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martedì, Settembre 21, 2021

Obiettivo neutralità climatica? È l’ora (anche) degli imballaggi riutilizzabili

Il passaggio alle energie rinnovabil permetterà di agire solo su metà delle emissioni di gas serra. Per avere risultati migliori serve intervenire chiudendo il ciclo nelle catene del valore dei prodotti. Sono tanti gli studi che mettono nero su bianco i vantaggi del riuso. E anche l'Europa si muove in questa direzione

Veronica Ulivieri
Giornalista freelance, si occupa di temi ambientali dal 2010. Ha lavorato, tra gli altri, per Repubblica Affari&Finanza, Corriere.it, Il Fattoquotidiano.it e La Stampa, dove per sei anni ha curato una rubrica sull'innovazione sostenibile. Attualmente è la responsabile dell'ufficio stampa della Commissione parlamentare ecomafie e scrive di temi ambientali e sociali per varie testate

Per raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica al 2050, non si potrà fare a meno di un’economia circolare efficiente sotto il profilo delle risorse e delle emissioni. Secondo la fondazione Ellen MacArthur, il passaggio alle energie rinnovabili a livello mondiale permetterà di agire sul 55% delle emissioni di gas serra, mentre per ridurre il restante 45% servirà intervenire chiudendo il ciclo nelle catene del valore dei prodotti. Significa colmare i gap e la dispersione dei materiali, puntando in modo crescente sul riutilizzo, proprio per la sua efficienza in termini di risorse ed emissioni di CO2, anche in considerazione della crescita della popolazione mondiale (si stima che arriverà a 10 miliardi entro il 2050).

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Industria e clima

Da un’analisi della ong internazionale CDP, attiva nel settore della divulgazione ambientale, condotta su migliaio di imprese europee che valgono l’80% del mercato Ue, meno di una su dieci ha obiettivi di emissioni in linea con gli obiettivi di Parigi. In Italia, a meno di un’inversione di rotta, gli impegni attuali dell’industria ci portano spediti verso un +3°C a fine secolo, contro il target concordato alla COP21 di un riscaldamento ben al di sotto dei 2° entro il 2100. Un punto dolente è legato alle emissioni dette “Scope 3”, quelle cioè indirette derivanti dall’intera catena del valore: secondo CDP, a livello europeo solo un terzo delle aziende dei settori più impattanti le rende note, nonostante la loro rilevanza. Per l’iniziativa Climate Action 100+ “le emissioni Scope 3 restano un punto cieco per le aziende”: quasi la metà delle aziende analizzate dall’organizzazione non le tiene in considerazione nei propri piani per la neutralità climatica. L’introduzione di sistemi di riutilizzo andrebbe a incidere proprio su questo punto.

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Quante risorse della Terra consumiamo?

L’umanità sta già sfruttando più risorse di quanto i sistemi naturali siano capaci di rigenerare senza andare incontro a gravi conseguenze. L’Earth Overshoot Day, la data entro la quale si sono consumate tutte le risorse disponibili che la Terra impiega un anno a rigenerare, arriva sempre prima. Se le condizioni contingenti della pandemia, provocando un rallentamento dell’economia globale, hanno portato a un ritardo nel 2020, quest’anno si è purtroppo recuperato. Così, se l’anno scorso la giornata era caduta il 22 agosto, quest’anno la data è arretrata al 29 luglio.

La tendenza è chiara e strutturale. Secondo  il rapporto dell’OCSE Global Material Resources Outlook to 2060, pubblicato a febbraio 2019, il consumo complessivo dei materiali (dalla biomassa ai combustibili fossili, fino ai metalli e i minerali) raddoppierà entro i prossimi quarant’anni. Gli effetti non riguardano solo l’esaurimento di risorse non rinnovabili o che si rigenerano a ritmi più bassi di quelli di utilizzo. “L’estrazione e la lavorazione di materiali, combustibili e cibo genera circa la metà delle emissioni totali di gas serra e più del 90% della perdita di biodiversità e dello stress idrico”, sottolinea un altro studio, il Global Resources Outlook del Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP) pubblicato a marzo 2019. Per questi motivi, la ricerca spiega che “è necessario passare da flussi lineari a circolari attraverso l’estensione dei cicli di vita dei prodotti, il design intelligente dei prodotti, la standardizzazione e il riuso, riciclo e rigenerazione”.

Il modello economico lineare e gli stili di vita attuali sono responsabili di un aumento esponenziale dei rifiuti, che la Banca Mondiale ha stimato, in un rapporto del 2018, del 70% al 2050. Molto dovrà essere fatto dalle aziende a livello di rifiuti industriali, che in Europa rappresentano tra l’80% e il 90% del totale della produzione nazionale di rifiuti.

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Tutto il peso degli imballaggi

L’ambito dei rifiuti urbani rimane però importantissimo, anche perché è il campo in cui i mutamenti nelle abitudini di consumo quotidiane possono dare grandi risultati con sforzi accettabili. Rifiuti urbani significa prima di tutto imballaggi, visto che questi ultimi rappresentano una delle componenti maggioritarie, pari al 36% a livello europeo. Secondo la ricerca “Sustainability of reusable packaging–Current situation and trends” di alcuni scienziati olandesi delle università di Utrecht e Twente, il settore del packaging consuma in Europa il 40% della plastica e il 50% della carta. La necessità di azioni di efficientamento sono evidenti, in un’ottica di “deciso disaccoppiamento tra attività economiche, impatto ambientale e uso delle risorse”. Alcuni numeri possono aiutare a capire i benefici di questo positivo e auspicato disaccoppiamento. Il report “Reusable vs Single-Use Packaging: A Review of Environmental Impact”, pubblicato a dicembre 2020 da Zero Waste Europe con la piattaforma Reloop, in collaborazione con l’università di Utrecht,  ha messo a confronto 32 studi di LCA (Life cycle assessmentm in italiano: valutazione del ciclo di vita) relativi a 11 diversi tipi di imballaggi, individuando gli effetti positivi del riuso in termini di minori emissioni di CO2.

Dati interessanti riguardano l’acqua in bottiglia, di cui l’Italia è tra i maggiori consumatori a livello mondiale. Secondo lo studio, una bottiglia in vetro riutilizzabile produce l’85% in meno di emissioni rispetto a una bottiglia in vetro usa e getta, il 75% in meno rispetto a una bottiglia di plastica e il 57% in meno rispetto a una lattina in alluminio. Quest’ultima, insieme alle opzioni a base prevalente cartacea come i cartoni per liquidi alimentari – o le nuove paper bottle o tubi, utilizzati anche dal settore cosmetico – rappresentano le nuove frontiere del “marketing plastic-free”, una tendenza in crescita da parte delle aziende negli ultimi due-tre anni, basata sulla sostituzione delle plastiche con altri materiali sempre monouso, non sempre fondata su evidenze scientifiche che dimostrino un minore impatto ambientale delle nuove opzioni di packaging rispetto alle precedenti. Sempre secondo il report, una cassetta in plastica riutilizzabile genera emissioni minori dell’88% rispetto a una cassetta in cartone monouso, del 64% rispetto a una scatola in multimateriale e del 5% rispetto a una cassetta in legno.

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“Reusable wins”: lo dicono due studi

Lo studio di un gruppo di ricercatori dell’università di Sheffield, dal titolo “Many Happy Returns: Combining insights from the environmental and behavioural sciences to understand what is required to make reusable packaging mainstream”, che ha comparato con la metodologia LCA diverse opzioni di imballaggio monouso con opzioni riutilizzabili, giunge alle stesse conclusioni quando spiega che “gli impatti ambientali dei contenitori riutilizzabili risultano sensibilmente inferiori di quelli degli imballaggi monouso. Le differenze di impatto tra i contenitori riutilizzabili che vengono ricaricati presso punti vendita o consegnati a domicilio sono poco significative. Questo fa emergere che, quando si riutilizza un imballaggio, con quale materiale è realizzato e come viene ricaricato fa pochissima differenza. Più volte viene riutilizzato l’imballaggio, minore è l’impatto”.

Anche lo studio appena uscito  “Reuse wins: The environmental, economic, and business case for transitioning from single-use to reuse in food service” dedicato al settore della ristorazione ha analizzato gli impatti ambientali riferiti allo stovigliame utilizzato nel settore, rilevando performance ambientali decisamente positive dei manufatti riutilizzabili rispetto a quelli ad uso singolo. Nel caso delle tazze le opzioni riutilizzabili in ceramica, acciaio, vetro hanno dimostrato di avere un’impronta di carbonio inferiore alle opzioni monouso realizzate in PET, polistirene EPS, polipropilene PP, PLA (acido polilattico un tipo di bioplastica , e carta/cartone laminato.

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La consapevolezza europea

A livello europeo la consapevolezza del ruolo degli imballaggi, anche in virtù degli enormi spazi di miglioramento sul fronte dell’uso efficiente delle risorse, è forte. In più provvedimenti (la direttiva SUP, la direttiva imballaggi 94/62/CE modificata dalla direttiva 852/2018, il Piano di Azione per l’Economia Circolare) la Commissione europea chiarisce il suo orientamento verso la riduzione del consumo di imballaggi non riciclabili, l’aumento di quelli riutilizzabili immessi sul mercato e il contrasto all’overpackaging. Il Parlamento europeo, nella sua risoluzione sul nuovo Piano d’azione per l’economia circolare, approvata a febbraio 2021, fa richieste precise alla Commissione sul fronte dell’uso efficiente delle risorse e il riutilizzo degli imballaggi. In particolare, al punto 66 “ribadisce l’obiettivo di rendere tutti gli imballaggi riutilizzabili o riciclabili in modo economicamente sostenibile entro il 2030 e invita la Commissione a presentare senza indugio una proposta legislativa che includa misure e obiettivi di riduzione dei rifiuti e requisiti essenziali ambiziosi nella direttiva sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio al fine di ridurre gli imballaggi eccessivi, anche nel commercio elettronico, migliorare la riciclabilità e ridurre al minimo la complessità degli imballaggi, aumentare i contenuti riciclati, eliminare gradualmente le sostanze pericolose e nocive e promuovere il riutilizzo”.

Al punto 69 “invita la Commissione a sostenere il riutilizzo dei materiali di imballaggio per realizzare vari articoli come alternativa ai materiali di imballaggio monouso”; al punto 70 “sottolinea il ruolo fondamentale che può svolgere la vendita sfusa nel ridurre il ricorso agli imballaggi e invita la Commissione e gli Stati membri a promuovere tale genere di misure, garantendo al contempo la sicurezza alimentare e l’igiene”; al punto 75 “esorta la Commissione a continuare la sua attuazione della strategia europea per la plastica nell’economia circolare, segnatamente nell’orientare una migliore progettazione, modelli aziendali e prodotti innovativi circolari e approcci del tipo ‘prodotto-come-servizio’ che offrano modelli di consumo più sostenibili”; al punto 77 “invita la Commissione a lavorare all’elaborazione di norme per gli imballaggi riutilizzabili e i sostituti degli imballaggi”.

Per Fabio Iraldo, docente della Scuola Superiore Sant’Anna e dell’università Bocconi, consulente industriale sui temi dell’economia circolare e autore di numerosi libri, potrebbe essere la volta buona. “Una larghissima maggioranza nel Parlamento Europeo ha votato raccomandazioni “al rialzo” per il piano d’azione sull’economia circolare, che chiedono alla Commissione obiettivi più ambiziosi da subito su lotta al greenwashing, ecodesign su tutte le categorie di prodotti, impronta ambientale di prodotto per guidare le scelte dei consumatori, spinta all’economia circolare… forse ci siamo davvero?”, ha scritto il professore su Linkedin dopo il voto degli eurodeputati.

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