli di cui non comprendiamo l’importanza, e il vero peso.

Un discorso d’insieme sull’economia circolare non può  prescindere dalla comprensione di cosa succede prima che i nostri amati smartphone vengano accesi per la prima volta, e dopo che decidiamo di “riciclarli”. Le materie prime critiche usate per la produzione vengono spesso estratte da paesi diversi da quelli in cui vengono poi lavorate e commercializzate, motivo per cui l’impatto dell’attività di estrazione è invisibile ai nostri occhi.

L’estrazione richiede una complessa gestione dell’ambiente e i costi a essa associati sono elevati: per questo viene condotta in altre regioni del mondo. Se l’estrazione avviene in Paesi senza una regolamentazione robusta e senza una corretta applicazione delle norme, aumenta notevolmente i rischi, non solo per l’ambiente. L’uso di sostanze acide e chimiche durante l’estrazione può, per esempio, minacciare la salute delle comunità limitrofe all’area.

La maggior parte di queste materie prime critiche semplicemente non può essere riciclata in maniera efficace: molte hanno infatti tassi di riciclo praticamente insignificanti. Il ciclo di produzione diventa sempre più veloce, vengono continuamente creati nuovi prodotti, con nuovi materiali e nuove tecnologie, costringendo i centri di riciclo a cercare nuove tecniche e modelli di business per trattare le apparecchiature esauste. Ciò significa che la domanda di materie prime critiche vergini continuerà ad aumentare a ogni nuovo prodotto che acquistiamo.

Inoltre, alcuni dei materiali nei nostri oggetti elettronici sono usati anche per produrre energia da fonti rinnovabili. Per esempio, il gallio (presente nei circuiti integrati) e l’indio (presente nei touchscreen) sono necessari per la produzione di celle fotovoltaiche, mentre il neodimio (utilizzato nei microfoni) è impiegato per la produzione delle turbine eoliche.  

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Questo significa che è  fondamentale estendere la durata dei prodotti che acquistiamo, eliminando tutte le barriere alla riparazione e al riuso dei prodotti. Anche queste sono spesso invisibili per i consumatori: per esempio, la mancanza di informazioni standardizzate e verificabili sulla riparabilità dei prodotti, è una tipica asimmetria informativa. E ancora meno visibile e trasparente è il problema che vediamo in preoccupante crescita: le barriere causate dalla mancanza di supporto software da parte delle case produttrici. Nulla vieta a un produttore di smartphone di smettere di rilasciare aggiornamenti software o di sicurezza, mentre le autorità antitrust italiane hanno già sanzionato casi in cui gli aggiornamenti alterano negativamente le prestazioni dei prodotti in nostro possesso.  

Purtroppo il mercato da solo non riesce a cambiare questo sistema, e multare non basta. Gli esempi virtuosi di prodotti costruiti per essere facilmente riparabili, riusabili e poi smaltibili, esistono ma non riescono a fare breccia e diventare la norma. È per questo che regolamentare il sistema è necessario e strategico, per indirizzare l’innovazione tecnologica nella giusta direzione. Innovare nel 2020 non può’ che significare mettere le persone e il pianeta al centro, quindi costruire prodotti che abbiano una lunga durata. 

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Ridurre la produzione di prodotti usa e getta, e focalizzarsi invece sull’economia della riparazione, del riuso e del ricondizionamento dei prodotti, può anche creare nuovi e veri posti di lavoro.  

Per questo, insieme a organizzazioni di 15 Paesi europei membri della Campagna europea per il Diritto alla Riparazione ci battiamo per regolamenti ecodesign europei che eliminino dal mercato i prodotti più dannosi e meno riparabili. Non solo, vogliamo anche nuovi diritti per i consumatori, come quello a un’informazione trasparente, per esempio attraverso un punteggio di riparabilità obbligatorio, che riduca l’invisibilità  di elementi importanti nel guidare le nostre scelte. 

L’Europa è in ritardo su questo fronte, ma spingiamo affinché l’esempio della Francia – che dal 2021 avrà un indice di riparabilità per 5 iniziali categorie di prodotti – venga seguito tempestivamente, in Italia e a livello europeo. 

 

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